Bologna, in 14 a processo per la protesta davanti alla Rai


Rinviati a giudizio gli attivisti per gli scontri del 15 febbraio 2024 durante la mobilitazione per la Palestina. La protesta era nata dopo il caso Ghali a Sanremo e il comunicato dell’allora ad Rai Roberto Sergio

Quattordici attivisti andranno a processo per gli scontri avvenuti il 15 febbraio 2024 davanti alla sede regionale della Rai di Bologna, durante una delle grandi mobilitazioni per la Palestina che in quei giorni attraversarono numerose città italiane. Il gup Domenico Truppa ha disposto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, accusati a vario titolo di resistenza aggravata, lesioni a pubblico ufficiale e porto di armi improprie. La prima udienza davanti al tribunale collegiale è stata fissata per il 16 marzo 2027. Gli attivisti sono difesi dall’avvocata Marina Prosperi.

Per comprendere il significato della vicenda bisogna tornare al clima di quei giorni, quando le mobilitazioni contro la guerra a Gaza stavano crescendo e il Festival di Sanremo era diventato, quasi inaspettatamente, uno dei luoghi dello scontro politico sull’informazione e sulla Palestina.

Durante la serata finale del Festival, Ghali aveva pronunciato dal palco dell’Ariston la frase «Stop al genocidio». Il giorno successivo l’ambasciatore israeliano in Italia Alon Bar aveva accusato il Festival di essere stato utilizzato per diffondere «odio e provocazioni». A Domenica In, mentre Ghali rivendicava il diritto di parlare della guerra, Mara Venier lesse un comunicato dell’allora amministratore delegato della Rai Roberto Sergio nel quale veniva ribadita la solidarietà al popolo israeliano e alla comunità ebraica.

Quella presa di posizione provocò una mobilitazione nazionale davanti alle sedi della televisione pubblica. Napoli, Torino, Milano, Bologna e successivamente Roma, insieme a numerose altre città, videro presidi e cortei contro quella che i promotori definivano una narrazione filoisraeliana del conflitto e per chiedere che il servizio pubblico desse spazio anche alla condizione della popolazione palestinese. A Napoli e Torino le manifestazioni del 13 febbraio terminarono con scontri e manganellate; pochi giorni dopo proteste davanti alle sedi Rai si svolsero da Trieste a Palermo.

A Bologna, il 15 febbraio, davanti alla sede Rai di viale della Fiera arrivarono centinaia di persone, circa un migliaio secondo diverse cronache dell’epoca. I Giovani Palestinesi chiedevano che durante il Tg regionale fosse letto un loro documento intitolato Comunicato contro il negazionismo del genocidio in corso, la censura e la narrazione filoisraeliana della Rai. Il direttore della sede e il caporedattore della Tgr Emilia-Romagna scesero a parlare con i manifestanti.

La tensione aumentò quando dalla piazza arrivò la notizia che non vi sarebbe stata garanzia sulla lettura integrale del documento. La prima fila del presidio avanzò verso lo schieramento delle forze dell’ordine. Le cronache documentano a quel punto manganellate e colpi di scudo da parte di polizia e carabinieri e, dalle retrovie della manifestazione, lanci di oggetti e petardi. È su quella fase della giornata che si concentrano le contestazioni nei confronti dei quattordici imputati.

Ricostruire l’intera sequenza è importante perché la rappresentazione degli “scontri” rischia di cancellare ciò che li precede. Non ci fu un appuntamento nato per cercare il confronto con la polizia, ma una mobilitazione politica davanti alla sede del servizio pubblico radiotelevisivo, con una richiesta precisa: intervenire sulla narrazione della guerra a Gaza. Solo successivamente, dopo il mancato accordo sulla lettura integrale del documento, si verificò il contatto tra una parte dei manifestanti e lo schieramento delle forze dell’ordine.

Alla fine il comunicato trovò spazio nel telegiornale regionale e i manifestanti lasciarono il presidio dirigendosi in corteo verso piazza dell’Unità. «È dovuto servire tutto questo per poter parlare in Rai», dissero allora dal microfono. Una frase che restituisce meglio di molte ricostruzioni successive il significato politico attribuito dalla piazza a quella giornata.

A distanza di oltre due anni e mezzo, quei fatti vengono ora riletti attraverso il diritto penale. Il rinvio a giudizio non equivale naturalmente a una condanna e sarà il dibattimento ad accertare le singole condotte. Ma proprio la dimensione collettiva della manifestazione rende essenziale distinguere le eventuali responsabilità individuali dalla semplice partecipazione alla mobilitazione, stabilendo cosa venga concretamente attribuito a ciascuno dei quattordici imputati.

La vicenda bolognese si inserisce inoltre in un quadro più ampio. Le mobilitazioni per la Palestina degli ultimi anni sono state accompagnate da identificazioni, denunce, fogli di via e misure preventive. La repressione non coincide quindi soltanto con ciò che avviene durante una manifestazione, con le cariche, i fermi o le identificazioni. Possiede anche una dimensione differita: quando la piazza si è svuotata e l’attenzione pubblica si è spostata altrove, rimangono fascicoli, spese legali e procedimenti destinati ad accompagnare per anni le persone coinvolte.

A Bologna questa distanza temporale è particolarmente evidente: i fatti risalgono al febbraio 2024, mentre il dibattimento inizierà nel marzo 2027. Più di tre anni durante i quali la partecipazione a una giornata di mobilitazione continua a produrre conseguenze nella vita degli imputati. È uno degli aspetti meno visibili della repressione contemporanea: non soltanto impedire o contenere una protesta nel momento in cui avviene, ma prolungarne nel tempo il costo giudiziario, economico e personale.

C’è infine un elemento che rende quella giornata particolarmente significativa. Le proteste davanti alle sedi Rai non riguardavano soltanto Gaza, ma il ruolo dell’informazione pubblica durante una guerra. I manifestanti contestavano una televisione che ritenevano incapace di rappresentare adeguatamente le vittime palestinesi e rivendicavano il diritto di intervenire criticamente sulla narrazione del conflitto. Le mobilitazioni si diffusero rapidamente proprio perché il caso Ghali aveva fatto emergere una domanda che andava ben oltre Sanremo: quali parole sono ammesse quando si parla di Palestina e chi stabilisce i confini del discorso pubblico?

Quella domanda non è scomparsa. La stagione aperta dalle proteste davanti alle sedi Rai ha mostrato come la solidarietà con la Palestina abbia incontrato nelle piazze italiane un imponente dispositivo di ordine pubblico e, successivamente, una lunga coda giudiziaria. Il 16 marzo 2027, nell’aula del Tribunale di Bologna, saranno giudicate le condotte attribuite a quattordici persone. Sullo sfondo resterà però il contesto che portò quella folla in viale della Fiera: Gaza, il caso Ghali, la contestazione dell’informazione Rai e una mobilitazione per la Palestina che proprio in quelle settimane del 2024 stava diventando un fenomeno nazionale.


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