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Gli Improta: dal caso Di Pietro/D’Adamo alla vicenda Shalabayeva passando per il pestaggio di Gugliotta.

Gli Improta’s, una dinasty di dirigenti di Polizia. Una dinasty spesso nelle cronache giornalistiche nazionali per episodi pesanti e controversi.

Il padre, Umberto Improta, scomparso una decina di anni fa. Fu responsabile dell’ufficio politico della questura di Napoli nei primi anni 70, poi passò all’UCIGOS quindi fu questore a Roma. Ebbe l’incarico di prefetto di Napoli. Il suo nome è tornato alla ribalta , negli ultimi anni , per un articolo de l’Espresso del 5 aprile 2012, in quanto Improta era risultato a capo della squadra detta “Ave Maria” che si occupava di torturare i detenuti per terrorismo. Nella squadra era presente il dirigente di polizia Nicola Ciocia, soprannominato “prof. De Tormentis”. Il Commissario Genova, pentito degli atti di tortura, di cui era a conoscenza, ha rilasciato numerose dichiarazioni confermando le accuse di alcuni brigatisti rossi e riferendo l’uso massiccio di tortura dell’acqua salata, ma anche di violenze sessuali e abusi psicologici, oltre alle normali tecniche di interrogatorio. Lo Stato italiano in nessun esponente apicale ha chiesto mai scusa per le torture inflitte dalla squadra dell’Ave Maria: cosa che ancora oggi fa ribrezzo, al di là di facili buonismi retorici di circostanza sovente profferiti!

Umberto Improta almeno altre due volte “uscì” sui giornali.

Negli anni 90 fu coinvolto nello scandalo dei fondi neri del SISDE per essere poi prosciolto. Leggiamo da la Repubblica del 4 marzo 1995 “ Come i ministri Gava e Scotti, anche i prefetti pagati decine di milioni il mese con i fondi neri del Sisde usavano i soldi solo “a fini istituzionali”. E’ quanto ritengono i magistrati della procura romana che propongono per questo l’ archiviazione dell’ indagine sul prefetto di Napoli Umberto Improta (12 milioni il mese), sull’ ex capo di gabinetto del Viminale Raffaele Lauro (60 milioni), su Enzo Mosino, ex addetto alla sicurezza del Quirinale (tre milioni), Mario Iovine, ex prefetto di Firenze (tre milioni) e Arnaldo Grilli, già vicedirettore del Sisde (otto milioni).”

Sempre negli anni 90 avvenne un episodio che non ebbe inopinatamente riscontri penali, ma ebbe vasta eco mediatica: il caso D’Adamo/Di Pietro.

Il Corriere della sera del 13 gennaio 1996 così scrive Tutto inizia . come rivela L’ Espresso nel suo ultimo numero . l’ otto novembre scorso. La Digos consegna ai pubblici ministeri bresciani un rapporto in cui, sulla base dell’ intercettazione di una telefonata tra Silvio Berlusconi e il costruttore Antonio D’ Adamo, vecchio amico di Antonio Di Pietro, emerge tutta la preoccupazione del leader di Forza Italia per quello che sembra un imminente ingresso in politica dello stesso Di Pietro. E non solo. “Ingegnere, siamo nelle sue mani…”, esordisce Silvio Berlusconi, che chiede all’ interlocutore un aiuto per “fermare” l’ azione di Tonino. In cambio di che cosa? D’ Adamo lo rivela, due ore dopo, in una telefonata a un familiare in cui riferisce del colloquio con Silvio e annuncia di aver finalmente risolto i problemi finanziari delle proprie aziende proprio grazie al “dottore”. D’ Adamo si attiva subito. Contatta l’ avvocato Giuseppe Lucibello, un altro vecchio amico di Tonino. E intanto la Digos . secondo quanto scrive L’ Espresso . comincia a tenere d’ occhio il costruttore spiando e fotografando i diversi incontri tra lo stesso D’ Adamo e Berlusconi, ad Arcore e a Roma. Il costruttore si rivolge anche a Umberto Improta, ex questore di Milano e poi prefetto di Napoli. Il coinvolgimento nel “complotto” si allarga. Verso la meta’ di novembre, i due fratelli Berlusconi, Improta e D’ Adamo sono gia’ nel registro degli indagati. Il gip Di Martino da’ il via libera all’ intercettazione dei telefoni dell’ ex questore, di D’ Adamo e anche di tutti quelli in uso a Di Pietro, che in questa vicenda sarebbe parte lesa. Le autorizzazioni portano date comprese tra l’ 11 e il 17 novembre. Ma, allo scadere dei 15 giorni, il giudice delle indagini preliminari non concede una proroga delle intercettazioni. E dalle motivazioni dei relativi decreti si capisce che il giudice non crede piu’ all’ ipotesi del complotto. “Dagli atti sin qui assunti . scrive Anna Di Martino ., emerge che la realta’ non ha piu’ connotati di rilevanza penale … non si evidenziano azioni atte a impedire all’ ex magistrato Antonio Di Pietro l’ esercizio dei suoi diritti politici o a ledere il suo patrimonio … sull’ utenza di Di Pietro non si sono registrate conversazioni tali da significare “pressioni” penalmente apprezzabili”. Eppure, la Digos, nei suoi rapporti, definisce “significative” le telefonate intercettate sul cellulare di D’ Adamo. L’ annotazione si riferisce alle chiamate dell’ ex agente del Sisde Massimo Improta, figlio dell’ ex prefetto, che organizzo’ un incontro tra il padre e il costruttore, durante il quale D’ Adamo compose il numero di Di Pietro, il quale pero’ non era in casa. Improta lascio’ un messaggio . secondo quanto scrive L’ Espresso . ma non fu richiamato

Quindi Umberto Improta fa da assecondatore di alcuni tentativi anomali di Berlusconi di “fermare” l’azione di Tonino di Pietro; il principio dell’imparzialità della Pubblica Amministrazione rimane un po’ indietro in circostanze del genere! Un particolare: in questa vicenda il Corriere della Sera cita il coinvolgimento, in ausilio al padre Umberto, di Massimo Improta, definito agente del SISDE: quindi parliamo di Improta figlio, presumibilmente poliziotto come era per gran parte degli agenti del SISDE. Il coinvolgimento di Massimo nella vicenda risulta dettagliatamente anche dalla DOMANDA DI AUTORIZZAZIONE ALL’UTILIZZAZIONE DI INTERCETTAZIONI DI CONVERSAZIONI TELEFONICHE NEI CONFRONTI DEL DEPUTATO BERLUSCONI nell’ambito di due procedimenti penali (n. 1519/95 e n. 3379/95 RGNR Proc. Trib. Brescia) del 15 maggio 1996.

I due figli di Umberto Improta, Massimo e Maurizio, intraprendono ambedue la carriera in polizia.

Maurizio comincia la carriera dice Andrea Palladino de il Fatto, partendo dai servizi di sicurezza interni. Una passione, quella per l’intelligence, che ha mantenuto, continuando a collaborare con la rivista del Sisde Gnosis’per passare poi alla Criminalpol e infine alla Questura romana. Maurizio diventa assai noto durante il caso nel maggio 2013 della orrenda illegal rendition della signora Shalabayeva e della sua figlioletta al dittatore kazako Nazarbayev, in quanto è il dirigente dell’Ufficio stranieri della Questura di Roma. Come è noto la vicenda Shalabyeva è stato oggetto di dure “censure” unanimi da parte della stampa internazionale Come era più che ragionevole aspettarsi Massimo Improta ha avuto la comunicazione della fine delle indagini dalla Procura di Roma, cosa che in genere prelude al rinvio a giudizio, intorno alla metà di aprile del 2015. Ma, contrariamente a quanto uno si poteva aspettare, dopo le polemiche e le prime indagini sul caso Shalabyeva, Massimo Improta ha avuto piuttosto una promozione: e cioè Questore a Rimini!

E torniamo all’altro figlio di Umberto Improta, Massimo. Il Corriere della Sera del 9 maggio 2015 scrive: Altre quattro condanne di poliziotti per il pestaggio di Stefano Gugliotta, la notte del 5 maggio 2010 nei pressi dell’Olimpico. Guido Faggiani, Adriano Cramerotti, Andrea Serrao e Roberto Marinelli sono stati riconosciuti colpevoli di calunnia e falso e a loro sono stati inflitti cinque anni reclusione dal giudice monocratico Clementina Forleo. Disposta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e un risarcimento in favore di Gugliotta, assistito dagli avvocati Cesare ed Eleonora Piraino, di 100mila euro. A giugno, i quattro agenti del reparto celere erano stati già condannati a 4 anni di reclusione (e 40mila euro di risarcimento), assieme a cinque colleghi, per il pestaggio del giovane romano, oggi 29enne. Quel 5 maggio si giocava la finale di Coppa Italia tra Roma e Inter e Gugliotta era in scooter con amico che aveva una gamba ingessata e le stampelle in braccio. I due vennero fermati mentre procedevano lenti verso una festa poco distante e aggrediti da un poliziotto che li scambiò per tifosi coinvolti negli scontri avvenuti poco prima. «Dove andate?», e subito un schiaffo al ragazzo incredulo, come racconta un video girato da un balcone con un telefonino e decisivo per arrivare alla verità. Pochi attimi, neanche il tempo di provare a spiegare e arrivarono gli altri poliziotti in tenuta anti-sommossa e si lanciarono sul ragazzo, che riportò ferite in più punti, tra cui un dente rotto. Portato in una camionetta Gugliotta venne poi costretto a firmare il falso verbale di resistenza pubblico ufficiale per il quale passò anche una settimana in carcere. Ieri le condanne, che non esauriscono gli strascichi giudiziari della vicenda. Per lo steso verbale falso è pendente il processo anche a carico dell’ex vicequestore Massimo Improta (prima udienza a luglio). In attesa di giudizio, infine, per lesioni, anche un altro agente, il decimo di quella aggressione a un innocente.»

A parte la vicenda già citata della sua gioventù nel caso Di Pietro/d’Adamo, Massimo Improta è ben noto a Roma come dirigente di polizia dai modi, diciamo, spicci e duri. Nel 2012 di lui per esempio l’Osservatorio si era già occupato per i suoi modi, inconsueti, di gestire l’ordine pubblico a Roma ( http://www.osservatoriorepressione.info/il-tar-di-roma-revoca-lordinanza-anti-cortei-di-alemanno/ ) : avevamo visto giusto, evidentemente, a segnalare alcuni eventi paradigmatici.

Massimo Improta è tornato recentemente nel 2014 a far parlare di sé in occasione degli incidenti di Tor di Quinto a Roma, successivi ai proiettili di Gastone che ferirono mortalmente il tifoso napoletano Ciro Esposito. Anche se Improta, vice questore, non appartiene alla Digos o alla Celere, si trovava a Tor di Quinto in quei frangenti col manganello in mano: c’è da dire che essendone un maestro dell’uso, riuscì a evitare il peggio per una poliziotta caduta per terra in un nugolo di tifosi napoletani furiosi: ma proprio lui col manganello doveva essere là, già coinvolto penalmente nel caso Gugliotta?

In Italia abbiamo avuto la schifezza della squadra di torturatori dell’Ave Maria sotto l’egida di Umberto Improta. E’ un episodio del passato. E noi dei morti abbiamo pietas, al contrario di quei poliziotti come Tortosa. Però del passato bisogna sapere e analizzare, senza finzioni retoriche. Ma parlando del presente, un paese democratico ha bisogno di persone nelle forze dell’ordine che rispettino l’imparzialità della Pubblica Amministrazione, che usino il meno possibile il manganello, che ribrezzino la tortura. Di altri profili di persone, anche appartenenti a varie dinasties, non se ne sente francamente il bisogno, a meno di non volere svoltare “verso” ipotesi autoritarie del tipo della Turchia, o peggio del Kazakistan o Azerbaijan, così stimati dal nostro Ministro degli Interni Angiolino Alfano del governo Renzi.

Maimonide e Mephisto

Comments ( 1 )

  • Delle “prodezze” nella carriera di Umberto Improta avete dimenticato quella che probabilmente gli ha spalancato le porte della sua carriera: Improta nel 1969 lavorava nell’Ufficio Politico della Questura di Roma. In questo suo incarico è stato uno dei cardini nella montatura antianarchjica sulla strage di Stato del 12 dicembre 1969 e nella costruzione del “mostro” Pietro Valpreda.

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