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La concezione sbagliata della Protezione civile del prefetto Gabrielli

Nella sua intervista da parte di Bonini (Repubblica) il prefetto Gabrielli sembra votarsi a una visione democratica della Protezione Civile e sfodera anche riferimento colti (Bauman, olismo, critica allo stato d’emergenza permanente …). Peccato però che al di là di generici principi organizzativi non si capisca bene cosa intende per Protezione Civile (grazie anche all’ignoranza dell’intervistatore in tale campo -vedi il testo dell’intervista qui sotto).

No, la Protezione Civile non serve solo -e peraltro male- per le grandi emergenze quali i terremoti o la pandemia. Dovrebbe servire per quei purtroppo assai frequenti e numerosi casi di disastri industriali e ambientali. I genovesi si ricordano bene cosa successe durante le alluvioni (fra altri fu arrestato il capo della Protezione Civile di Genova). E lo stesso possono dire gli abitanti delle zone disastrate dalle alluvioni in Sardegna, in Sicilia, a Sarno, in Campania e ancora in tante altre località, fra gli ultimi casi quello di Ravanusa.

In tutti i diversi casi di disastri sanitari e ambientali ciò che emerge non riguarda solo l’inefficienza o la cattiva organizzazione e persino latitanza del pronto soccorso, fatto grave perché si ripete e mostra che non c’è per nulla adeguata formazione del personale e degli attori preposti a tale opera. Il guaio ancora peggiore è che non c’è MAI PREVENZIONE! E si continua a non predisporre il necessario per crearla e farla funzionare. La Protezione Civile deve agire innanzitutto come istituzione che promuove e implementa la prevenzione e NON SOLO come istituzione che interviene dopo che il disastro è avvenuto! Allora, quello che il prefetto Gabrielli non ha capito è che è urgente promuovere una CULTURA DELLA PREVENZIONE per evitare che ogni volta che piova forte si produca una catastrofe, per evitare che ci siano disastri industriali o stradali (vedi caduta ponti), per evitare disastri sanitari come quello della pandemia dovuto innanzitutto allo stato di sfacelo della sanità pubblica a causa di milioni e milioni di tagli negli ultimi 10 anni. E lo si vede ancora ora: il governo Draghi elargisce milioni a destra e manca per grandi opere -spesso inutili e persino dannose tranne per le grandi imprese- o alle banche e agli industriali ma di fatto nulla alla sanità. E così ora a metà gennaio 2022 ci si trova di nuovo in stato di emergenza!

La Protezione Civile deve essere come gli ispettorati del lavoro e dell’ASL, le istituzioni preposte alla prevenzione e al controllo. Se ci sono sempre più incidenti sul lavoro e malattie professionali è perché in tutt’Italia ci sono solo circa 2500 ispettori del lavoro. Ma vedi caso il governo Draghi non ha previsto di aumentarli! E così per esempio a Genova arrivano tanti finanziamenti per opere discutibili (la nuova diga, il terzo valico, il nuovo Galliera, il nuovo water front ecc.), insomma diverse opere per speculazione edilizia e favori alle grandi imprese, ma nulla per una vera prevenzione delle fonti di inquinamento dell’aria, delle acque, degli alimenti, dei tessuti, dei luoghi di lavoro e di vita fra i quali le scuole di ogni ordine e grado. E invece si prospetta la collocazione del polo petroli a Sampierdarena, uno dei quartieri più popolati della città.

Prevenzione significa bonifiche del territorio, delle attività che generano rischi di disastri e rifiuti tossici, demolizione delle costruzioni che hanno devastato l’assetto idrogeologico e queste opere di risanamento potrebbero creare decine di migliaia di posti di lavoro e assicurare un futuro sostenibile. Invece il governo destinata sempre più finanziamenti alle polizie e al settore militare che svolgono attività assolutamente inutili dal punto di vista della protezione della sanità pubblica e dell’ambiente. Definanziare le polizie e abolire le spese militari e aumentare adeguatamente la prevenzione sanitaria e ambientale cioè gli ispettorati del lavoro, gli ispettorati Asl, le strutture socio-sanitarie e per il reinserimento sociale.

Salvatore Palidda

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L’intervista a La Repubblica

Gabrielli: “dobbiamo tornare a una protezione civile efficace e solidale”

Carlo Bonini “la Repubblica”

L’età, 62 anni, e l’esperienza – vent’ anni di antiterrorismo, la direzione del Sisde, il servizio segreto interno, l’incarico di prefetto dell’Aquila e vicecommissario vicario per il terremoto, la guida della Protezione civile, la nomina a prefetto nella Roma commissariata e piegata dall’inchiesta Mafia Capitale, i cinque anni da capo della Polizia – consentono a Franco Gabrielli, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza nazionale, un indubbio vantaggio.

Quello della sincerità di chi non ha nulla da perdere e, soprattutto, da chiedere. E così i dieci anni di anniversario tondo del naufragio della Costa Concordia e del successivo recupero del suo relitto diventano l’occasione di un libro (Naufragi e nuovi approdi, Baldini-Castoldi) che, in una parabola che tiene insieme la grande nave piegata su un fianco di fronte all’isola del Giglio e la Grande Pandemia Covid che ha cambiato le nostre vite, utilizza la memoria di ciò che è accaduto in questi due lustri di calamità nazionali, per entrare nella carne viva, assai politica, del presente e del futuro della nostra protezione civile.

Del rapporto che la Politica ha con il concetto di sicurezza, che la si voglia declinare nella sua accezione di safety o di security. Dell’urgenza di ritornare allo spirito della legge 225 del 1992, quella che istituì la Protezione civile.

«La protezione civile è una funzione della democrazia – dice Gabrielli seduto nel suo ufficio a Palazzo Chigi – E’ la cartina di tornasole della sua qualità. Dimmi come affronti un’emergenza e ti dirò chi sei».

E noi come siamo messi?

«Siamo un Paese che, nel 1992, uno degli anni più drammatici della storia repubblicana, fu in grado di darsi la più avanzata legge di protezione civile in Europa. Una legge che traduceva un principio cardine delle democrazie, quello della solidarietà, in un’architettura normativa che fissava il principio della sussidiarietà.

Secondo cui le emergenze venivano classificate in base alla capacità crescente delle amministrazioni chiamate a gestirle. Dai Comuni, ai ministeri. E che poneva la responsabilità di derogare alle norme ordinarie in capo al presidente del Consiglio dei ministri in ragione del suo rango costituzionale.

Ebbene, siamo stati capaci di deturpare quell’architettura nel 2011 quando l’allora ministro Tremonti, rendendo necessario il visto preventivo del ministero dell’Economia su ogni ordinanza di protezione civile, aveva di fatto privato il presidente del Consiglio di questo potere. E poi, nel 2018, di confondere ulteriormente il quadro con il riordino delle competenze della Protezione civile. L’ennesimo baco del sistema».

Diciamo che la Protezione civile di Bertolaso era diventata un’altra cosa però.

«Ho lavorato con Bertolaso e di lui conservo un ricordo sotto il profilo professionale magnifico, anche se, come gli ho spesso detto, prese decisioni che non condivisi. Come quella di immaginare di poter declinare una funzione della democrazia anche nella gestione di un numero crescente di “grandi eventi”: dai mondiali di ciclismo ai funerali del Papa».

Non un dettaglio.

«No. Ma se vogliamo essere obiettivi, dobbiamo ricordare che quello di affidare i grandi eventi alla gestione derogatoria della protezione civile fu una decisione del Parlamento e una prassi condivisa sia dal governo Berlusconi che dal governo Prodi. Il che dimostra che la Protezione civile di Bertolaso rispondeva a una maledizione del Paese e della sua classe politica. Che è rimasta intatta nel tempo».

Quale?

«La tentazione dell’uomo solo al comando che elimina la fatica del confronto, del cosiddetto decision making. La cultura del risultato a discapito di quella dell’organizzazione. La cultura dello stato di eccezione permanente necessario a vincere la resistenza delle burocrazie e del contestuale scarico di responsabilità, che, come è noto, impongono prezzi da pagare. In termini di consenso o popolarità.

La cultura che trasforma dunque l’uomo solo al comando, il capo del dipartimento della Protezione civile, in potenziale fusibile, in capro espiatorio, da sacrificare se qualcosa va storto. Nel libro, la definisco la cultura della retrotopia, prendendo in prestito il termine coniato da Zygmunt Bauman.

Quella cioè di un Paese condannato a vivere un eterno presente perché illuso da un passato idealizzato e spaventato da un futuro che non sa né dominare, né governare. E che dunque, quando si trova a mal partito, spera solo che la nottata passi. In fondo, se dovessi dirlo in una parola, l’esperienza della Concordia fu un tentativo di dimostrare che a quella maledizione si poteva sfuggire. E nel libro che ho scritto se ne possono cogliere le ragioni».

A proposito di nottata che dovrà passare, termine di antica saggezza napoletana, la pandemia?

«Ci siamo arrivati in condizioni che, con un eufemismo, definirei tutt’altro che ottimali. Con amministrazioni locali spesso in contrapposizione con il governo centrale. E con un dipartimento della protezione civile non solo sopraffatto dagli eventi, ma anche preoccupato di tenere distinte le proprie responsabilità da quelle del ministero della Salute, grazie anche a quel baco della legge del 2018 che aveva riclassificato le emergenze non in base alla capacità di gestirle, ma in una mezzadria tra pubbliche amministrazioni necessaria a mantenere sfere di influenza.

Spesso in modo incomprensibile, come nel caso delle emergenze sanitarie. Al punto che, alla fine di gennaio 2020, il dipartimento della Protezione civile definiva quella del Covid una “non emergenza”».

Lei era capo della Polizia in quel 2020. E la sensazione fu che, nella gestione dell’emergenza, né al Dipartimento di pubblica sicurezza, né al ministero dell’Interno venne fatta toccare palla. Rincorrevate provvedimenti che eravate poi chiamati ad eseguire.

«Per carità di patria mi astengo da ogni considerazione. Dico soltanto che da questa esperienza, dagli errori che sono stati compiuti in questi dieci anni, è necessario ritrovare un filo che, come dicevo, riporti la Protezione civile a funzione della democrazia. Non a rompicapo delle competenze. Che recuperi lo spirito olistico nella gestione della complessità».

Pensa che questo Parlamento possa farlo?

«Ne sarei felice. Ma se dicessi che ne sono certo, direi una bugia. E non mi piace dirne».

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