di Vincenzo Scalia
Il caso Siher mette a nudo l’insofferenza di Meloni verso la separazione dei poteri. Tra propaganda mediatica, militarizzazione e repressione del dissenso, le garanzie costituzionali diventano un ostacolo.
La scarcerazione di Youssef Siher, predisposta dai magistrati milanesi per mancanza di indizi, ha sconvolto i piani della macchina della paura. L’apparato mediatico, con in testa i cosiddetti quotidiani indipendenti (quelli di destra fanno storia a sé) annaspano, in quanto è stata distrutta la loro creatura. Polito e Rampini, sul Corriere, domenica tuonavano contro i nuovi violenti, incapaci di assumersi, a parer loro, le responsabilità tipiche di un individuo che vive in un paese liberaldemocratico. Spingendosi, ovviamente, a tracciare un parallelo con le BR, ignorando la radicale differenza dei contesti sociopolitici, nonché della fase storica. La ricerca del Grande Vecchio, già data per fruttuosa, non si è rivelata tale, disorientando un’opinione pubblica sempre più passiva, incapace di leggere le trasformazioni sociale e le dinamiche politiche del tempo, prigioniera degli spauracchi di untorelli e cattivi maestri vari.
Tuttavia, alla fiera della verità tascabile e del mostro da sbattere in prima pagina, che ricorda molto da vicino quanto successe a Valpreda nel 1969, si è distinta la signora premier, pronta a scagliarsi sui magistrati che hanno contraddetto l’iniziativa intrapresa dalla polizia. Ancora una volta, e in modo preoccupante, l’assunto “criticare i poliziotti è pericoloso”, formulato dall’inquilina di Palazzo Chigi nel 2024, all’indomani del pestaggio subito da alcuni studenti pisani, picchiati a sangue freddo dalle forze dell’ordine nel corso di una manifestazione propal, si rivela l’asse portante della politica governativa.
Tutti, anche gli editorialisti e le anime belle della stampa indipendente, dovremmo preoccuparci delle posizioni della premier, in quanto sintomatiche di una deriva autoritaria perseguita tenacemente. La leader della coalizione governativa, responsabile dei nostri destini, pur avendo giurato fedeltà alla Costituzione, non ne conosce i contenuti. E ci auguriamo che sia questo il caso, poiché altrimenti ci troveremmo di fronte, ed è quello che temiamo, ad un esecutivo e alla sua leader che, pur conoscendo la Carta, la vilipendono e la ignorano a bella posta, nel tentativo pervicace di accelerare una svolta autoritaria.
Stiamo parlando della divisione dei poteri, caposaldo delle democrazie occidentali, sviluppatasi dal pensiero di Montesquieu in poi, e fatta propria dai nostri padri costituenti. Per riassumere, il potere politico si articola nella branca legislativa, esecutiva e giudiziaria, che agiscono, o dovrebbero agire, sotto un regime di piena indipendenza, regolato dalle leggi e dalla Carta costituzionale. Per la signora premier, ormai ci sono più riprove, non è questo il caso. Il Parlamento deve fare da cassa di risonanza delle decisioni del governo. La magistratura, come si è tentato di fare attraverso la riforma poi bocciata dal referendum, deve essere assoggettata all’esecutivo. Il quale, secondo un disegno politico neo-napoleonico, o, se preferite, neoautoritario, si configura come il soggetto unico della decisione politica, eludendo ogni dialettica tra i poteri, i partiti politici e le parti sociali. In altre parole, il contrario della struttura parlamentare della nostra Repubblica, nata, è bene ricordarlo, dalla Resistenza antifascista.
Nella visione della presidente del consiglio, gli apparati statali, come mera emanazione del governo, eseguono le decisioni prese in alto. La polizia, braccio operativo dell’esecutivo, equipaggiata, armata, preposta al mantenimento dell’ordine pubblico, svolge in questo schema un ruolo di primo piano. Fino a disporre di un’’autonomia di giudizio e di azione che scavalcano la legge, la separazione dei poteri, la Costituzione stessa. Non a caso, attraverso i decreti sicurezza, si tenta di tutelare, o meglio di privilegiare, le forze dell’ordine in tutte le maniere. Gli scudi penali servono proprio a questo. Creando un’asimmetria di potere di fatto, elevano le forze di polizia a supreme regolatrici del conflitto sociale. Ovviamente, in senso repressivo. A vantaggio di una forza che da anni non svolge un concorso pubblico, non forma alla gestione dei conflitti che attraversano la società multiculturale, preferendo cooptare i militari reduci dalle cosiddette “missioni di pace”.
Sul piano pratico, le conseguenze sono sotto i nostri occhi. I prefetti, concepiti come articolazione del potere centrale in periferia, agiscono recependo gli ordini che provengono da Roma, eludendo le istanze locali e operando una militarizzazione massiccia del territorio, attingendo a un pletorico armamentario legislativo fornito loro dal 2022 in poi, che va a completamento di un Codice penale ancora risalente al periodo fascista.
La militarizzazione delle città, gli scudi romani e i manganelli ostentati in modo narcisista, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, gli sgomberi unilaterali di realtà autogestite storiche, come il Leoncavallo e Askatasuna, sono tutte parti di un triste rosario di rivincite politiche, restaurazioni sociali e repressione del dissenso perseguite dal governo in carica. Che vorrebbe aggiungere, a questo sinistro apparato neoautoritario, anche le prerogative investigative. Col dente avvelenato, potremmo aggiungere. Visto che le vicende Mansouri e Fakir, quella di Lince, i fatti di Torino del maggio scorso, il caso di Ramy El Gaml, ci dicono che di questa polizia non c’è da fidarsi. Tanto più se opera sotto impunità. C’è un giudice a Milano. Speriamo che ce ne siano presto altri 60 milioni, in tutta Italia, che mandino a casa la signora premier e la sua cricca. Con buona pace degli editorialisti di via Solferino.
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