Hannoun resta in carcere. Quando la solidarietà diventa terrorismo per decreto


Il Tribunale del Riesame di Genova conferma la custodia cautelare per il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia. Ignorati i rilievi della Cassazione, torna il teorema costruito sulle accuse israeliane. Sul banco degli imputati non c’è solo Mohammad Hannoun, ma il diritto stesso alla solidarietà con il popolo palestinese.

La vicenda giudiziaria che coinvolge Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, assume sempre più i contorni di un caso emblematico. Non solo per la sorte personale degli imputati, ma per ciò che rivela sul crescente utilizzo delle normative antiterrorismo come strumento di criminalizzazione della solidarietà politica e umanitaria verso il popolo palestinese.

Il Tribunale del Riesame di Genova ha infatti emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Hannoun e di altri tre collaboratori, accogliendo le richieste della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo e respingendo le istanze della difesa. Una decisione che arriva dopo che la Corte di Cassazione aveva annullato il precedente provvedimento del dicembre scorso, contestando apertamente la fragilità dell’impianto accusatorio.

La Suprema Corte aveva infatti evidenziato come la decisione del Riesame fosse stata costruita su fonti aperte indeterminate, prive dei necessari requisiti di verificabilità e attendibilità. In altre parole, aveva contestato il ricorso a materiali e informazioni che non consentivano di fondare adeguatamente una misura restrittiva della libertà personale.

La Cassazione aveva inoltre posto una questione centrale: occorreva chiarire se le organizzazioni caritatevoli coinvolte fossero semplicemente uno schermo fittizio per il finanziamento del terrorismo oppure se svolgessero realmente attività di assistenza sociale e welfare nella Striscia di Gaza. E anche nel secondo caso, sarebbe stato necessario dimostrare concretamente in che modo tali attività fossero funzionali ad azioni terroristiche.

Una distinzione fondamentale che sembra essere stata sostanzialmente aggirata nella nuova ordinanza.

Secondo il Riesame, la raccolta di fondi realizzata nel corso degli anni non sarebbe opera di soggetti esterni ad Hamas mossi da ragioni umanitarie, ma di persone che condividerebbero gli obiettivi dell’organizzazione palestinese e che per questo si sarebbero attivate per sostenerla economicamente.

Il problema è che questa conclusione continua a poggiare su un terreno estremamente fragile.

Molte delle organizzazioni indicate come sospette hanno infatti ricevuto nel corso degli anni finanziamenti e riconoscimenti da organismi internazionali, comprese agenzie delle Nazioni Unite e istituzioni sovranazionali. La loro natura “terroristica” non emerge da sentenze internazionali o da valutazioni indipendenti, ma viene sostanzialmente desunta dalle indicazioni provenienti da Israele, parte direttamente coinvolta nel conflitto.

È proprio questo uno dei nodi più inquietanti della vicenda: l’impressione che le categorie politiche e securitarie elaborate da Tel Aviv stiano progressivamente penetrando nelle aule giudiziarie europee, fino a diventare il filtro attraverso cui leggere ogni forma di sostegno alla popolazione palestinese.

Emblematico è uno degli elementi utilizzati dall’accusa. Tra le prove della presunta finalità terroristica viene infatti richiamata l’adozione a distanza di ventuno orfani figli di combattenti di Hamas. Ventuno casi su oltre mille adozioni sostenute nello stesso periodo.

Si tratta di un argomento che pone interrogativi inquietanti. Se aiutare economicamente dei bambini rimasti senza genitori diventa un indizio di terrorismo in ragione dell’appartenenza politica o militare dei loro familiari, il problema non riguarda più soltanto questo processo. Riguarda il significato stesso attribuito alla solidarietà umanitaria.

Nel frattempo Hannoun resta in carcere. I giudici motivano la decisione richiamando il pericolo di fuga e il rischio di inquinamento probatorio. Ma la sensazione è che la custodia cautelare stia progressivamente trasformandosi in una sorta di anticipazione della pena, utilizzata per tenere in piedi un impianto accusatorio che continua a mostrare vistose crepe.

Non a caso i legali della difesa hanno già annunciato un nuovo ricorso in Cassazione, sostenendo che i rilievi formulati dalla Suprema Corte non siano stati realmente recepiti e che il Riesame abbia sostanzialmente riproposto le medesime motivazioni già censurate.

La questione va ben oltre il singolo procedimento. Da mesi, in Italia e in Europa, assistiamo a un progressivo slittamento che tende a equiparare il sostegno alla causa palestinese al sospetto di terrorismo. Manifestazioni, raccolte fondi, campagne di solidarietà, iniziative culturali e attività associative vengono sempre più spesso osservate attraverso la lente dell’antiterrorismo.

Il rischio è evidente: trasformare strumenti nati per contrastare fenomeni eccezionali in dispositivi ordinari di controllo politico.

Per questo il caso Hannoun non riguarda soltanto quattro imputati. Riguarda il confine tra sicurezza e libertà, tra prova e sospetto, tra diritto e ragion di Stato. E riguarda la possibilità che la solidarietà verso un popolo sotto occupazione venga progressivamente criminalizzata fino a diventare essa stessa oggetto di repressione.


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