Il 22 luglio 1978, a Torino, si apre l’ennesimo procedimento giudiziario contro il quotidiano Lotta Continua, una delle più importanti esperienze giornalistiche e politiche della sinistra extraparlamentare italiana. Sul banco degli imputati finiscono sei ex direttori responsabili della testata e trentasei militanti, accusati di una serie di reati d’opinione che fotografano il clima politico e giudiziario dell’epoca: “istigazione ai militari a disobbedire alle leggi”, “apologia sovversiva e antinazionale” e “istigazione a delinquere”.
Tra gli imputati figurano nomi di primo piano della cultura e della politica italiana: Pier Paolo Pasolini, Marco Pannella, Roberto Roversi, Piergiorgio Bellocchio, Pio Baldelli e Gianfranco Pintore. Nessuno di loro appartiene realmente all’organizzazione Lotta Continua. Molti avevano accettato di prestare il proprio nome come direttori responsabili del giornale, pratica allora frequente per consentire la pubblicazione della testata e difenderne il diritto di espressione.
La storia di questi procedimenti giudiziari affonda le radici nei primi anni Settanta. Fin dalla sua nascita, il giornale era diventato uno degli obiettivi privilegiati della magistratura torinese, che contestava articoli, editoriali, campagne politiche e prese di posizione contro l’esercito, la leva obbligatoria, la repressione poliziesca e l’apparato statale. I reati contestati erano quelli tipici della legislazione d’opinione sopravvissuta all’Italia repubblicana: vilipendio, istigazione alla disobbedienza, apologia sovversiva, offesa alle istituzioni.
La presenza di Pasolini e Pannella tra gli imputati assume un significato particolare. Entrambi avevano scelto di assumere formalmente la responsabilità della testata non per adesione politica all’organizzazione, ma per difendere il principio della libertà di stampa. Lo stesso Marco Pannella era già stato coinvolto in altri procedimenti per articoli pubblicati sul giornale, proprio in relazione alle accuse di istigazione alla disobbedienza dei militari.
Il processo si svolge in uno dei momenti più tesi della storia repubblicana. Sono passati appena due mesi dall’assassinio di Aldo Moro e il clima dell’emergenza domina la vita politica italiana. Le organizzazioni armate sono al centro dell’attenzione pubblica, le leggi speciali si moltiplicano e ogni forma di dissenso radicale rischia di essere assimilata alla sovversione. In questo contesto, procedimenti come quello contro Lotta Continua assumono un significato che va oltre le singole imputazioni: diventano parte di un più ampio confronto sul rapporto tra libertà di espressione e repressione politica.
Lotta Continua, scioltasi come organizzazione nel 1976, continua infatti a pubblicare il proprio quotidiano fino al 1982. Il giornale rappresenta ancora uno spazio di dibattito per movimenti, sindacalisti, intellettuali e militanti della nuova sinistra. Proprio per questo continua a essere oggetto di sequestri, denunce e procedimenti giudiziari.


