Dalle periferie al centro, la rabbia dei giovanissimi mette a nudo anni di segregazione, disuguaglianze e politiche sicuritarie. Ramy, Rogoredo e una generazione senza rappresentanza raccontano una frattura sociale alla quale il governo continua a rispondere con la repressione.
Quello che sta accadendo a Milano non è un incidente improvviso, né può essere spiegato soltanto attraverso le immagini delle vetrine infrante, dei negozi saccheggiati e degli scontri con la polizia. Le giornate del 17 e 18 ottobre hanno portato nel centro della capitale economica italiana una rabbia che da tempo attraversa le periferie, ma che raramente trova rappresentanza politica o ascolto istituzionale. Il racconto dominante si è concentrato sui danneggiamenti, sulla paura dei commercianti e sulla necessità di ristabilire l’ordine pubblico. Ma descrivere ciò che è accaduto non equivale a comprenderlo. Una vetrina distrutta racconta un episodio; non spiega perché gruppi di adolescenti abbiano deciso di affrontare la polizia e di colpire luoghi che rappresentano il consumo, la ricchezza e il prestigio di una città dalla quale molti di loro si sentono esclusi.
Milano è una città nella quale la ricchezza si concentra e si esibisce, mentre l’accesso alla casa, alla formazione e a un lavoro capace di garantire autonomia diventa sempre più difficile per una parte della popolazione. La distanza tra il centro e le periferie non è soltanto geografica. È economica, culturale e simbolica: separa chi può utilizzare la città come spazio di opportunità da chi ne sperimenta soprattutto i divieti, i costi e i controlli. Per molti adolescenti il centro rappresenta contemporaneamente un luogo desiderato e un territorio nel quale la propria presenza viene percepita come indesiderabile, soprattutto quando non corrisponde ai codici sociali del consumo e del decoro.
Questa frattura è il risultato di trasformazioni economiche e sociali di lungo periodo, alle quali si sono aggiunte politiche che hanno progressivamente trasformato l’immigrazione, le periferie e la marginalità giovanile in questioni di sicurezza. Per anni una parte della politica italiana ha costruito consenso contrapponendo gli italiani agli stranieri, rappresentando l’integrazione come una concessione e la cittadinanza come un privilegio da difendere. La retorica del «prima gli italiani», le campagne contro il riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati, le proposte di separazione scolastica e il linguaggio della remigrazione hanno alimentato una distinzione permanente tra chi viene riconosciuto come parte della comunità nazionale e chi continua a essere considerato un ospite, anche quando è nato o cresciuto in Italia. Quando un adolescente cresce in un Paese che considera la sua appartenenza sempre discutibile, il problema non riguarda soltanto la sua condizione amministrativa, ma il rapporto con le istituzioni e la possibilità di riconoscersi nella società della quale fa parte.
A questo processo si è accompagnato l’indebolimento della scuola come luogo di emancipazione e costruzione della cittadinanza. La scuola pubblica continua a svolgere una funzione fondamentale, grazie soprattutto al lavoro quotidiano di docenti ed educatori, ma è attraversata da disuguaglianze territoriali, carenze di risorse e difficoltà crescenti nel rispondere ai bisogni degli studenti. Nei quartieri popolari, dove le condizioni economiche delle famiglie incidono maggiormente sui percorsi educativi, la mancanza di servizi e opportunità extrascolastiche rende ancora più difficile contrastare l’abbandono e la dispersione. Anziché affrontare queste contraddizioni attraverso investimenti strutturali, una parte del dibattito politico ha trasformato la scuola in un terreno di scontro ideologico, privilegiando la retorica dell’autorità, del merito e della disciplina rispetto alla necessità di costruire strumenti di partecipazione, mediazione dei conflitti e riconoscimento delle differenze.
Nei quartieri popolari la distinzione tra chi frequenta la scuola, chi lavora occasionalmente e chi non studia né lavora non produce necessariamente mondi sociali separati. Si condividono gli stessi spazi, le amicizie, le difficoltà economiche e i luoghi di ritrovo. Ma quella distinzione può diventare decisiva quando si passa dalla vita quotidiana alla partecipazione collettiva. Chi frequenta una scuola può incontrare collettivi studenteschi, assemblee e organizzazioni politiche, strumenti attraverso i quali trasformare un disagio individuale in una rivendicazione. Per chi rimane fuori dai percorsi scolastici, formativi e lavorativi questa possibilità può essere molto più debole.
I giovani definiti NEET — persone che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione — non costituiscono un gruppo uniforme. Ma una parte di questo mondo sperimenta una condizione particolarmente dura: non soltanto l’assenza di un reddito e di prospettive professionali, ma anche la mancanza di luoghi nei quali costruire una presenza pubblica e collettiva. Non conosciamo le condizioni scolastiche e lavorative di tutti i partecipanti agli scontri milanesi e sarebbe arbitrario attribuire loro una medesima identità sociale. Ma la composizione generazionale della protesta obbliga a interrogarsi sulla condizione di una parte della gioventù urbana che non trova rappresentanza nei partiti, nelle organizzazioni tradizionali e spesso neppure nei movimenti già strutturati.
A questa assenza di rappresentanza si aggiunge una contraddizione che attraversa l’intero modello economico e culturale contemporaneo. Per anni è stata celebrata la figura dell’individuo che costruisce il proprio successo esclusivamente attraverso il merito, la volontà e la capacità di competere. La ricchezza è stata rappresentata come misura del valore personale, il consumo come dimostrazione di appartenenza e l’insuccesso come responsabilità individuale. A una generazione cresciuta dentro questo immaginario viene continuamente mostrato ciò che dovrebbe desiderare, mentre le condizioni materiali per ottenerlo diventano sempre più diseguali. Le merci esposte nelle vetrine del centro diventano così simboli di uno status sociale promesso a tutti ma accessibile soltanto ad alcuni.
È una contraddizione che il rapper Marracash ha espresso intervenendo nel dibattito sulle proteste milanesi. Nelle parole a lui attribuite emerge l’immagine di una generazione privata di prospettive, esposta al disagio e collocata davanti a una vetrina di simboli di successo che difficilmente potrà raggiungere. Non si tratta di attribuire a tutti i protagonisti degli scontri le sue considerazioni, ma di riconoscere che il linguaggio della musica, soprattutto quando nasce dall’esperienza delle periferie, può intercettare contraddizioni che la politica istituzionale fatica perfino a nominare.
Per comprendere la sfiducia di una parte della gioventù milanese nei confronti delle forze dell’ordine bisogna anche ricostruire ciò che è accaduto negli ultimi due anni. Due nomi sono diventati particolarmente significativi: Ramy Elgaml e Abderrahim Mansouri. Sono vicende differenti, con responsabilità e procedimenti giudiziari distinti, ma entrambe hanno contribuito a mettere in discussione l’immagine della polizia come istituzione necessariamente estranea alle violenze che dovrebbe prevenire.
Ramy Elgaml aveva diciannove anni quando morì, nella notte del 24 novembre 2024, al termine di un inseguimento dei carabinieri per le strade di Milano. La sua morte provocò proteste e tensioni al Corvetto, il quartiere nel quale viveva. La vicenda giudiziaria ha successivamente portato all’attenzione pubblica immagini, testimonianze e ricostruzioni che hanno messo in discussione alcuni aspetti del racconto iniziale. Una consulenza tecnica presentata dalla difesa ha sostenuto che l’auto dei carabinieri avrebbe deviato due volte verso lo scooter sul quale viaggiavano Ramy e l’amico che lo conduceva, contribuendo alla perdita di controllo e allo schianto. Si tratta di una ricostruzione di parte, sottoposta al confronto giudiziario, non di una verità processuale definitivamente accertata.
Ma il significato sociale della vicenda non dipende soltanto dall’esito del processo. Per molti giovani delle periferie, la morte di Ramy ha rappresentato un punto di rottura nel rapporto con le istituzioni. L’esperienza quotidiana dei controlli, degli inseguimenti, delle identificazioni e delle pratiche di sorveglianza ha trovato in quella morte un riferimento concreto. La domanda non riguardava soltanto le responsabilità dei singoli carabinieri, ma il valore attribuito alla vita di un giovane di periferia quando entra in conflitto con l’esercizio del potere coercitivo.
Poco più di un anno dopo, il 26 gennaio 2026, nel boschetto di Rogoredo è stato ucciso Abderrahim Mansouri, ventotto anni. L’agente di polizia Carmelo Cinturrino, che aveva sparato, ha inizialmente sostenuto di avere agito per legittima difesa. Le successive indagini della Procura di Milano hanno però messo radicalmente in discussione quella versione, portando all’arresto dell’agente con l’accusa di omicidio volontario e facendo emergere ipotesi di manipolazione della scena, falsificazione degli atti, estorsioni e altre violenze. Sono contestazioni che dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie, nel rispetto della presunzione di innocenza degli indagati.
L’inchiesta su Rogoredo ha avuto un significato particolarmente grave perché ha investito il funzionamento di un commissariato e le relazioni tra appartenenti alle forze dell’ordine e persone coinvolte nel mercato locale della droga. Secondo le ipotesi investigative, il potere esercitato da alcuni agenti non si sarebbe limitato al contrasto delle attività illecite, ma avrebbe compreso pratiche di intimidazione, richieste di denaro, violenze e protezioni illegali. Se confermate, queste condotte mostrerebbero una trasformazione dell’autorità pubblica in strumento di dominio e di interesse privato.
Non sappiamo quanti dei giovani protagonisti delle giornate del 17 e 18 ottobre abbiano conosciuto personalmente Ramy o Mansouri, né possiamo affermare che quelle morti abbiano determinato direttamente gli scontri. Possiamo però riconoscere che le rivolte non avvengono in uno spazio privo di memoria. Si sviluppano dentro territori attraversati da esperienze, racconti e conflitti che contribuiscono a formare il rapporto tra una generazione e le istituzioni. Quando chi dovrebbe contrastare la criminalità viene accusato di intrattenere rapporti illegali con essa, o quando una morte viene inizialmente giustificata attraverso una versione poi contraddetta da elementi investigativi, diventa più difficile chiedere fiducia incondizionata nella parola delle forze dell’ordine.
La questione diventa ancora più evidente se si considera il modo in cui il potere politico ha affrontato, negli ultimi anni, la marginalità giovanile. Decreti sicurezza, decreto Caivano, norme contro i rave, nuove sanzioni per le proteste e continue proposte di irrigidimento delle misure nei confronti dei minorenni hanno rafforzato una concezione prevalentemente repressiva dei problemi sociali. A ogni episodio di cronaca particolarmente esposto mediaticamente corrisponde la richiesta di nuovi reati, maggiori poteri di intervento e pene più severe. La prevenzione viene evocata nei discorsi ufficiali, ma l’attenzione politica e mediatica si concentra soprattutto sulla capacità di punire.
Questa trasformazione non riguarda esclusivamente il governo Meloni. L’espansione del diritto penale e la progressiva identificazione della sicurezza con il controllo sociale attraversano governi di orientamento differente e hanno trovato consenso anche in settori della cultura politica progressista. Ma l’attuale maggioranza ha ulteriormente accentuato questa impostazione, costruendo una parte significativa della propria identità politica sulla contrapposizione tra cittadini rispettabili e soggetti considerati pericolosi, tra ordine e disordine, tra appartenenza nazionale ed estraneità.
Il termine maranza, utilizzato sempre più frequentemente per identificare giovani delle periferie, spesso di origine migrante, contribuisce a costruire una categoria indistinta nella quale abbigliamento, provenienza sociale, età e comportamenti individuali vengono sovrapposti. Il risultato è un’etichetta che trasforma un insieme eterogeneo di adolescenti in una figura collettiva percepita come minacciosa. La criminalizzazione può così precedere qualsiasi comportamento concreto. La politica contribuisce a costruire una figura sociale pericolosa e successivamente utilizza la paura prodotta da quella rappresentazione per giustificare ulteriori misure di controllo.
Anche l’esperienza della pandemia ha inciso sui percorsi di socializzazione di questa generazione. La chiusura delle scuole, la sospensione delle attività sportive e culturali, l’isolamento e la riduzione degli spazi di relazione hanno avuto conseguenze differenti a seconda delle condizioni familiari ed economiche. Per chi disponeva di abitazioni sovraffollate, risorse limitate e minori possibilità di accesso agli strumenti digitali, l’interruzione della vita collettiva ha potuto aggravare disuguaglianze già esistenti. A quella esperienza non è seguito un investimento pubblico altrettanto straordinario nella ricostruzione dei servizi educativi, culturali e sociali.
A questo si aggiunge un contesto internazionale segnato dalle guerre, dal riarmo e dalla distruzione di intere comunità. Le mobilitazioni per la Palestina hanno coinvolto negli ultimi anni studenti, collettivi e settori della gioventù che contestano anche la distanza tra i principi democratici proclamati dalle istituzioni e le scelte concrete dei governi. Non sarebbe corretto attribuire automaticamente questa motivazione a tutti i protagonisti degli scontri milanesi, ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare il clima politico nel quale una nuova generazione sta costruendo il proprio rapporto con l’autorità.
La violenza, del resto, non comincia necessariamente nel momento in cui viene infranta una vetrina. Una delle operazioni più ricorrenti nel racconto delle rivolte consiste nell’individuare l’inizio del conflitto quando viene danneggiata una proprietà o aggredito un agente, separando quell’episodio dalle condizioni sociali che lo precedono. Precarietà, sfruttamento, discriminazione, esclusione e violenze istituzionali vengono collocate in un’altra dimensione, come se non contribuissero a formare l’esperienza quotidiana delle persone coinvolte. Non tutte queste condizioni sono violenze nello stesso senso giuridico o materiale, ma possono concorrere a costruire un’esperienza sociale nella quale il potere viene percepito soprattutto attraverso le sue capacità di imporre vincoli, privazioni e punizioni.
Questo non significa trasformare ogni danneggiamento in un atto di emancipazione o attribuire automaticamente un significato progressivo a qualsiasi comportamento di rottura. Una rivolta non è necessariamente un movimento politico e la rabbia non produce da sola solidarietà, organizzazione o trasformazione sociale. Ma l’assenza di una piattaforma rivendicativa non autorizza a negare il carattere sociale del conflitto. La disobbedienza e l’insubordinazione possono emergere prima che esistano parole, organizzazioni e strumenti capaci di dare loro una direzione condivisa.
È su questo terreno che la risposta del governo mostra i propri limiti. Davanti agli scontri milanesi, la priorità annunciata è stata il rafforzamento dei dispositivi di controllo, con l’ipotesi di nuove restrizioni preventive per i minorenni e il ricorso a ulteriori contingenti militari. La logica è quella di trasformare l’esplosione del conflitto in una conferma della necessità di ampliare i poteri coercitivi. Ma quale misura di polizia può garantire a un adolescente un percorso scolastico adeguato, una prospettiva lavorativa, un’abitazione o un luogo nel quale costruire relazioni? Quale nuova fattispecie di reato può sostituire un servizio educativo territoriale, un centro sportivo pubblico, una biblioteca o uno spazio di aggregazione?
L’indebolimento delle istituzioni sociali e il rafforzamento di quelle coercitive non rappresentano processi necessariamente separati. Possono essere due aspetti di una medesima trasformazione del ruolo dello Stato, sempre meno capace di garantire diritti e sempre più orientato a gestire attraverso il controllo le conseguenze delle disuguaglianze. Una politica realmente interessata alla sicurezza dovrebbe partire da un investimento straordinario nelle scuole pubbliche, soprattutto nei quartieri popolari. Servono personale stabile, classi meno affollate, sostegno educativo, strumenti per contrastare la dispersione e percorsi formativi che non riproducano automaticamente le disuguaglianze di partenza.
Accanto alla scuola servono biblioteche, centri culturali, strutture sportive pubbliche, servizi sanitari e sociali territoriali, spazi di aggregazione accessibili senza obbligo di consumo. Le periferie non possono essere considerate soltanto luoghi nei quali costruire nuove infrastrutture commerciali o intervenire quando emergono problemi di ordine pubblico. È necessario inoltre ricostruire percorsi credibili di accesso al lavoro e all’autonomia economica. Una società nella quale il futuro di un giovane dipende in misura crescente dal patrimonio familiare, dalle reti di conoscenze e dalla fortuna non può continuare a presentare il merito individuale come spiegazione sufficiente del successo o dell’insuccesso.
La questione riguarda infine le organizzazioni politiche, sindacali e sociali che intendono rappresentare le classi popolari. Quale rapporto hanno costruito con i giovani esclusi dai percorsi scolastici e lavorativi? Quanto spazio viene riconosciuto a soggettività che non condividono i linguaggi e le forme della militanza tradizionale? La sinistra, in particolare, dovrebbe interrogarsi sulla distanza che si è prodotta tra una parte delle proprie organizzazioni e i settori giovanili più marginalizzati. Quando il discorso pubblico sulla sicurezza viene accettato nei termini proposti dalla destra, la questione sociale rischia di scomparire anche dal linguaggio di chi dovrebbe contrastare le disuguaglianze.
Le giornate di Milano pongono dunque una questione che va ben oltre l’ordine pubblico. Una città non è sicura soltanto quando le sue vetrine sono protette e le strade del centro possono essere percorse senza disordini. È sicura anche quando i giovani possono studiare, lavorare, trovare una casa, utilizzare gli spazi pubblici e costruire un futuro senza essere costantemente esposti alla precarietà e all’esclusione. La sicurezza deve comprendere anche la protezione dagli abusi di chi esercita la forza. Ramy e Rogoredo ricordano quanto sia importante che ogni intervento delle forze dell’ordine sia sottoposto a controlli rigorosi, che le indagini siano indipendenti e che nessuna versione istituzionale venga considerata vera per il solo fatto di provenire da un agente.
Le rivolte non nascono necessariamente da un progetto politico, ma non nascono neppure dal nulla. Si sviluppano dentro rapporti sociali, esperienze di esclusione e conflitti che la politica può scegliere di affrontare oppure di reprimere. Le responsabilità individuali per eventuali reati devono essere accertate senza trasformarsi in una condanna collettiva di interi quartieri o generazioni. Ma il diritto penale non può sostituire la capacità di comprendere e modificare le condizioni che alimentano il conflitto.
Milano non ha scoperto improvvisamente una generazione violenta. Ha visto arrivare nel proprio centro una parte delle contraddizioni sociali che per anni ha lasciato ai margini. Continuare a considerare quei giovani un nemico da contenere, anziché riconoscere le responsabilità politiche ed economiche della loro esclusione, significa riprodurre le condizioni che hanno alimentato la rivolta. Se la sola risposta continuerà a essere la polizia, quelle contraddizioni non scompariranno: saranno semplicemente respinte, ancora una volta, verso le periferie.
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