di Roberta Cospito
Rave, deserto e comunità precarie in un mondo dove il conflitto non è un evento ma una condizione permanente che divora affetti, futuro e innocenza.
Sirāt è un film che picchia duro e lascia addosso parecchi lividi.
La vicenda è semplice: dopo la scomparsa della figlia Mar, suo padre Luis e suo fratello, il piccolo Esteban, in compagnia del cagnolino Pipa si recano nel Marocco del sud alla sua disperata ricerca.
L’ultima destinazione conosciuta della giovane ragazza spagnola sono infatti i rave clandestini tra i massicci desertici del Jbel Saghro.
I tre si aggregano ad alcuni raver nel miraggio che Mar si trovi al rave verso cui il gruppo è diretto. Dopo una comprensibile diffidenza reciproca iniziale, i due mondi finiscono col familiarizzare e, tra fughe dai militari locali e scorribande alla ricerca di carburante, il legame tra i protagonisti si fa sempre più forte e sincero e verrà messo a dura prova da eventi inaspettati.
Sirāt, la quarta pellicola del poco più che quarantenne regista spagnolo con nazionalità francese Olivier Laxe, vince il Premio della Giuria all’ultima edizione del Festival di Cannes e rappresenterà la Spagna agli Oscar.
È decisamente un’opera contro la guerra, e l’accusa contro i danni che inevitabilmente un conflitto si porta dietro emerge dai corpi, dal silenzio, dal dolore che racconta i personaggi più delle loro parole.
La guerra non è solo un evento lontano, ma una presenza che contamina tutto, che spezza i legami nella maniera più spaventosa che si possa immaginare e purtroppo, anche se si spegne la radio quando ne riporta le terribili e nefaste notizie, non la si può schivare perché ormai siamo arrivati alla fine del mondo e dell’umanità civile, e ed è capace di raggiungerci in ogni angolo del pianeta, anche in pieno deserto.
Sirāt racconta anche di rapporti umani, delle famiglie di origine con il peso di legami che non si possono e non si vogliono recidere, ma anche delle famiglie che scegliamo di creare: comunità fragili, temporanee, eppure capaci di offrire appartenenza e conforto. L’affetto e la solidarietà possono nascere anche nel caos, tra persone che, seppur diverse, condividono lo stesso bisogno di andare avanti.
Non ci sono eroi, ma solo uomini e donne annientati dall’imprevedibilità degli eventi, che capiscono quanto sia fragile l’esistenza di tutti noi e che si rendono conto che difficilmente si raggiungerà l’obiettivo che ci siamo prefissati, qualunque esso sia.
A questo punto, quindi, abbandonarsi ai sensi è forse l’unico modo per accettare l’esistenza.
Le immagini del deserto marocchino, minaccioso e impervio, luminoso e oscuro, sono di una bellezza straniante e non fanno solo da sfondo alla storia, ma diventano protagoniste della vicenda narrata.
Allo stesso modo, il rimbombo costante della psichedelica colonna sonora di Kangding Ray è elemento centrale perché – come ci spiegano nel film – non si tratta di musica da ascoltare ma da ballare, trasformandosi quasi in un impulso vitale e nel legame tra i vari personaggi, oltre che tra loro e lo spettatore.
Le immagini dei camion nella polvere del deserto fanno pensare all’apocalisse raccontata nel film Mad Max: Fury Road di George Miller, e la scena finale del treno di sfollati, riporta alle pagine del libro di Jeanine Cummins, Il sale della terra, quando descrive la Bestia, l’affollatissimo treno merci su cui i migranti salgono e scendono al volo, rischiando di rimanere stritolati sotto le rotaie.
Laxe non fa sconti a nessuno, e ci travolge con una storia sconvolgente e disturbante; riesce a scatenare nello spettatore emozioni ormai sopite dalla visione di troppi film che ci mantengono al sicuro, raccontandoci la nostra comfort zone. Laxe ci porta a visitare l’inferno.
“Sirāt è il ponte tra paradiso e inferno, sottile come un capello e affilato come una lama”, questa la frase che apre il film e preannuncia un accidentato percorso verso la salvezza, mentre la chiusura della storia è affidata all’immagine di una cassa musicale – un parallelepipedo nero, quasi un monolite di kubrickiana memoria – abbandonata in mezzo al nulla.
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