di Marco Sommariva*
Sono sempre più numerose le persone che, di fronte a certa cronaca, sono ormai incapaci di percorrere lo spazio che separa la ginnastica d’obbedienza da un gesto molto più umano che dia il senso della violenza. Quando la tortura cambia nome: cronaca, letteratura e memoria contro la violenza che giustifichiamo se è la nostra.
Fra le sempre più cruente e numerose tragedie che accadono in ogni angolo del mondo, ultimamente la mia attenzione s’è soffermata più a lungo su due episodi che ora proverò a riassumere.
Episodio 1.
Nel luglio del 2024, nella base militare costruita nel deserto del Negev utilizzata da tempo per rinchiudere i prigionieri di Gaza, un uomo palestinese viene prelevato con la forza da terra e trascinato in un angolo. I soldati israeliani coprono la sua figura con gli scudi per nascondere alla registrazione della telecamera interna ciò che sta accadendo, ossia gli abusi che gli stessi militari perpetrano su quel prigioniero che arriverà in ospedale in gravi condizioni, con fratture alle costole, danni agli organi interni e una lacerazione rettale dovuta alla penetrazione eseguita con un oggetto appuntito. Operato d’urgenza, verrà rispedito pochi giorni dopo nello stesso carcere.
Israele aprirà un’indagine interna, i cinque militari sospettati verranno arrestati e l’estrema destra sionista protesterà contro il processo aperto a scapito dei soldati.
Alla fine, nonostante le prove a carico dei militari fossero schiaccianti, documentate da un video e dal referto dei medici, il succo della decisione del procuratore militare Itai Ofir è che stuprare un palestinese non è reato. Il procuratore sceglie di archiviare così il caso. A fronte di questa decisione, il primo ministro israeliano Netanyahu esulta e, parlando degli imputati, dichiara: “Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai propri nemici, non ai propri eroici combattenti”. Anche il ministro della Difesa, Israel Kantz, si complimenta con il procuratore: “Giustizia è fatta”.
Alla fine di tutta questa storia, a pagare sarà la procuratrice generale Yifat Tome-Yerushalmi che aveva dato il via alle indagini e aveva permesso la diffusione del video; per questo, dopo che le pressioni interne l’avevano già portata a dimettersi, nel novembre scorso è stata arrestata con vari capi d’accusa tra cui quello d’aver divulgato informazioni riservate. Benjamin Netanyahu arrivò a definire la diffusione del video “il più grave attacco propagandistico e mediatico contro Israele dalla sua fondazione”.
Episodio 2.
La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta su pestaggi e aggressioni che sarebbero avvenuti nel carcere minorile di Casal del Marmo. “Vi porto sopra e vi faccio carne macinata” è una delle frasi minacciose che si leggono nelle carte dell’inchiesta su presunte torture, lesioni, falsi che sarebbero avvenuti tra febbraio e novembre dell’anno scorso, all’interno dell’istituto penale minorile. Presunti reati commessi a vario titolo da dieci agenti, due dei quali sono indagati per tortura, cinque per lesioni e tre per falso ideologico.
Leggo che Filippo Blengino, segretario di Radicali Italiani, è intervenuto sul caso con una nota: “Lesioni, intimidazioni, minacce di evirazione e altre forme di maltrattamento. Secondo i fascicoli dei magistrati, sarebbero queste le violenze che alcuni agenti della penitenziaria avrebbero esercitato nei confronti dei detenuti del carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma. Si tratta di una struttura che abbiamo già avuto modo di visitare e che presenta molteplici criticità, in alcuni casi difficilmente compatibili con i più elementari standard di dignità. Situazioni come queste non nascono mai per caso: sono figlie di una cultura che fomenta il ciclo di violenza. Per questi motivi, nei prossimi giorni torneremo a fare visita all’istituto minorile”.
Torture, lesioni, stupri, fratture. Il tutto generosamente elargito dai carcerieri a chi è imprigionato.
Magari sbaglio, anzi, lo spero vivamente, ma ritengo si corra il rischio, in questi casi, che sfugga la portata di combinazioni così drammatiche – il carcere, la detenzione con le torture, gli stupri.
Visto che per mia fortuna, al momento, non ho ancora vissuto certe esperienze, ho pensato di chiedere aiuto alla letteratura per vedere se aveva qualcosa da raccontarmi per farmi meglio intendere cosa può essere successo al signore palestinese, ai ragazzi detenuti e a chissà quanti altri che mai avranno la forza e lo spazio per raccontare. Faccio questo anche perché sono d’accordo con quanto disse Luis Sepúlveda: “Scriviamo su ciò che siamo, su ciò che abbiamo vissuto. Non scriviamo per sentito dire né sulla base di astratte prefigurazioni. Scriviamo, insomma, prima di tutto con un attrezzo che è la nostra esperienza vitale”.
Sala 8 è un libro di Mauricio Rosencof, dirigente del Movimento di Liberazione Nazionale uruguayano (movimento Tupamaros), che viene fatto prigioniero nel 1972 e, a partire dal settembre 1973, tenuto in isolamento per undici anni, ostaggio della dittatura militare – verrà liberato solo dopo tredici anni di prigionia, nel 1985.
Nella Sala 8 dell’ospedale militare arrivano i prigionieri ridotti in fin di vita, per essere rimessi in sesto e di nuovo rimandati nella sala delle torture, oppure alla “soluzione finale”: un luogo senza possibilità di futuro, dove il tempo è fermo e il destino già deciso. La voce narrante è quella di un desaparecido che si muove proprio in questo spazio spettrale raccontandoci la terribile condizione delle vittime dell’ultima dittatura militare uruguaiana, private della loro stessa umanità da un regime deciso ad annientare ogni traccia, come se non fossero mai esistite.
Ecco cosa ci racconta la voce narrante: “Gli conficcarono un manganello nel culo, fino al manico, dopo una tortura di quelle pesanti, chiedendogli: “Ti è piaciuto, negro? […] Te lo muovo?” Ma a quel punto squillò la tromba del rancio, e avevamo fame. “Andiamo” disse uno. “Lo lasciamo così?” chiese l’altro. “Tiralo fuori, ne sentirà la mancanza. Dai, presto, si fredda la polenta.” Tolsero il manganello di scatto, si creò un vuoto e insieme al bastone estrassero venti centimetri di intestino. Una fatica staccare le viscere dal manganello ma alla fine ce la fecero”
La frontiera scomparsa è un romanzo di formazione di Luis Sepúlveda. Arrestato e torturato in Cile nel 1973 dopo il colpo di stato di Pinochet, l’autore di questo libro passò sette mesi in una cella minuscola in cui era impossibile stare anche solo sdraiati. Al termine di un processo sommario del tribunale militare in tempo di guerra, tenuto a Temuco nel febbraio 1975 e nel quale Sepúlveda fu accusato di tradimento della patria, cospirazione sovversiva e appartenenza a gruppi armati, insieme ad altri delitti, il suo difensore d’ufficio – un tenente dell’esercito cileno – uscì dalla sala dove si celebrava il processo senza la presenza degli accusati che aspettavano in una stanza vicina, e con gesti euforici lo informò che per lui era andato tutto bene: era riuscito a liberarlo della pena di morte e in cambio lo si condannava solamente a ventotto anni di prigione; dopo tre anni, grazie al lavoro e alla costanza dei membri di Amnesty International, i venticinque anni ancora da scontare si tramutarono in otto di esilio, anche se in realtà poi si prolungarono a sedici.
Ecco cosa ci racconta Sepúlveda: “La stanza degli interrogatori era preceduta da una sala d’aspetto, come un ambulatorio medico. Lì ci facevano sedere su una panca con le mani legate dietro la schiena e un cappuccio nero in testa. Non ho mai capito la ragione del cappuccio, perché una volta dentro ce lo toglievano e potevamo vedere chi ci interrogava, i soldatini che con espressione di panico giravano la manovella del generatore elettrico, gli infermieri che ci applicavano gli elettrodi all’ano, ai testicoli, alle gengive, alla lingua, e poi ci auscultavano per decidere chi fingeva e chi era davvero svenuto sulla “griglia”. Quel giorno il primo a essere interrogato fu Lagos, un diacono degli straccivendoli di Emmaus. Da un anno lo tartassavano chiedendogli la provenienza di una dozzina di vecchie uniformi militari trovate nei magazzini degli straccivendoli. Erano una donazione di un commerciante che vendeva residuati militari. Lagos urlava per il dolore e continuava a ripetere tutto quello che la soldatesca voleva sentire: quelle uniformi appartenevano a un esercito invasore che si apprestava a sbarcare sulle coste cilene”.
Visto che la letteratura mi ha portato in Sudamerica, mi è tornato alla mente qualcosa che ha a che fare con un’area limitrofa, anche se gli aggrediti non erano dei detenuti.
Quando, nel giugno del 2007, presso il Tribunale penale di Genova presieduto da Gabrio Barone, fu ascoltato l’imputato Michelangelo Fournier, vicequestore e comandante del settimo nucleo sperimentale antisommossa del primo reparto mobile di Roma durante il G8 del 2001 a Genova, al comando del più grosso reparto entrato alla Diaz, oltre ad ammettere – rispondendo alle domande del pubblico ministero Enrico Zucca – che, una volta arrivato nella scuola, aveva “visto quattro poliziotti, due in divisa, due in borghese che al primo piano infierivano su una decina di persone a terra [che] non erano miei uomini”, riconfermò d’aver giudicato l’irruzione nella scuola “un’operazione di macelleria messicana”.
Credo sia lecito chiedersi perché ho messo tutta questa solerzia nel cercare estratti della letteratura così crudi, come mai abbia voluto soffermarmi su passaggi tanto macabri, perché ritenessi indispensabile riportare alla mente episodi a dir poco raccapriccianti. Provo a rispondere con una frase presa da Nel ventre della balena, una raccolta di saggi di George Orwell. È un estratto che temo rappresenti la sintesi di quanto gira nella testa di sempre più persone che, di fronte a certa cronaca, sono ormai incapaci di percorrere lo spazio che separa la ginnastica d’obbedienza da un gesto molto più umano che dia il senso della violenza, e finiscono col giustificare tutto: “Le azioni non sono buone o cattive di per sé ma in relazione a chi le compie e non esiste quasi alcun genere di violenza – la tortura, l’uso di ostaggi, il lavoro forzato, le deportazioni di massa, l’arresto indiscriminato, la mistificazione, l’assassinio, le bombe sugli inermi – che non cambi significato morale se commessa dalla “nostra” fazione”.
È una sintesi che, sempre più spesso, la ritrovo tra le pieghe di chi mi parla.
È una sintesi che, quotidianamente, provo a combattere con la memoria: che cos’è la memoria se non esperienza?
*scrittore e collaboratore dell’Osservatorio Repressione sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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