Napoli, colpite le lotte per il lavoro. 39 condanne contro i Precari Bros


La Corte d’Appello conferma le condanne per 39 lavoratori protagonisti di oltre vent’anni di mobilitazioni. Per il movimento dei disoccupati si tratta di una sentenza politica che colpisce una delle più importanti esperienze di lotta per il lavoro e il reddito nel Mezzogiorno

Si è concluso con pesanti condanne il processo d’appello contro 39 ex Precari Bros di Napoli, protagonisti negli ultimi due decenni di una lunga stagione di lotte per il lavoro, il salario e la dignità. La Corte d’Appello partenopea ha confermato per diversi imputati pene superiori all’anno di reclusione, mentre per altri ha rideterminato la condanna in un anno con sospensione della pena. Tutti dovranno inoltre sostenere le spese processuali e alcuni sono stati condannati anche al risarcimento dei danni nei confronti di Trenitalia e ANM.

La sentenza arriva al termine di una vicenda giudiziaria che il movimento dei disoccupati organizzati considera da sempre una vera e propria operazione di criminalizzazione politica. Sul banco degli imputati non ci sono soltanto singoli episodi contestati dalla magistratura, ma un’intera esperienza collettiva di conflitto sociale che per oltre vent’anni ha attraversato Napoli e la Campania.

Gli ex Precari Bros rappresentano infatti una delle espressioni più significative delle lotte dei disoccupati organizzati nel Mezzogiorno. Nati nel contesto delle vertenze per il lavoro socialmente utile e per la stabilizzazione occupazionale, hanno costruito nel tempo un percorso di mobilitazione permanente contro precarietà, disoccupazione e marginalità sociale.

Per i lavoratori coinvolti e per le realtà solidali che hanno seguito il processo, la sentenza non può essere separata dal contesto politico generale. Viene letta come il punto di approdo di una lunga offensiva contro i movimenti sociali che si organizzano dal basso per rivendicare diritti e redistribuzione delle risorse.

Secondo questa lettura, il procedimento giudiziario sarebbe stato costruito attraverso un impianto accusatorio finalizzato a trasformare una vertenza sociale in un problema di ordine pubblico. Un meccanismo che negli anni ha riguardato numerose esperienze di lotta, dai movimenti per la casa a quelli territoriali, passando per le mobilitazioni studentesche e dei lavoratori.

Particolarmente contestato è il ruolo svolto dagli apparati investigativi e giudiziari nella costruzione dell’inchiesta. I movimenti parlano apertamente di un teorema repressivo sviluppato nel corso degli anni attraverso una sistematica rappresentazione criminalizzante delle lotte dei disoccupati. Una rappresentazione spesso amplificata da una parte dell’informazione locale che ha contribuito a costruire nell’opinione pubblica l’immagine dei movimenti sociali come problema di sicurezza anziché come espressione di un disagio sociale profondo.

La vicenda assume oggi un significato ancora più ampio alla luce del quadro normativo costruito negli ultimi anni. Il decreto Sicurezza e l’inasprimento delle misure contro blocchi stradali, occupazioni e manifestazioni hanno rafforzato una tendenza già presente da tempo: affrontare il conflitto sociale attraverso gli strumenti del diritto penale anziché attraverso risposte politiche e sociali.

È una trasformazione che riguarda l’intero Paese. Le lotte per il lavoro, per il reddito, per la casa e per i diritti vengono sempre più spesso interpretate come questioni di ordine pubblico. I soggetti che le promuovono diventano destinatari di procedimenti giudiziari, misure cautelari, fogli di via e sanzioni economiche.

Nel caso dei disoccupati napoletani questa dinamica appare particolarmente evidente. Perché a essere colpita non è soltanto una protesta specifica, ma una storia collettiva di organizzazione popolare che ha messo in discussione per anni un sistema fondato su precarietà, clientelismo, lavoro nero e sfruttamento.

Per gli ex Precari Bros la battaglia giudiziaria non è comunque conclusa. I difensori hanno già annunciato il ricorso in Cassazione e la richiesta di annullamento delle condanne. L’obiettivo dichiarato resta quello della piena assoluzione.

Al di là dell’esito processuale, la sentenza riapre però una questione politica più generale: quale spazio resta oggi per le lotte sociali in un contesto in cui il conflitto viene sempre più spesso trattato come una minaccia da reprimere piuttosto che come una domanda di giustizia da ascoltare?

È una domanda che riguarda Napoli, ma anche il futuro delle libertà democratiche e del diritto di organizzarsi collettivamente per difendere lavoro, salario e dignità sociale.


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