Carcere di Prato: stupri e torture in cella

Stupri, torture, brutalità e rivolte nel carcere di Prato: nuove perquisizioni. Le collusioni con gli agenti e le foto su Tik Tok

di Riccardo Chiari da il manifesto

L’ultima operazione di polizia nel carcere pratese della Dogaia, ieri, è durata sette ore ed è arrivata a meno di dieci giorni dalla maxi perquisizione di fine giugno durante la quale le forze dell’ordine avevano sequestrato cellulari, router e sostanze psicotrope di ogni tipo. Fatti che avevano portato il 5 luglio a una mini sommossa nella sezione di media sicurezza.

Dalla procura si fa sapere che la situazione è fuori controllo, compresi stupri e sevizie. Anche grazie, come annota la magistratura requirente, «alla libertà di movimento dei detenuti in permesso e la compiacenza di alcuni agenti penitenziari». Due gli episodi gravi sotto la lente della magistratura. Settembre 2023: un 32enne avrebbe violentato a più riprese il compagno di cella sotto minaccia di un rasoio. L’uomo è indagato per violenza sessuale aggravata. Un secondo fatto, tra il 12 e il 14 gennaio 2020, riguarda due detenuti di 36 e 47 anni che avrebbero torturato e stuprato per giorni un recluso tossicodipendente e omosessuale.

La vittima è stata brutalizzata con mazze, pentole bollenti, pugni e colpi in testa, costretto a subire rapporti sessuali ripetuti, a vivere in uno stato di terrore. Alle lesioni sono seguiti gravi traumi psicologici.

Nel carcere di Prato sono rinchiusi 576 detenuti, di cui 111 nel reparto di alta sicurezza. Sono stati trovati smartphone e router nascosti nei muri, nelle gambe dei tavoli, in doppifondi degli elettrodomestici e nel water. Al tempo stesso sono note le condizioni inumane della Dogaia, a partire da quelle igienico sanitarie con frequenti casi di scabbia. Nel solo 2024 ci sono stati 4 suicidi e 200 atti di autolesionismo. Una situazione esplosiva, aggravata da annose carenze di organico sia fra gli agenti (270 invece di 360) che fra il personale sanitario, con pochi medici, infermieri, psicologi e assistenti sociali. «Quella di Prato è una situazione complessa – il commento del garante regionale dei detenuti, Giuseppe Fanfani – ma non è un caso isolato. Mi riferisco soprattutto al carcere fiorentino di Sollicciano e a quelli di Livorno e Pisa, luoghi dove regna un abbandono generale, mancano gli strumenti di controllo, il personale e talvolta la sicurezza. Per non parlare dei direttori che cambiano ogni pochi mesi».

Ad aggravare ulteriormente la situazione, l’assenza di una pur minima vivibilità fra sovraffollamento in tutti gli istituti di pena, caldo soffocante in estate e gelo e umidità nelle stagione fredda. Pochi giorni fa a Sollicciano un detenuto di 57 anni di nazionalità austriaca con problemi psichiatrici ma chiuso in una cella senza neppure un ventilatore, è morto a causa di un malore. Dopo i due suicidi di gennaio e febbraio, è stata la terza persona che ha perso la vita nel penitenziario quest’anno. «È molto triste vedere morire una persona così, da solo in cella», ha commentato il cappellano di Sollicciano don Stefano Casamassima. «Era un malato psichiatrico che in quella cella non ci doveva stare – ha tirato le somme Fatima Benhijji, presidente dell’associazione Pantagruel – avrebbe dovuto essere trasferito in una clinica psichiatrica visto il suo stato di salute».

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