La sentenza infligge una pena superiore persino alla richiesta dei PM. In una città blindata e militarizzata per un presidio pacifico, il caso del giovane rifugiato palestinese diventa il simbolo della criminalizzazione della parola, della solidarietà e del dissenso.
In una Campobasso blindata, militarizzata, trasformata per un giorno in scenario da emergenza permanente, si è concluso il processo di primo grado a carico di Ahmad Salem, il giovane profugo palestinese di 24 anni finito sotto accusa con imputazioni di terrorismo dopo aver chiesto protezione internazionale in Italia.
Poco prima delle 15 è arrivata la sentenza: quattro anni di reclusione. Una pena persino superiore a quella richiesta dalla pubblica accusa, che aveva domandato tre anni e sei mesi. La difesa, rappresentata dall’avvocato Flavio Rossi Albertini, aveva chiesto l’assoluzione piena.
La giudice Federica Adele De Santi ha così confermato un impianto accusatorio che fin dall’inizio ha suscitato forti perplessità giuridiche e politiche: un procedimento fondato non su atti materiali, non su fatti concreti, ma essenzialmente su parole, video, contenuti digitali e prese di posizione politiche legate alla tragedia palestinese.
Un ragazzo condannato perché palestinese
Ahmad Salem era arrivato in Italia dal Libano, dove era cresciuto nel campo profughi palestinese di al-Baddawi. Aveva chiesto asilo a Campobasso. Da quella domanda di protezione è iniziato invece un incubo giudiziario culminato con la detenzione in un carcere di massima sicurezza e con una condanna pesantissima.
Secondo l’accusa, alcuni contenuti presenti sul suo telefono e alcune frasi estratte da un video online costituirebbero istigazione e autoaddestramento con finalità di terrorismo. In realtà, il cuore del procedimento è sempre apparso un altro: la criminalizzazione del linguaggio della resistenza palestinese, della denuncia del genocidio a Gaza, dell’appello alla mobilitazione popolare.
Video di combattimenti diffusi pubblicamente e circolati su media internazionali sono stati letti come “materiale istruttivo”; parole politiche sono state reinterpretate come propaganda; solidarietà è stata equiparata a pericolosità.
Per questo oggi molti parlano apertamente di una condanna esemplare: Ahmad condannato perché palestinese, perché portatore di una memoria, di una lingua politica e di una causa che si vuole silenziare.
Una città sotto assedio per un presidio pacifico
Il dato forse più inquietante della giornata è però il contesto in cui la sentenza è maturata.
Per un presidio di solidarietà già svolto in passato senza alcun incidente, Campobasso è stata sottoposta a un dispositivo securitario senza precedenti: chiusura al traffico del centro città, divieto di vendita di alcolici, cestini sigillati, cassonetti bloccati, controlli straordinari, cani anti-esplosivo dentro e fuori il tribunale, massiccio dispiegamento di agenti, carabinieri e polizia locale.
Una messa in scena sproporzionata e intimidatoria, che non rispondeva a esigenze reali di ordine pubblico ma alla volontà di trasmettere un messaggio politico preciso: chi manifesta solidarietà alla Palestina deve essere percepito come minaccia.
È la grammatica dello Stato di polizia: trasformare il dissenso in rischio, la piazza in allarme, la solidarietà in sospetto.
Il precedente che riguarda tutti
Il caso Ahmad Salem non riguarda solo un imputato. Riguarda il confine tra libertà di espressione e repressione penale. Riguarda l’uso estensivo delle norme antiterrorismo per colpire opinioni e identità politiche. Riguarda la possibilità che un giovane rifugiato venga consegnato a un destino carcerario per ciò che dice, rappresenta o simboleggia.
Quando la parola viene trattata come arma e la solidarietà come indizio di colpevolezza, il problema non è più soltanto giudiziario: è democratico.
La sentenza di oggi chiude il primo grado, ma apre una questione molto più grande. Perché se si può condannare Ahmad Salem in questo modo, allora il bersaglio potenziale diventa chiunque alzi la voce contro l’ingiustizia.
Il commento dell’avv. Flavio Rossi Albertini
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3 Comments on “Ahmad Salem condannato a 4 anni. A Campobasso va in scena il processo alla parola e alla solidarietà”
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