di Roberta Cospito
L’esordio horror di Curry Barker trasforma una storia d’amore impossibile in un incubo di controllo, dipendenza emotiva e annullamento del consenso. Un racconto inquietante sulle relazioni tossiche nell’epoca del desiderio immediato.
Obsession è il film d’esordio di un giovane regista statunitense, Curry Barker.
La storia è semplice: Bear, un ragazzo timido e incapace di dichiarare il proprio amore all’amica e collega Nikki, esprime il desiderio che lei lo ami più di chiunque altro al mondo e, così, anche un po’ per gioco, acquisterà in un negozio di oggetti esoterici un “bastoncino dei desideri” che, così promette l’imballo, è capace di esaudire un sogno di chi lo spezzerà.
Il desiderio si avvererà, ma l’amore assoluto si trasformerà ben presto in un incubo di dipendenza emotiva e possesso affettivo.
Viene subito in mente la celebre massima attribuita a Oscar Wilde “stai attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo” contestualizzata, però, in un’epoca di relazioni segnate da insicurezza affettiva, risentimento e fantasie di controllo.
Il bisogno d’esser amato di Bear è talmente forte e urgente da fargli ignorare ciò che dovrebbe costituire il fondamento di ogni relazione: la reciproca attrazione e, soprattutto, il reciproco consenso. Cancellata questa premessa, il risultato non può essere che fallimentare, e il regista non usa mezze misure per rappresentare lo sfacelo di questa relazione trascinandoci in un vortice di sangue, violenza e urla.
Dietro l’eccesso di spargimento di fluidi corporei vari e altre derive tipiche dei film horror quali ghigni mefistofelici, apparizioni improvvise, animali cucinati come cibo e crani fracassati, il senso della storia si può individuare in una particolare riflessione su una forma di “amore” tossico che nasce dall’incapacità di accettare il rifiuto e dall’illusione che l’affetto possa essere imposto.
Quando Nikki perde progressivamente la propria identità, trasformandosi da persona reale in una deformata proiezione della pretesa d’amore di Bear, la vicenda diventa sempre più inquietante, non tanto per i momenti di violenza fisica, quanto per la cancellazione della volontà individuale che li precede.
L’ambientazione della storia – un confortevole ambiente domestico, la casa in cui vive Bear ereditata dalla nonna – aumenta la tensione narrativa e, infatti, molti dei momenti più efficaci non appartengono al soprannaturale, ma alla quotidianità in cui s’insinua una presenza costante e ostile: l’essere osservato in ogni piccolo movimento, compreso durante il riposo notturno; l’impossibilità di ritagliarsi un minimo spazio privato, inclusa la frequentazione degli amici di sempre; veder trasformati in luoghi di prigionia e manipolazione le proprie mura domestiche e l’ambiente di lavoro, a volte gli unici ambienti che frequentiamo durante un’intera giornata.
Ciò che rende Obsession interessante è la capacità di utilizzare gli elementi del genere horror non tanto come spettacolo, ma come strumenti per indagare paure profondamente umane.
Il vero “mostro” della storia non è una creatura soprannaturale né una forza oscura proveniente dall’esterno, bensì il desiderio stesso trasformatosi in pretesa di possesso. Non solo, il film evita di semplificare riducendo i protagonisti ai ruoli di vittima e carnefice: la maledizione generata dal desiderio di Bear travolge entrambi, trasformando ciascuno, a suo modo, in ostaggio dell’altro sottolineando come in una relazione tossica il danno non procede in una sola direzione, ma finisce per consumare ogni individuo coinvolto.
Il film coglie anche un altro importante aspetto di questi nostri “tempi digitali”, l’idea che ogni desiderio possa essere soddisfatto immediatamente, senza fatica o impegno personale, senza mettersi in discussione. Il regista pare suggerire che un risultato ottenuto con una scorciatoia molto spesso non conduce a un esito positivo, anzi, più facilmente può sfociare in una catastrofe.
Si esce dalla sala con una sensazione di malessere pensando a questa tipologia di rapporti “malati”, alle tante relazioni affettive da cui pare quasi impossibile uscire indenni, e con la domanda su cosa vogliamo davvero quando intraprendiamo una relazione amorosa.
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