Una motovedetta libica donata dall’Italia spara contro la Sea-Watch 5

Dopo il salvataggio di 90 persone nel Mediterraneo centrale, miliziani libici aprono il fuoco contro la nave umanitaria. È il risultato criminale degli accordi tra Italia, Unione Europea e Libia per esternalizzare respingimenti e repressione delle migrazioni

Il Mediterraneo continua a trasformarsi in una zona di guerra contro i migranti e contro chi prova a salvarli. Questa volta a finire sotto attacco è stata la nave umanitaria Sea-Watch 5, bersagliata da colpi d’arma da fuoco dopo aver soccorso 90 persone in difficoltà nella zona Sar libica.

Lunedì 11 maggio, al termine di un’operazione di salvataggio di un’imbarcazione alla deriva partita dalla Libia, l’equipaggio della ong tedesca Sea-Watch ha denunciato di essere stato avvicinato da due motovedette libiche. Una di queste, secondo quanto riferito dall’organizzazione, avrebbe aperto il fuoco contro la nave umanitaria esplodendo almeno quindici colpi.

A bordo della Sea-Watch 5 c’erano novanta persone appena salvate dal mare, tra cui due prive di sensi. Donne, uomini e probabilmente minori che avevano appena evitato di morire annegati e che si sono ritrovati immediatamente dentro un nuovo incubo: una motovedetta che minacciava l’abbordaggio e sparava nella loro direzione.

La denuncia della ong è pesantissima perché una delle imbarcazioni coinvolte nell’attacco sarebbe la Ras Jadir, una motovedetta donata dall’Italia alla cosiddetta guardia costiera libica. Una struttura che da anni organizzazioni internazionali, Nazioni Unite e inchieste giornalistiche collegano a violenze sistematiche, respingimenti illegali, torture, sequestri e collusioni con le milizie che controllano i traffici di esseri umani.

Non si tratta dunque di un incidente isolato. È la conseguenza diretta delle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere. L’Unione Europea e il governo italiano hanno scelto da anni di delegare il controllo migratorio a soggetti armati libici, finanziandoli, addestrandoli e fornendo mezzi navali in cambio del blocco delle partenze.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: milizie che operano fuori da qualsiasi reale controllo democratico, che intercettano persone in fuga per riportarle nei lager libici e che arrivano persino a sparare contro una nave civile impegnata in un soccorso umanitario in acque internazionali.

La Sea-Watch ha parlato apertamente di una “palese violazione del diritto internazionale”. Eppure né il governo italiano né quello tedesco, interpellati dall’equipaggio durante l’attacco, avrebbero fornito supporto concreto alla nave.

Anzi, dopo le minacce ricevute, l’Italia ha assegnato alla Sea-Watch 5 il porto di Brindisi, a quattro giorni di navigazione dal luogo del soccorso. Una pratica ormai abituale con cui il governo continua a colpire le navi umanitarie imponendo sbarchi lontanissimi, sottraendo mezzi di soccorso al Mediterraneo centrale e aumentando tempi, costi e rischi operativi.

Mentre le ong vengono ostacolate, fermate amministrativamente e criminalizzate, le milizie libiche continuano invece a essere considerate interlocutori legittimi. Persino dopo episodi gravissimi come questo.

Il quadro diventa ancora più inquietante osservando quanto sta avvenendo sul piano geopolitico. Negli stessi giorni in cui la Sea-Watch 5 veniva attaccata, proseguivano i progetti europei per rafforzare il coordinamento marittimo libico anche nella Cirenaica controllata dal generale Haftar. L’obiettivo è consolidare un sistema di respingimento delegato che permetta all’Europa di continuare a bloccare i migranti lontano dai propri confini, evitando responsabilità dirette.

È questa la vera architettura della Fortezza Europa: non un sistema di salvataggio, ma un dispositivo militare e amministrativo costruito per impedire l’accesso, delegando la violenza a soggetti terzi e trasformando il Mediterraneo in una frontiera armata.

Che una motovedetta fornita dall’Italia possa inseguire e sparare contro una nave civile impegnata nel soccorso umanitario dovrebbe provocare uno scandalo politico enorme. Invece prevale il silenzio.

Un silenzio che racconta molto più di qualsiasi dichiarazione ufficiale. Perché quando il controllo delle frontiere diventa più importante della vita umana, allora anche la violenza armata contro chi salva persone finisce per essere tollerata come parte ordinaria del sistema.

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