La democrazia della sorveglianza


Uno Stato sempre più debole davanti al potere economico riscopre tutta la propria forza contro chi sta in basso. La repressione diventa così uno strumento di governo della rabbia sociale e di costruzione del consenso

C’è un paradosso che attraversa le democrazie occidentali e che aiuta a comprendere la fortuna politica delle destre negli Stati Uniti e in Europa. Lo Stato appare sempre più debole quando deve governare i processi economici, redistribuire la ricchezza, garantire servizi universali, disciplinare i grandi poteri finanziari e tecnologici o affrontare le disuguaglianze prodotte da decenni di politiche neoliberiste. Ma quello stesso Stato torna improvvisamente forte quando deve controllare una manifestazione, sgomberare un’occupazione, fermare preventivamente un gruppo di attivisti, sorvegliare una piazza, identificare migranti, criminalizzare un blocco stradale o aumentare le pene.

Non siamo dunque davanti alla semplice contrapposizione tra Stato forte e Stato debole. Il problema è capire dove lo Stato decide di essere forte e dove accetta di essere debole. La ritirata dello Stato sociale non comporta necessariamente una diminuzione dell’intervento pubblico. Può produrre, al contrario, una sua profonda trasformazione: meno capacità di intervenire sulle cause materiali dell’insicurezza e maggiore capacità di amministrarne le conseguenze attraverso polizia, diritto penale, carcere, sorveglianza e controllo preventivo.

È una delle questioni che emergono dall’articolo di George Monbiot pubblicato il 5 agosto su Internazionale, originariamente apparso sul Guardian. Monbiot descrive una vera e propria offensiva internazionale contro i diritti fondamentali, sostenuta da miliardari, multinazionali, think tank e mezzi di comunicazione, capace di produrre modelli legislativi che vengono sperimentati in un paese e successivamente trasferiti altrove. Nel Regno Unito questa dinamica ha prodotto una lunga sequenza di legislazioni anti-protesta, mentre negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha progressivamente spostato il linguaggio dell’antiterrorismo verso la cosiddetta “sinistra radicale”.

Il punto interessante non è stabilire l’esistenza di una regia unica internazionale della repressione, quanto osservare la convergenza degli interessi. La libertà di movimento del capitale richiede società nelle quali il conflitto prodotto dalle disuguaglianze possa essere governato senza mettere realmente in discussione i rapporti economici che lo generano. Se diventa politicamente impraticabile redistribuire ricchezza, limitare le rendite, rafforzare il lavoro, garantire abitazioni accessibili, ricostruire sanità e istruzione pubbliche o sottrarre settori strategici alla logica del profitto, resta un’altra possibilità: governare penalmente le conseguenze sociali di quelle rinunce.

È qui che la questione della sicurezza assume un ruolo decisivo. La rabbia sociale prodotta dalla precarietà, dall’impoverimento, dall’aumento del costo della vita, dalla crisi abitativa, dalla riduzione dei servizi e dall’assenza di prospettive viene separata dalle proprie cause. Non viene più interpretata come il prodotto di rapporti economici e sociali, ma tradotta nel linguaggio della devianza e dell’ordine pubblico. Il problema non è più la periferia abbandonata, ma chi vive nella periferia; non è la precarizzazione del lavoro, ma il comportamento del giovane precario; non è la segregazione urbana, ma la “baby gang”; non è la condizione materiale delle seconde generazioni, ma il “maranza”; non è il conflitto prodotto da una grande opera imposta a un territorio, ma il No Tav che resiste; non è la guerra, ma chi blocca una strada per protestare contro la guerra.

La destra contemporanea ha compreso perfettamente la potenza politica di questa inversione. Offre una spiegazione semplice a problemi estremamente complessi e, soprattutto, individua continuamente soggetti sui quali trasferire la responsabilità del disagio. Migranti, poveri, giovani delle periferie, attivisti climatici, occupanti di case, studenti, sindacalisti conflittuali, militanti dei centri sociali, solidali con la Palestina diventano alternativamente figure della minaccia. La sicurezza funziona così come un gigantesco dispositivo di spostamento del conflitto: invece di rivolgersi verso l’alto, contro chi dispone delle risorse e del potere, la rabbia viene orientata lateralmente o verso il basso.

Non è casuale che questa trasformazione proceda parallelamente alla concentrazione della ricchezza e del potere economico. Come osserva Monbiot, la repressione delle proteste non è necessariamente un corpo estraneo al neoliberismo, ma può rappresentarne una conseguenza politica. Quando le decisioni economiche fondamentali vengono sottratte progressivamente al controllo democratico, la democrazia rischia di ridursi alla gestione delle conseguenze prodotte da decisioni assunte altrove. Lo Stato che non riesce, o non vuole, disciplinare il capitale conserva però intatta la possibilità di disciplinare i cittadini.

Dalla protezione sociale alla prevenzione penale

È dentro questa trasformazione che acquista significato la sequenza italiana dei decreti sicurezza. Considerati separatamente possono apparire come una successione disordinata di interventi dettati dalla cronaca. Guardati insieme mostrano invece una direzione precisa: anticipare progressivamente la soglia dell’intervento coercitivo.

Non si aspetta più necessariamente che venga commesso un reato. Si interviene sulla possibilità che qualcosa possa accadere, sulla presunta pericolosità di una persona, sulle sue frequentazioni, sulla partecipazione a una determinata area politica, sul luogo nel quale si trova o sul comportamento che potrebbe tenere. Fogli di via, Daspo, zone rosse, sorveglianza speciale, fermi preventivi, perquisizioni, identificazioni, aggravanti specifiche e sanzioni amministrative compongono un sistema nel quale il diritto penale del fatto viene progressivamente affiancato da un diritto della pericolosità.

L’articolo di Franco Padella pubblicato su Volere la Luna, significativamente intitolato “Controllare e schedare: un’ulteriore tappa verso lo Stato di polizia”, mostra quale possa essere il passaggio successivo. Nel recepimento italiano dell’AI Act europeo sono previste forme di raccolta biometrica negli spazi pubblici e l’impiego del riconoscimento facciale nelle attività di polizia. Padella richiama in particolare la possibilità di conservare per sette giorni dati biometrici raccolti in determinati luoghi e, nelle situazioni considerate urgenti, di attivare sistemi di identificazione biometrica in tempo reale attraverso una comunicazione al pubblico ministero. Il Garante per la protezione dei dati personali ha espresso riserve sulla raccolta preventiva e generalizzata di informazioni biometriche.

Il salto qualitativo è evidente. Non si tratta soltanto di aumentare una pena o introdurre un nuovo reato, ma di modificare il rapporto tra cittadino e autorità. Una persona che attraversa una piazza nella quale si svolgerà una manifestazione può diventare un dato. Il suo volto può essere acquisito, confrontato, archiviato. La sorveglianza non segue necessariamente il sospetto: può precederlo.

È la logica della polizia predittiva. Lo stesso Padella ricorda che la formazione prevista per il personale comprende l’“analisi predittiva” e richiama le dichiarazioni del ministro Piantedosi secondo cui l’intelligenza artificiale dovrebbe servire anche a prevenire i reati. Il problema democratico nasce precisamente qui: prevedere significa necessariamente costruire categorie di rischio, e costruire categorie di rischio significa decidere quali comportamenti, luoghi, appartenenze e relazioni rendano una persona statisticamente sospetta.

Una volta costruita l’infrastruttura tecnologica, la distinzione tra controllo di un comportamento e controllo di una popolazione diventa sempre più sottile.

La tecnologia non rende neutrale la repressione

L’inchiesta di Damien Leloup e Martin Untersinger, pubblicata da Le Monde e ripresa da Internazionale, permette di osservare dove può condurre la combinazione tra apparati di sicurezza potenti, tecnologie invasive e controlli democratici deboli. Attraverso la testimonianza di un ex ufficiale della Dgst e documentazione raccolta da un consorzio coordinato da Forbidden Stories con il supporto tecnico del Security Lab di Amnesty International, l’inchiesta ricostruisce l’arsenale tecnologico utilizzato dai servizi marocchini contro giornalisti, oppositori e attivisti per i diritti umani.

Pegasus rappresenta soltanto la parte più conosciuta di quell’apparato. L’inchiesta documenta l’impiego di altri spyware, dispositivi capaci di intercettare le comunicazioni mobili, telecamere nascoste e strumenti utilizzati per compromettere telefoni e computer. Particolarmente significativo è il caso del movimento Hirak del Rif: secondo i documenti e la testimonianza raccolti dai giornalisti, software spia furono installati sui computer di internet point utilizzati dagli attivisti e alcuni telefoni apparentemente nuovi sarebbero stati distribuiti già compromessi.

Il paragone tra Marocco e Italia non deve essere utilizzato in maniera semplicistica. Sono ordinamenti, sistemi politici e livelli di garanzia profondamente differenti. Ma proprio per questo l’esperienza marocchina pone una questione che riguarda anche le democrazie europee: una tecnologia di sorveglianza non contiene dentro di sé le garanzie sul proprio utilizzo. Sono le istituzioni, la legge, la magistratura, gli organismi indipendenti e il controllo pubblico a stabilire i limiti. Quando questi limiti vengono progressivamente abbassati in nome della sicurezza, ciò che oggi viene autorizzato per situazioni eccezionali può domani diventare pratica ordinaria.

Il caso marocchino mostra inoltre che la sorveglianza produce conseguenze anche senza arrivare all’arresto. Un attivista citato nell’inchiesta racconta che, dopo essere stato preso di mira, alcune persone hanno cominciato a evitare di contattarlo, restringendo progressivamente la sua rete di relazioni. È forse questo uno degli effetti politicamente più importanti della sorveglianza: non deve necessariamente impedire materialmente di parlare, riunirsi o manifestare. È sufficiente introdurre nella persona il dubbio di essere osservata.

Il cortocircuito tra rabbia e repressione

Qui ritorniamo al punto iniziale. La repressione può produrre consenso nell’immediato, perché offre una risposta visibile a problemi che la politica non riesce più a risolvere. Un nuovo reato può essere approvato in pochi giorni; costruire edilizia pubblica richiede anni. Aumentare una pena costa politicamente meno che finanziare servizi sociali. Mandare pattuglie in una periferia è più semplice che affrontare le cause della sua marginalizzazione. Presentare un gruppo di giovani come una minaccia consente di evitare qualsiasi discussione sulle condizioni nelle quali quei giovani sono cresciuti.

Ma proprio qui si produce il cortocircuito. Più lo Stato rinuncia alle politiche sociali, più aumentano le condizioni che generano insicurezza e conflitto; più cresce il conflitto, più viene richiesta repressione; più aumenta la repressione, più si restringono gli spazi democratici attraverso i quali quel conflitto potrebbe trovare espressione politica.

È un circuito che tende ad autoalimentarsi.

Lo Stato sociale cercava, almeno nelle sue formulazioni storiche più avanzate, di ridurre l’insicurezza intervenendo sulle sue condizioni materiali: lavoro, salario, salute, istruzione, casa, previdenza. Lo Stato penale interviene invece sugli individui prodotti da quelle condizioni. Non redistribuisce ricchezza, distribuisce controlli; non riduce la precarietà, identifica i precari; non affronta la marginalità, sorveglia i marginali.

La forza politica delle destre contemporanee risiede anche nella capacità di trasformare questa impotenza in autorità. Uno Stato che appare incapace davanti ai mercati può mostrarsi potentissimo davanti a un corteo. Uno Stato che non riesce a tassare adeguatamente patrimoni giganteschi può multare un manifestante. Uno Stato che arretra nella sanità, nella scuola e nell’edilizia pubblica può investire nella sorveglianza biometrica. Uno Stato che non governa più l’economia può ancora governare i corpi.

Ed è precisamente questo che rende insufficiente una critica ai decreti sicurezza limitata alla difesa astratta delle libertà civili. La questione repressiva e la questione sociale sono ormai inseparabili. Lo Stato penale non arriva dopo la demolizione dello Stato sociale come un fenomeno indipendente: ne occupa progressivamente lo spazio politico.

Per questo la battaglia contro la criminalizzazione del dissenso non può essere separata dalla battaglia contro le disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei servizi, il riarmo e la concentrazione della ricchezza. Se non si ricostruisce la capacità della politica di intervenire sulle cause materiali della rabbia sociale, la sicurezza continuerà a essere il terreno privilegiato sul quale le destre costruiranno consenso.

La questione decisiva non è dunque se lo Stato debba essere forte o debole. È stabilire contro chi e per fare cosa esercita la propria forza. Quando diventa debole con i forti e forte con i deboli, quando rinuncia a trasformare la società ma pretende di sorvegliarla sempre più capillarmente, la democrazia conserva formalmente le proprie istituzioni mentre cambia progressivamente la propria sostanza.

Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp