Palestina sotto assedio: donne marchiate a Jenin, Barghouti torturato in carcere

Dai droni su Gaza alle umiliazioni nei campi profughi della Cisgiordania, fino alle violenze contro Marwan Barghouti nelle prigioni israeliane: continua la guerra totale contro un popolo, dentro e fuori le celle.

La violenza israeliana contro il popolo palestinese non conosce tregua e non si limita ai bombardamenti. Si esercita nei cieli di Gaza, nelle strade militarizzate della Cisgiordania, nelle case devastate dai coloni e nelle carceri dove i prigionieri politici vengono picchiati e lasciati senza cure. È una repressione diffusa, quotidiana, che assume forme diverse ma risponde alla stessa logica: piegare una popolazione attraverso la forza, l’umiliazione e il terrore.

A Gaza, i droni israeliani hanno colpito ancora il campo profughi di Shati, lungo la costa, mentre a poca distanza si svolgevano i funerali delle cinque persone uccise il giorno precedente dall’esercito israeliano. Una scena che racconta da sola la brutalità di questa guerra permanente: si seppelliscono i morti sotto il rumore di nuovi attacchi. Nella stessa giornata, altri quattro palestinesi sono rimasti feriti tra il quartiere di Zeitoun, a Gaza City, e il campo profughi di Jabaliya, nel nord della Striscia. Anche dove non si muore, si vive sotto il fuoco costante.

Ma la guerra contro i palestinesi continua anche oltre Gaza, in Cisgiordania, dove l’occupazione militare e la violenza dei coloni agiscono come un unico sistema. A ovest di Salfit, coloni israeliani hanno sparato e ferito un giovane palestinese di 28 anni, Qusay Ibrahim Ali Muqaddar Rayyan. Nella Valle del Giordano, altri gruppi di coloni hanno assaltato il villaggio beduino di Halq al-Rumman, entrando nelle case e terrorizzando le famiglie. Scene ormai quotidiane, quasi normalizzate nel silenzio internazionale.

Parallelamente, l’esercito israeliano continua a strangolare la vita economica e sociale palestinese. Nuovi blocchi stradali sono stati installati intorno a Betlemme, mentre nei pressi di Hebron è stata demolita la fabbrica di pannelli solari di Murad Al-Amleh, una delle più grandi della Cisgiordania. Non solo occupazione militare, dunque, ma distruzione sistematica delle possibilità di autonomia economica e sviluppo.

A Jenin si è consumato uno degli episodi più umilianti degli ultimi giorni. Centoventi donne palestinesi, parte dei quarantamila sfollati provocati dall’operazione israeliana “Muro di ferro”, lanciata a gennaio 2025 e che ha svuotato in poche settimane i campi di Jenin e Tulkarem, sono state autorizzate a rientrare temporaneamente nel campo per verificare lo stato delle loro case e recuperare effetti personali. Ma il rientro si è trasformato in un rito di dominio coloniale.

Le donne sono state marchiate con numeri sulle mani, perquisite con violenza e costrette a camminare sotto il tiro dei fucili tra le macerie di un campo fantasma. Hanno trovato case distrutte, saccheggiate o date alle fiamme. Il messaggio è stato chiaro: non basta espellere, bisogna umiliare. Non basta occupare, bisogna far sentire chi comanda.

Quel gesto — numerare i corpi, schedare le persone, costringerle a sfilare tra le rovine delle proprie case — non è solo abuso militare. È una dimostrazione di supremazia su un intero popolo.

E mentre tutto questo avviene fuori, nelle carceri israeliane si consuma un altro fronte della repressione. Marwan Barghouti, figura centrale della politica palestinese e detenuto da oltre ventitré anni, è stato vittima di tre gravi aggressioni nelle ultime settimane, secondo quanto denunciato dal suo avvocato israeliano Ben Marmarelli.

L’8 aprile Barghouti sarebbe stato brutalmente picchiato nel carcere di Ganot e lasciato sanguinare per oltre due ore senza ricevere cure mediche. Pochi giorni prima, il 25 marzo, sarebbe stato aggredito durante il trasferimento dal carcere di Megiddo a Ganot. Il 24 marzo, sempre a Megiddo, le guardie avrebbero aizzato un cane contro di lui, che lo ha morso ripetutamente.

Per il suo legale non si tratta di episodi isolati, ma di un chiaro schema di abusi in escalation: violenza fisica, negligenza medica e trattamenti che mettono a rischio immediato la vita del detenuto.

La stessa visita dell’avvocato si sarebbe svolta in condizioni degradanti. Telefoni non funzionanti, impossibilità di comunicare se non urlando attraverso un vetro divisorio, cinque ore di attesa senza cibo né acqua. Un sistema costruito per spezzare il prigioniero e ostacolare persino il diritto alla difesa.

Eppure, racconta Marmarelli, Barghouti appariva lucido, concentrato, pienamente consapevole di quanto accade fuori dalle mura della prigione. Un dettaglio che spiega forse perché venga colpito con tanta ferocia: nonostante la lunga detenzione, resta una figura simbolica capace di rappresentare unità, dignità e resistenza palestinese.

Dalle tende bombardate di Gaza alle rovine di Jenin, dai villaggi assaliti dai coloni alle celle delle prigioni israeliane, il quadro è uno solo. Non siamo davanti a episodi separati, ma a un sistema integrato di repressione che usa strumenti militari, amministrativi, economici e penitenziari per schiacciare la società palestinese.

Il mondo continua spesso a leggere questi fatti come emergenze locali o incidenti isolati. In realtà parlano la stessa lingua: quella del dominio coloniale e dell’impunità garantita.

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