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“Abolire il carcere è un processo” non un’utopia.

Intervista a Luigi Manconi. “C’è un motivo profondo di natura psicologica, per cui il carcere è rimosso dalle coscienze individuali e collettive, perché è il luogo dove sono reclusi quelli che hanno compiuto il male e nutriamo l’idea inconscia che con loro sia recluso il male stesso”. 

a cura di Elisa Benzoni per Diogene

Luigi Manconi (nota biografica a margine) è autore assieme a Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta, del libro “Abolire il carcere”, Chiarelettere, alla sua nuova edizione (la prima è stata pubblicata nel 2015).

“Il carcere è dunque il luogo dove il male può essere recluso, perché è altro da noi. Perché fa a tutti comodo, anche psicologicamente, pensare che ci sia un luogo atto a contenere la tentazione di compiere il male. Lì nel carcere rimarranno dunque coloro che a quella tentazione hanno ceduto e con loro la tentazione stessa. Un fantasma chiuso e isolato. È il modo di soddisfare una pulsione sociale che richiede segregazione ed espiazione attraverso il dolore”.

Ma questa non è una visione politica collettiva è una reazione dell’inconscio… Mentre i dati citati nel suo libro fanno paura. Numero di suicidi, sovraffollamento, percentuale di coloro che torna a commettere reati dopo il carcere, percentuale dei reati gravi sulla popolazione carceraria: tutto ci dice inequivocabilmente che stiamo sbagliando. Ma non abbandoniamo questa strada. Perché?

“Perché a nessuno fa comodo parlare di carcere proprio per i motivi psicologici di cui accennavo. Parlare di detenuti non è popolare ed è controproducente in termini di consenso elettorale. C’è una rimozione politica e sociale che fa sì che ogni progetto che riguarda la detenzione o le misure alternative ad essa, venga guardato con sospetto. E oggi, men che mai, si vede la prospettiva di riforme radicali; ma tutti quei numeri tremendi indicano che ricorrere alle misure alternative è necessario. Quando parliamo di abolizione del carcere dobbiamo necessariamente pensare di passare da qui. L’abolizione è un processo e la nostra non è una provocazione. È, invece, un programma politico e una strategia normativa. Abolire il carcere significa lavorare affinché costituisca davvero l’extrema ratio e nel carcere rimangano solo i socialmente pericolosi e si stima che i detenuti davvero pericolosi e i grandi criminali, costituiscano appena il 10 per cento del totale”.

Quale evoluzione ha subito il concetto di pena nell’ultimo decennio?

“Nella mentalità collettiva è visibile sul tema una evoluzione. C’è una crescita del numero di cittadini che ritengono necessario ricorrere maggiormente alle pene alternative, e che si rendono conto dell’importanza del lavoro in carcere e per i detenuti in generale. Sono piccoli passi ma non si può non considerali soprattutto quando i numeri negativi ci portano a tutt’altre considerazioni”.

Numeri che disegnano una realtà carceraria critica.

“Sì perché oggi, 11 novembre, abbiamo raggiunto il drammatico numero di 77 suicidi in carcere. Un numero tremendo che eguaglia il dato di quando in carcere si contavano 10 mila presenze in più. Un tasso di suicidi che è 17 volte superiore al dato nazionale. A cui si aggiungono 100 suicidi in 10 anni dei poliziotti penitenziari (dato di molto superiore a quello di altre forze dell’ordine). E due risalgono alle ultime ore. Perché è il sistema a essere malato e contagioso. E prosaicamente aggiungo così per sommare numeri funesti a numeri funesti che quasi il 70 per cento di coloro che escono dal carcere tornano a commettere reati. Il carcere è una istituzione insostenibile sotto il profilo giuridico e politico, sociale e finanziario”.

Quale è la tendenza sul tema a livello internazionale, ammesso ce ne sia una unica, e un unico atteggiamento?

“Pessima ma migliore della nostra. Cito due casi su tutti. In Germania il 50% delle pene si risolvono in sanzioni pecuniarie (commisurate al reddito del condannato stesso). In Norvegia il massimo della pena è di 22 anni, poi si valuta se aggiungerne altri 5. Ma solo se il condannato continua a rappresentare un pericolo sociale. Perché la certezza della pena non vuol dire rigidità ma prevede anche la flessibilità”.

Gli anni Settanta erano gli anni della legge Gozzini. Ma anche dello statuto dei lavoratori, della legge sull’aborto, di quella sul divorzio, della riforma della polizia, della legge Basaglia. Questo per dire che il contesto di riferimento era un contesto riformatore e di grandi cambiamenti. Pensa che sia possibile oggi prendere seriamente in considerazione un processo di riforma del carcere?

“Gli anni Settanta sono ricordati sempre come gli Anni di Piombo, dimentichiamo lo spirito autenticamente riformatore che li attraversò. Certo oggi la riforma carceraria ha margini strettissimi, ma il senso di realtà non può farci dimenticare quei 77 morti suicidi. È un dato che politicamente non si può ignorare proprio nel quadro generale della crisi del sistema carcerario. Ma la mia speranza è una riforma dall’interno, una amministrazione penitenziaria che abbia una visione intelligente e razionale. Una riforma di passi, anche piccoli, ma ben saldi. È questa la strada”.

Nuove ipotesi di reato, nuove incarcerazioni, cosa prevede per il futuro?

“Carlo Nordio, neo ministro della Giustizia, appena nominato ha detto: ‘la pena non coincide necessariamente con il carcere’. Ma subito in Fratelli d’Italia si sono affrettati a dichiarare il contrario”.

Nota biografica: Luigi Manconi è un intellettuale e un politico, già docente di Sociologia dei fenomeni politici, e già presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. È stato parlamentare per tre legislature, e Sottosegretario di Stato alla Giustizia nel secondo governo Prodi. È stato il primo Garante dei diritti delle persone private della libertà presso un’amministrazione comunale (quella di Roma). Nel 2001 ha fondato ‘A buon diritto’ di cui tuttora è presidente.
Ma una biografia dice poco di una persona in generale, e questo vale ancora di più per Manconi.
Lo ho conosciuto nel 1999, e chiudiamo così l’intervista andando alla sostanza: ma poi hai avuto figli? E con chi? E quanti anni hanno? E questo dice molto della sua biografia.

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