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Uccisero Giuseppe Uva di botte, ma dopo sette anni “rischiano” di farla franca

Il caso di Giuseppe Uva è gomitolo inestricabile di carte, perizie, udienze, pareri, lungaggini varie, polemiche, querele e controquerele. Una storia che si apre e si chiude dal 14 giugno del 2008, quando Giuseppe, 43 anni, di professione falegname, venne fermato ubriaco alle 3 di notte in centro a Varese. Insieme al suo amico Alberto Biggiogero stava spostando una transenna. Una bravata nel bel mezzo di una notte alcolica, niente di più.

Arrivarono i carabinieri e li portarono entrambi nella caserma di via Saffi. Qui comincia un buco di due ore, che porta direttamente alle 5 del mattino, quando Giuseppe Uva sarebbe entrato al pronto soccorso con un Tso. Alle 10 la morte per arresto cardiaco, su un lettino del reparto di psichiatria.

Sette anni di indagini non sono riuscite a chiarire cosa sia successo durante le due ore in caserma: il processo a carico di due carabinieri e cinque poliziotti, comunque, è cominciato nei mesi scorsi, ma sul procedimento incombe l’ombra lunghissima della prescrizione, che interverrà il prossimo 15 dicembre per tutti i reati addebitati agli agenti (abuso di potere, arresto illegale e abbandono d’incapace) a parte quello più pesante, l’omicidio preterintenzionale. In buona sostanza, forse si riuscirà ad arrivare a una sentenza di primo grado, ma è praticamente impossibile che il caso possa finire in Cassazione: la verità giudiziaria non ha possibilità di esistere.

In realtà, già nel 2012 un processo per la morte di Giuseppe Uva fu celebrato, a Varese. L’accusa decise di seguire la pista della malasanità e sul banco degli imputati ci finì un medico, che venne assolto con formula pienissima nell’aprile del 2012. Nel leggere la sentenza, il giudice ordinò anche di effettuare nuove indagini su quello che sarebbe accaduto in caserma, prima dell’ingresso di Giuseppe in ospedale. Il pm allora incaricato delle indagini, Agostino Abate, non la prese affatto bene e parlò apertamente di pregiudizi nei confronti del suo operato.

Proprio Abate, insieme alla sua collega Sara Arduini, un anno e mezzo fa, divenne protagonista dell’incredibile interrogatorio all’unico testimone di quella nottata, Biggiogero. Il video di quanto accaduto è su Youtube: quattro ore di sostanziale massacro, con il teste finito nel pallone, bombardato da domande e da atteggiamenti che in molti hanno definito quasi intimidatori, o quantomeno molto aggressivi, più del lecito per una persona che, in fondo, è soltatanto “informata dei fatti” e non accusata di niente. Biggiogero voleva un caffè, Abate gli risponde: “Ha bisogno di drogarsi? Il caffè è una droga”. Giusto per dire dell’aria che si respirava.

Nel dicembre del 2013 il procuratore generale della Corte di Cassazione Gianfranco Ciani ha inviato al ministro della giustizia e al Csm una richiesta di procedimento disciplinare contro il pm di Varse. Secondo Ciani, durante le indagini, Abate “è venuto meno agli obblighi generali di imparzialità, di correttezza e di diligenza”. Inoltre, sempre Abate, durante la sua gestione dell’inchiesta, aveva aperto ben tre fascicoli: uno contro i medici dell’ospedale di Varese – che non avrebbero curato Uva in modo adeguato, uno contro la sorella della vittima, Lucia, e uno contro alcuni giornalisti che si ostinavano a definire la morte dell’uomo come conseguenza di un pestaggio da parte di polizia e carabinieri.

Insomma, la procura se l’è presa con tutti, proprio con tutti, tranne che con quelli che poi sarebbero stati rinviati a giudizio, cosa avvenuta (ovviamente, verrebbe da dire) soltanto dopo che sono stati cambiati i pm responsabili dell’inchiesta, dopo che il gip di Varese, per ben due volte, aveva rispedito al mittente la richiesta di archiviazione (vergata, va da sé, dalla coppia Abate – Arduini) per gli agenti, arrivando infine all’imputazione coatta. Questi i loro nomi, per la cronaca e per la storia: Paolo Righetti, Stefano Del Bosco, Gioacchino Rubino, Luigi Empirio, Pierfrancesco Colucci, Francesco Barone, Bruno Belisario e Vito Capuano.

“Il dottor Abate – scrisse ancora Ciani – ha pregiudizialmente eluso una puntuale disposizione del Tribunale ed ha violato le norme del procedimento che impongono al pubblico ministero di svolgere le indagini necessarie per l’accertamento dei fatti”. Ovvero: malgrado gli sia stato detto da chiunque di indagare su quanto avvenuto nella caserma di via Saffi, lui ha puntualmente evitato di farlo: per questo sarebbe venuto meno “il dovere generale di correttezza” da parte dell’investigatore.

Non solo, Abate è anche accusato “contrariamente al vero, di avere già svolto le indagini preliminari anche nei confronti di tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine” e, inoltre, avrebbe tenuto “una condotta ingiustificatamente aggressiva e intimidatoria” verso i periti nominati dal tribunale per relazionare sulle cause della morte di Uva. Già, Giuseppe Uva.

In questo intreccio di procedure giudiziarie e indagini svolte solo per modo di dire, sembra quasi che la sua morte sia passata in secondo piano. Ormai, quando si parla della sua storia, si passa più tempo a parlare di cosa è successo ‘dopo’ e mai di cosa sarebbe successo “durante”. Questo rende il suo un caso di scuola per quello che riguarda la malapolizia: il polverone che si alza intorno a vicende del genere è sempre altissimo, quasi impenetrabile, e tra polemiche e rimpalli, la verità dei fatti diventa sempre più sfuggente.

E quindi, cosa si sa dei fatti di via Saffi? Si sa, ad esempio, la versione di Biggiogero, che era in un’altra stanza rispetto a quella in cui c’erano Uva e gli agenti. Alberto sentiva il suo amico lamentarsi e gridare “Basta!”. Non sapendo cosa fare, chiamò il 118, la conversazione che ne seguì – tutta agli atti – ha del surreale: “Sì, buonasera, sono Biggiogero, posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi, all’Arma dei Carabinieri?” “Sì, cosa succede?” “Eh, praticamente, stanno massacrando un ragazzo” “Ma in caserma?” “Eh, sì…” “Ah, ho capito, va bè, adesso la mando, eh…” “Grazie”.

Pochi minuti dopo è il 118 a chiamare la caserma per chiedere spiegazioni, e i carabinieri spiegano di essere soltanto in presenza di due ubriachi, ai quali verrà tolto il cellulare. Passano altri minuti e i ruoli si ribaltano: i carabinieri chiamano il 118 per chiedere un Tso.

Secondo la denuncia dei militari, durante le due ore di fermo, Giuseppe Uva era agitato, quasi incontenibile nella sua furia: “Hanno scritto che quella notte lì Giuseppe si picchiava. Ma io dico, cosa facevano loro? Godevano a vedere una persona che si picchiava?”, domanda Lucia, la sorella coraggiosa che ha trovato la forza di sfidare tutto e tutti alla ricerca della verità per suo fratello.

Comunque sia, in ospedale a Uva vengono somministrati vari farmaci per sedarlo. In mattinata, il cuore dell’uomo smetterà di battere per sempre.

Per Lucia, per i suo avvocati e per tanti altri, Giuseppe quella notte in caserma è stato picchiato. Ignoti, o quasi, i motivi: si parla di una sua relazione con la moglie di un poliziotto, che poi avrebbe colto l’occasione per fargliela pagare. Questa storia – insieme ad altre dichiarazioni – sta costando a Lucia Uva un processo per diffamazione, cominciato la settimana scorsa a Varese. Stessa sorte toccò a un giornalista delle Iene Mauro Casciari, al direttore di Italia Uno Luca Tiraboschi e al documentarista e scrittore Adriano Chiarelli: alle forze dell’ordine non sono piaciute le loro opinioni sul caso Uva. In prima linea c’è Gianni Tonelli, il segretario generale del Sap, il Sindacato autonomo di polizia, quello degli applausi agli agenti condannati per l’omicidio Aldrovandi. A suo giudizio gli agenti sarebbero vittime innocenti di un’ingiustificata campagna denigratoria.

E ora? Ora la situazione, va da sé, è complicatissima, in un nugolo di atti processuali e polemiche più o meno violente, una situazione ai limiti del teatro dell’assurdo in cui realtà, finzione, bugie e verità si mischiano con la perenne sensazione d’ingiustizia diffusa, senza continuità. Il mistero troverà mai una soluzione? Difficile, almeno in tribunale. Per il resto il caso Uva rimane una pietra miliare della narrazione della malapolizia: in sette anni se ne sono viste di tutti i colori. E non è ancora finita.

Damiano Aliprandi da Il Garantista

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