San Benedetto del Tronto, il pestaggio del migrante e il ritorno dello squadrismo


Un esponente di Futuro Nazionale diffonde sui social il video dell’aggressione a un cittadino iracheno in stato di fragilità psichica e viene applaudito da centinaia di commenti. Non è solo un episodio di violenza razzista: è il segno di un clima politico e culturale in cui lo squadrismo torna a essere esibito come propaganda.

A San Benedetto del Tronto un uomo in evidente stato di alterazione psichica viene accerchiato, aggredito e scaraventato a terra come un sacco di patate. A colpirlo è Giuseppe Barboni, esponente di Futuro Nazionale, il movimento politico legato al generale Roberto Vannacci. Ma ciò che rende ancora più inquietante questa vicenda non è soltanto la brutalità del pestaggio.

È il fatto che l’aggressione sia stata filmata, rivendicata e diffusa come un trofeo. Le immagini mostrano un’azione che richiama il più classico repertorio squadrista: un uomo solo, individuato come bersaglio, accerchiato da un gruppo, immobilizzato e colpito mentre una telecamera riprende la scena. Non siamo di fronte a un gesto impulsivo o a una rissa nata per caso. La presenza di chi filma e l’immediata pubblicazione del video sui social indicano un preciso intento propagandistico.

La violenza non viene nascosta. Viene esibita. Barboni, anziché vergognarsi dell’accaduto, ha pubblicato il filmato sui propri canali social, giustificando il pestaggio con il comportamento della vittima, un cittadino iracheno che, a suo dire, «tormentava la città» e bloccava il traffico.

Una giustificazione che richiama un meccanismo ben noto nella storia delle destre autoritarie: individuare un soggetto fragile, definirlo una minaccia per la comunità e presentare la violenza privata come una forma di ordine e di giustizia.

È esattamente così che agivano le squadre fasciste un secolo fa. Prima si costruisce il nemico. Poi si legittima la violenza contro di lui. Infine si presenta il pestaggio come una necessaria opera di “bonifica” sociale.

Ma c’è un elemento che rende questa vicenda ancora più allarmante. Sotto il video si sono moltiplicati i commenti di sostegno, gli applausi, le manifestazioni di consenso. Centinaia di persone hanno considerato normale, se non addirittura meritoria, l’aggressione di un uomo inerme e in stato di evidente fragilità.

È qui che il problema smette di essere il gesto di un singolo individuo. Perché i violenti sono sempre esistiti. Ciò che dovrebbe inquietare è la crescita del numero di coloro che li giustificano, li incoraggiano e li celebrano.

È la normalizzazione della crudeltà. È quella che Hannah Arendt definiva la “banalità del male”: il momento in cui la violenza smette di apparire eccezionale e diventa un comportamento accettabile, condiviso, persino applaudito.

Il male, allora, non ha più soltanto il volto del picchiatore. Assume quello ordinario e rassicurante di persone comuni, di padri e madri di famiglia, di utenti dei social che tra una foto della Madonna e un’immagine del proprio cane trovano naturale esultare per il pestaggio di un essere umano.

È questo il terreno sul quale cresce il fascismo contemporaneo. Non necessariamente attraverso grandi organizzazioni o marce in camicia nera, ma attraverso la diffusione di un senso comune che considera alcune vite meno degne di altre, che trasforma i migranti in bersagli legittimi e che accetta la violenza privata come risposta ai problemi sociali.

Da questo punto di vista la responsabilità politica è enorme. Da anni il dibattito pubblico è avvelenato da campagne contro i migranti, dalla retorica dell’invasione, dalla costruzione permanente di un’emergenza sicurezza che identifica nello straniero il principale responsabile del disagio sociale.

Quando si alimenta ogni giorno la paura e il rancore, quando si indicano i migranti come minaccia, quando si normalizza il linguaggio della disumanizzazione, il passaggio dalla propaganda alla violenza concreta diventa sempre più breve.

Per questo l’aggressione di San Benedetto del Tronto non può essere liquidata come una bravata o l’azione di un esaltato. È il prodotto di un clima politico e culturale che sta superando il livello di guardia.

Ora Roberto Vannacci e Futuro Nazionale sono chiamati a una scelta chiara.

Prendere le distanze da questo squadrismo e allontanare il proprio militante oppure fare finta di nulla, minimizzare, lasciare che la violenza continui a essere considerata una forma di militanza politica.

Perché le immagini di San Benedetto del Tronto ci consegnano una verità scomoda: quando un pestaggio razzista viene filmato, rivendicato e applaudito, il problema non è più soltanto il picchiatore.

Il problema è una società che sta progressivamente perdendo gli anticorpi contro il fascismo.


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