Cascina Spiotta, crolla il teorema


La Corte di Alessandria ridimensiona le richieste della procura: sei anni ad Azzolini, prescrizione per Curcio e Moretti. Dopo cinquantun anni, il tentativo di riscrivere giudiziariamente la storia delle Brigate Rosse esce profondamente sconfitto.

Cinquantuno anni dopo i fatti della Cascina Spiotta, il processo che avrebbe dovuto riscrivere una delle pagine più controverse degli anni Settanta si è concluso con un sostanziale nulla di fatto.

La Corte d’Assise di Alessandria ha pronunciato una sentenza che ridimensiona drasticamente le richieste della procura: sei anni di condanna per Lauro Azzolini – una pena di fatto già scontata, essendo in continuazione con le condanne inflitte nel processo Moro – e non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Mario Moretti e Renato Curcio, per i quali i pm Emilio Gatti e Ciro Santoriello avevano chiesto addirittura l’ergastolo.

Una conclusione che segna una pesante sconfitta per l’impianto accusatorio costruito in questi anni.

«L’impianto accusatorio è uscito sconfessato», ha commentato a caldo l’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti. Ed è difficile dargli torto.

Per cinque anni la procura ha tentato di dimostrare che i due dirigenti storici delle Brigate Rosse avessero avuto un ruolo diretto nella sparatoria del 5 giugno 1975, durante il tentativo di liberare l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato a scopo di autofinanziamento. Una sparatoria nella quale morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse e moglie di Renato Curcio.

Eppure, dopo cinque ore di camera di consiglio, la Corte ha sostanzialmente negato il cuore della ricostruzione accusatoria. Il concorso di Curcio e Moretti non è stato ritenuto diretto, come sostenevano i pubblici ministeri, ma al più anomalo, tanto da determinare la dichiarazione di prescrizione.

In altre parole, è crollata l’idea che i due storici dirigenti brigatisti avessero ordinato, pianificato o voluto la morte del carabiniere D’Alfonso.

Una conclusione che conferma tutti i dubbi che avevano accompagnato il processo sin dalla sua riapertura.

La vicenda giudiziaria, infatti, era stata costruita su un terreno estremamente fragile. Il reato di sequestro dell’industriale Gancia era ormai prescritto da decenni e per giungere al dibattimento si era dovuto ricorrere a una complessa costruzione accusatoria fondata su aggravanti e ipotesi di concorso. Nel corso delle udienze sono inoltre emerse le carenze delle indagini originarie: la scena del crimine alterata, reperti raccolti in maniera approssimativa, l’assenza di una ricostruzione precisa delle traiettorie dei colpi e il rigetto della richiesta delle difese di effettuare nuove perizie balistiche.

Ancora una volta, dunque, la pretesa di trasformare il processo penale in uno strumento di rilettura storica si è scontrata con i limiti del diritto e del tempo.

C’è poi un’altra verità che continua a rimanere sospesa. La sentenza non scioglie il nodo più controverso dell’intera vicenda: la morte di Margherita Cagol. Nel corso del dibattimento sono emersi nuovamente interrogativi mai chiariti sul modo in cui la dirigente brigatista venne uccisa e sull’ipotesi che fosse stata colpita dopo essersi arresa. Una questione che attraversa da mezzo secolo la storia italiana e sulla quale non si è mai voluto fare piena luce.

In questo senso il processo di Alessandria lascia dietro di sé una duplice eredità.

Da una parte, la legittima ricerca di verità e giustizia da parte dei familiari del carabiniere Giovanni D’Alfonso, che ieri hanno espresso soddisfazione per una sentenza che individua comunque una responsabilità penale.

Dall’altra, il fallimento di un’operazione giudiziaria che aveva l’ambizione di riscrivere una pagina degli anni Settanta attraverso un processo celebrato oltre mezzo secolo dopo i fatti.

Il risultato finale è un verdetto che, pur producendo un’unica condanna simbolica, certifica soprattutto l’impossibilità di piegare il diritto penale alle esigenze della memoria pubblica o della resa dei conti storica.

La sentenza di Alessandria non chiude tutte le domande aperte sulla Cascina Spiotta. Anzi, ne lascia molte senza risposta.

Ma una cosa appare evidente: il tentativo di costruire, cinquantun anni dopo, un nuovo grande processo ai vertici storici delle Brigate Rosse è uscito profondamente ridimensionato. E con esso l’idea che l’antiterrorismo possa continuare a funzionare come un’eterna ipoteca penale sul passato della Repubblica.


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