I servizi segreti di Berlino bollano come antisemiti decine di simboli e di slogan utilizzati dal movimento di solidarietà con la causa palestinese
La Germania è probabilmente il paese europeo che, nella repressione delle manifestazioni di solidarietà nei confronti del martoriato popolo palestinese, ha superato di gran lunga la soglia del ridicolo oltre che del tollerabile.
Nei giorni scorsi, infatti, l’”Ufficio federale tedesco per la protezione della Costituzione” (BfV), il servizio di intelligence di Berlino, ha ufficialmente inserito i gruppi di solidarietà con la Palestina tra i soggetti estremisti da monitorare costantemente, aggiungendo una nuova sezione dedicata sul proprio sito web dedicata ai gruppi di natura non religiosa e intitolata “Estremismo laico filo-palestinese”.
Come se non bastasse, l’intelligence tedesca ha elencato una serie di simboli bollati come manifestazioni di attività estremiste. Tra questi ci sono la rappresentazione della fetta di anguria, già usata nei Territori palestinesi occupati a partire dal 1967 dopo la proibizione da parte di Israele della bandiera palestinese e tornata in voga negli ultimi anni dopo analoghe proibizioni dell’uso del vessillo nazionale da parte delle autorità di molti paesi complici con il genocidio.
Secondo il BfV, la rappresentazione grafica dell’anguria – utilizzata perché contiene i colori della bandiera palestinese – costituirebbe una manifestazione nientemeno che di “antisemitismo”.
La stessa sorte è toccata al triangolo rosso con la punta rivolta verso il basso, considerato un simbolo che richiama il “sostegno alla violenza” o ad Hamas. Paradossalmente, il triangolo rosso rovesciato è il simbolo della persecuzione dei prigionieri politici del Terzo Reich sterminati dai nazisti nei lager. Secondo i servizi tedeschi il triangolo rosso sarebbe stato utilizzato nei video della resistenza palestinese per indicare eventuali obiettivi militari da colpire come i carri armati, e per questo il suo utilizzo andrebbe bandito. Anche l’uso della mappa della Palestina storica, prima della partizione del 1948 e della Nakba, andrebbe proibito.
Persino Handala, il celebre bambino rifugiato creato dalla matita del fumettista Naji Al-Ali, e diventato da decenni icona globale della resistenza palestinese, viene citato nel rapporto dei servizi segreti come uno dei “segni distintivi” dell’”estremismo filo-palestinese” laico in Germania.
L’intelligence di Berlino elenca anche una serie di slogan da criminalizzare. Secondo il BfV, ad esempio, «”Palestina libera dal fiume al mare” non costituisce un appello vincolante alla lotta armata contro Israele, ma può anche essere interpretato come un appello all’eliminazione dello Stato ebraico».
Allo stesso modo, il BfV condanna lo slogan “Israele assassino di bambini” definendolo «uno slogan basato su teorie del complotto antisemite e che richiama l’accusa medievale di ‘omicidio rituale’». Peccato che secondo i dati pubblicati da Save the Children risalenti all’autunno dello scorso anno, in media almeno un bambino palestinese viene ucciso ogni ora dalle forze israeliane a Gaza, e il numero totale di minorenni uccisi nella Striscia ha superato quota 20.000.
Nel frattempo i socialdemocratici e i cristiano-democratici hanno fatto approvare o hanno presentato mozioni nei parlamenti regionali di diversi Land che chiedono la messa al bando dei simboli associati alla solidarietà con il popolo palestinese e bollati come antisemiti. In Assia, inoltre, il governo regionale ha presentato una proposta al Bundesrat che mira a rendere perseguibile con una condanna fino a cinque anni di reclusione la negazione al diritto all’esistenza dello Stato di Israele.
Le autorità tedesche sono andate così oltre nella criminalizzazione della solidarietà nei confronti del popolo palestinese che già nell’ottobre dello scorso anno un rapporto delle Nazioni Unite invitava la repubblica federale a «smettere di criminalizzare, punire e reprimere il legittimo attivismo. (…) Siamo allarmati dal persistente schema di violenza della polizia e dall’apparente repressione dell’attivismo di solidarietà con la Palestina da parte della Germania» scrivevano i funzionari dell’Onu, secondo i quali dall’ottobre del 2023 la Germania ha fortemente esteso le restrizioni nei confronti delle proteste di solidarietà con la Palestina, nonostante le azioni siano state nel complesso pacifiche e finalizzate a esprimere rivendicazioni legittime come la cessazione della fornitura di armi a Tel Aviv o il boicottaggio degli interessi politici ed economici israeliani.
Anche Amnesty International e altre organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani e politici hanno più volte condannato il governo tedesco denunciando la repressione nei confronti del movimento di solidarietà con la causa palestinese.
Lo scorso 21 aprile, però, il governo della Germania, insieme a quello italiano, ha posto il veto sulla mozione presentata da Spagna, Irlanda e Slovenia che chiedeva di sospendere l’accordo di cooperazione commerciale tra Unione Europea e Israele.
Come se non bastasse, le autorità del Land di Berlino hanno revocato recentemente la cittadinanza tedesca ad un trentaquattrenne di origine palestinese che vive in Germania da quando aveva due mesi, a causa di una serie di post a sostegno del popolo palestinese pubblicati sui social media. Abdallah – questo è il nome dell’uomo – aveva ottenuto il passaporto lo scorso settembre dopo aver vissuto tutta la sua vita nella capitale tedesca, ma si è visto revocare la cittadinanza poche settimane dopo. Secondo un articolo del giornalista Hanno Hauenstein su Jacobin, la decisione è stata innescata da una campagna di pressione da parte di media e profili di estrema destra e filo-sionisti, come il sito web Nius e la giornalista Anabel Schunke, che lo hanno segnalato all’Ufficio statale per l’immigrazione (LEA) per i suoi post.
La base giuridica di tale provvedimento risiede nella riforma della legge sulla cittadinanza del 2024, che ha inasprito i requisiti per la naturalizzazione, richiedendo un esplicito impegno nei confronti della “responsabilità storica” della Germania a partire dal riconoscimento del “diritto all’esistenza dello Stato di Israele”. Le autorità berlinesi sostengono che Abdallah A. si sia reso responsabile di “frode” firmando tale impegno, affermando che i suoi post su Instagram, in cui ha condiviso un’immagine con la scritta “eroi della Palestina” e una foto del co-fondatore di Hamas Ahmed Yassin, dimostrino una “affiliazione” o una “simpatia” con tale organizzazione.
La sezione tedesca di Amnesty International, che sostiene il ricorso urgente al Tribunale amministrativo di Berlino, denuncia il caso come la creazione di un “sistema a due livelli di libertà di espressione” in cui i diritti fondamentali dei cittadini naturalizzati sono soggetti a una “condizione aggiuntiva”.
Se la revoca venisse confermata, Abdallah A. si ritroverebbe apolide, uno scenario che diverse organizzazioni considerano una strumentalizzazione della legge sull’immigrazione per punire le opinioni politiche e generare un “effetto dissuasivo” sulla popolazione migrante e sui tedeschi di origine straniera.
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