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Ilaria Cucchi scrive a Napolitano; basta ipocrisie, mio fratello è morto per le botte

“Non è possibile comprendere pm che ostinatamente fanno finta di non sapere che Stefano, se non fosse stato picchiato, ora sarebbe vivo come vivo era con noi la sera del suo arresto”.
È uno dei passaggi di una lettera che Ilaria Cucchi, sorella del ragazzo morto il 22 ottobre del 2009 nel padiglione penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, ha inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Stefano, scrive Italia, “è morto in condizioni terribili, irriconoscibile a noi famigliari che lo avevamo visto solo pochi giorni prima del suo decesso. Certo era stato tossicodipendente, ricaduto nel giro, ma l’unica cosa sulla quale sono proprio tutti d’accordo è sul fatto che la droga non c’entri nulla con la sua morte. Per chi come noi deve fare i conti con la perdita di un proprio caro, l’ipocrisia diventa un’offesa insopportabile. Piuttosto si dica che è morto perché era uno spacciatore”.
“Se di fronte alle evidenti drammatiche difficoltà in cui si trovava Stefano persino pm e giudice sono rimasti indifferenti, io come cittadina Italiana cosa posso pensare?”, continua la lettera, “tutti hanno guardato altrove, tutti tranne i medici che lo hanno avuto in cura prima del suo ricovero al Pertini, che hanno constatato lesioni oggi ostinatamente negate dai due pm del processo”. “Noi non comprendiamo, ma siamo ben consapevoli di quanto poco è contata per la umana Giustizia Italiana la vita di Stefano Cucchi. E quanto poco continua a contare. Ognuno di noi esseri umani – conclude Ilaria – coltiva un piccolo o grande sogno. Il mio è quello di essere smentita”.
Fonte: Ansa

Comments ( 1 )

  • Anonymous

    E’ una vicenda molto triste, ammettiamo anche che la vittima avesse provocato i poliziotti, come si è potuti arrivare ad una cosa del genere se non con abuso di potere da parte di soggetti malati di mente, ma che purtroppo fanno parte delle forse dell’ordine, anzichè stare in terapia e trovare un lavoro innoquo
    Questa è l’evidenza.

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