Cade l’accusa di danneggiamento contro l’attivista imputato per aver rimosso fiori e omaggi davanti alla teca dedicata a Mussolini e Petacci a Giulino di Mezzegra. La giudice: «Il fatto non sussiste». Per la difesa una sentenza destinata a segnare un precedente importante.
Si è concluso con un’assoluzione piena il processo a Cecco Bellosi, scrittore, operatore sociale e militante antifascista finito sotto processo per i fatti del 28 aprile 2023 a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, luogo in cui Benito Mussolini e Clara Petacci furono fucilati dai partigiani il 28 aprile 1945. La giudice ha assolto Bellosi con la formula più ampia: «il fatto non sussiste».
L’accusa contestava a Bellosi il danneggiamento della teca che ospita le immagini di Mussolini e Petacci, dopo che l’attivista aveva rimosso fiori e un vaso lasciati davanti all’effigie del dittatore durante le periodiche commemorazioni nostalgiche organizzate da gruppi neofascisti. Una vicenda che fin dall’inizio aveva suscitato forti polemiche nel mondo antifascista e interrogativi sul senso stesso di un procedimento penale nato attorno alla rimozione di omaggi dedicati al capo del regime fascista.
Fuori dal Tribunale di Como, nel giorno della sentenza, era presente un presidio promosso da ANPI, ARCI e numerose realtà antifasciste che hanno seguito il processo come una questione non solo giudiziaria ma anche politica e culturale.
Particolarmente significativa la lettura fornita dall’avvocato Davide Steccanella, difensore di Bellosi. Pur sottolineando che avrebbe preferito un riconoscimento esplicito del valore costituzionale del gesto compiuto dal suo assistito, Steccanella ha evidenziato come la sentenza stabilisca un principio importante: rimuovere fiori e omaggi dedicati a Mussolini non costituisce reato. Un passaggio che assume un peso simbolico rilevante in un Paese che continua a confrontarsi con la presenza di monumenti, lapidi e luoghi utilizzati per la celebrazione del fascismo.
La vicenda processuale aveva attirato l’attenzione ben oltre il territorio comasco. Come ricordato nei mesi scorsi da Altreconomia, Bellosi era stato accusato di aver danneggiato un manufatto considerato dall’accusa un bene esposto alla pubblica fede, nonostante il gesto contestato consistesse sostanzialmente nella rimozione di alcuni fiori lasciati in omaggio al dittatore. Lo stesso Bellosi aveva sempre rivendicato apertamente la propria azione, sostenendo che il vero problema non fosse la rimozione dei fiori, ma l’esistenza stessa di un luogo che ogni anno diventa punto di ritrovo per commemorazioni nostalgiche del fascismo.
All’uscita dall’aula, Bellosi ha ribadito la propria posizione: a Giulino di Mezzegra, ha affermato, dovrebbe esserci un monumento dedicato alla Resistenza e ai partigiani che contribuirono alla Liberazione, non un luogo utilizzato per rendere omaggio a Mussolini. Una riflessione che richiama una questione più ampia e mai realmente risolta nella storia italiana: il rapporto tra memoria pubblica, antifascismo e presenza di simboli che continuano a offrire spazio a forme di revisionismo e nostalgia del Ventennio.
L’assoluzione di Bellosi arriva inoltre in una fase caratterizzata da una crescente attenzione repressiva nei confronti di attivisti e movimenti sociali. Per questo molti osservatori leggono la sentenza anche come una battuta d’arresto rispetto alla tendenza a trasformare in questione giudiziaria comportamenti che appartengono alla sfera della libertà di espressione politica e dell’antifascismo militante.
La decisione del Tribunale di Como non chiude soltanto un processo. Riporta al centro una domanda che riguarda la memoria democratica del Paese: può essere perseguito penalmente chi contesta pubblicamente la celebrazione di una dittatura responsabile della soppressione delle libertà, delle leggi razziali e della guerra?
Per la giustizia, almeno in questo caso, la risposta è stata chiara: no.
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