Confermata la custodia cautelare per i due giovani tedeschi arrestati dopo la manifestazione No Tav. A Bologna dodici indagati per il corteo che chiedeva verità sulla morte di Abderrahim Fakir. Mentre si moltiplicano identificazioni di massa, flagranza differita e misure preventive, il conflitto sociale viene sempre più trattato come una questione di ordine pubblico.
La stretta repressiva contro i movimenti sociali continua ad allargarsi. Dalla Val di Susa a Bologna, passando per gli sgomberi degli spazi sociali e le nuove proposte legislative contro il cosiddetto “terrorismo di piazza”, prende forma un modello di gestione del dissenso che punta sempre meno sul confronto democratico e sempre più sull’espansione degli strumenti penali e di polizia.
Le ultime decisioni della magistratura e delle procure confermano una tendenza ormai consolidata: il conflitto sociale viene affrontato come un’emergenza permanente.
Restano in carcere i due giovani No Tav
Il giudice del Tribunale di Torino ha confermato la custodia cautelare in carcere per i due ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita dopo gli scontri avvenuti durante la manifestazione No Tav dello scorso fine settimana.
La decisione accoglie la richiesta della Procura, che contesta ai due giovani i reati di devastazione, lesioni personali in concorso e resistenza a pubblico ufficiale. La difesa aveva invece chiesto la loro immediata liberazione.
Ma al di là delle singole responsabilità, ancora tutte da accertare nel processo, è il contesto investigativo a sollevare interrogativi.
L’avvocato Gianluca Vitale, che assiste i due attivisti, ha puntato l’attenzione sulle modalità con cui sono stati effettuati i controlli durante le giornate del Festival Alta Felicità e della manifestazione in Val di Susa.
«Parliamo di centinaia e centinaia di identificazioni svolte anche con metodi non consentiti, ovvero riprese video-fotografiche di tutte le persone e non solo registrazione delle generalità», ha dichiarato il legale, denunciando quello che definisce un concreto rischio di profilazione di massa.
Secondo Vitale, non si tratterebbe di semplici controlli di polizia ma di una raccolta sistematica di dati personali destinata a trasformarsi in una vera e propria schedatura collettiva.
È una denuncia che assume particolare rilievo se si considera il bilancio complessivo dell’operazione predisposta in Val di Susa: oltre 3.300 persone identificate, controlli ai caselli autostradali, nelle stazioni ferroviarie e lungo tutte le principali vie di accesso alla valle, utilizzo di droni e telecamere per registrare i partecipanti alle manifestazioni.
Misure che sembrano andare ben oltre le esigenze investigative legate ai singoli episodi di violenza.
Bologna: dodici indagati per il corteo dopo la morte di Abderrahim Fakir
Intanto un’altra procura apre un nuovo fronte.
A Bologna sono dodici le persone iscritte nel registro degli indagati per i fatti avvenuti durante la manifestazione del 20 luglio convocata per chiedere verità e giustizia sulla morte di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne deceduto durante un fermo di polizia.
Le accuse contestate sono, a vario titolo, resistenza a pubblico ufficiale, travisamento e danneggiamento.
Tra gli indagati figura anche il ventenne arrestato durante il corteo, caratterizzato da cariche della polizia, idranti e lancio di lacrimogeni. Il giovane era stato rimesso in libertà il giorno successivo, ma nei suoi confronti era stato disposto il divieto di dimora nell’intera Città metropolitana di Bologna. Il processo inizierà il prossimo 9 settembre.
Anche in questo caso la risposta dello Stato si concentra quasi esclusivamente sui manifestanti, mentre continua a rimanere sullo sfondo la vicenda che aveva dato origine alla protesta: la morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine e la richiesta di pieno accertamento delle responsabilità.
Dalla prevenzione alla criminalizzazione
Osservate singolarmente, queste vicende potrebbero apparire come episodi distinti. Lette insieme raccontano invece un cambiamento più profondo. Negli ultimi anni il repertorio repressivo si è progressivamente ampliato: fogli di via, DASPO urbani, zone rosse, sorveglianza speciale, flagranza differita, utilizzo estensivo delle misure cautelari, identificazioni di massa, videosorveglianza diffusa, droni, raccolta preventiva di dati personali.
A questi strumenti si aggiungono ora nuove proposte legislative che puntano ad allargare i reati associativi fino a colpire forme di coordinamento occasionale nelle manifestazioni. Il risultato è una progressiva anticipazione dell’intervento penale. Non si interviene soltanto per reprimere fatti già commessi, ma per monitorare, classificare e prevenire l’organizzazione stessa del dissenso.
La Val di Susa continua a rappresentare il laboratorio più avanzato di questo modello. Bologna dimostra però che quella sperimentazione non riguarda più soltanto il movimento No Tav.
La piazza come spazio sorvegliato
Il rischio è che la partecipazione a una manifestazione diventi essa stessa un elemento di sospetto.
Quando migliaia di persone vengono filmate sistematicamente, identificate e archiviate; quando il ricorso alla flagranza differita consente arresti giorni dopo gli eventi; quando le misure preventive precedono perfino l’accertamento delle responsabilità individuali, il confine tra attività investigativa e controllo politico del conflitto sociale si assottiglia sempre di più.
Non si tratta soltanto di una questione giudiziaria. È il modello di gestione del dissenso che sta cambiando. Dalla Val di Susa a Bologna emerge un’idea della sicurezza nella quale la protesta collettiva viene progressivamente assimilata a un fattore di rischio, da monitorare, schedare e reprimere.
Una deriva che riguarda non soltanto i movimenti sociali, ma l’esercizio stesso delle libertà costituzionali di riunione, manifestazione e partecipazione politica.
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