di Samuele Lucia
Con la Gaza Humanitarian Foundation, Stati Uniti e Israele hanno trasformato la distribuzione del cibo in un sistema militarizzato di controllo: hub fortificati, contractor armati, sorveglianza e riconoscimento facciale lungo il percorso di una popolazione affamata.
A Gaza persino la fame ha un posto di blocco. Non basta la disperazione per solamente un pezzo di pane. Bisogna sapere dove andare, quando andarci, arrivarci vivi e farsi accettare da un sistema in cui l’aiuto umanitario e l’apparato di sicurezza sono ormai la stessa cosa. Questa è la storia di Gaza Humanitarian Foundation, il meccanismo voluto da Stati Uniti e Israele per distribuire il cibo nella Striscia.
Lo scopo dichiarato era togliere gli aiuti dalle mani di Hamas, almeno, così ci dicono. Il risultato, ricostruito da Onu, Ong e inchieste giornalistiche, è un modello opposto a quello tradizionale: quattro mega-centri al posto di centinaia di punti sul territorio, recinti militarizzati, contractor privati armati e civili costretti a camminare a lungo, sotto il controllo israeliano, per un pacco alimentare.
Per ricevere da mangiare, un palestinese deve entrare in una macchina costruita anche per controllarlo. Israele, potenza occupante, non ha semplicemente “facilitato” gli aiuti. Ha smontato il sistema capillare con pochi hub fortificati, collocati in aree sotto il suo controllo militare. La sicurezza è stata appaltata a società private americane.
Circa 300 ex militari statunitensi, secondo ricostruzioni uscite da Journal of Conflict and Security Law di Oxford, furono reclutati e armati con pistole, gas lacrimogeni, granate stordenti e fucili automatici. Poi ci sono le telecamere.
Testimonianze raccolte dall’Associated Press parlano di sistemi con riconoscimento facciale, in grado di individuare persone considerate sospette e di trasmettere dati all’esercito israeliano. Le società coinvolte hanno smentito parte delle ricostruzioni e parlato della gestione dell’ordine. Resta lo scarto decisivo: da una parte un dispositivo di sorveglianza, dall’altra gente che muore di fame. Le code duravano ore, a volte tutta la notte. I centri potevano aprire con pochissimo preavviso e chiudere dopo poco.
L’alto commissario Onu per i diritti umani ha contato oltre duemila civili uccisi vicino ai siti Ghf e lungo le rotte degli aiuti. Il ministero della Salute di Gaza parla di migliaia di feriti. A luglio 2026 l’Onu stimava ancora 1,2 milioni di persone, il 59% della popolazione, in crisi alimentari o peggio, con un peggioramento previsto fino al 67%.
Il caso Ghf non è una disputa burocratica su quale Ong debba fare i pacchi. Più corretto dire, è la domanda di che cosa accade quando anche il percorso verso il pane viene assorbito dal conflitto. Il civile di Gaza non sceglie, ha perso la casa e spesso, troppo spesso, una parte della famiglia. E quando trova un luogo dove ricevere qualcosa da mangiare può trovarsi davanti armi, recinzioni e banche dati. L’aiuto dovrebbe essere ciò che resta quando tutto è crollato. A Gaza Israele ha fatto entrare anche quello nella logica del controllo.
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