Il 27 marzo 1980, a Milano, scattano due arresti destinati a inserirsi nel solco dell’inchiesta giudiziaria più controversa della fine degli anni Settanta. Su mandato del giudice istruttore romano Achille Gallucci vengono fermati Paolo Pozzi e Gianni Tranchida, direttore della rivista Rosso. L’accusa è pesantissima: insurrezione armata contro i poteri dello Stato.
La rivista fondata nella seconda metà degli anni Settanta nell’area dell’Autonomia operaia, Rosso era una delle testate più note del variegato arcipelago dell’estrema sinistra. Non solo uno strumento di informazione, ma uno spazio teorico e politico in cui si intrecciavano analisi sul lavoro, sul conflitto sociale, sulla repressione e sulle trasformazioni dello Stato.
L’arresto del suo direttore rappresenta un salto di qualità: non si colpisce soltanto un militante, ma un luogo di elaborazione culturale e politica. È il segno di una stagione in cui l’iniziativa giudiziaria investe direttamente le strutture organizzative e comunicative del movimento.
L’operazione si colloca nel quadro dell’inchiesta conosciuta come “7 aprile”, dal blitz del 1979 che portò all’arresto di numerosi esponenti dell’Autonomia, tra cui Toni Negri. L’impianto accusatorio sosteneva l’esistenza di una regia politico-organizzativa capace di orientare o dirigere la lotta armata.
Paolo Pozzi, uno degli arrestati del 27 marzo, era indicato come uno dei principali testimoni a difesa di Negri proprio su uno dei filoni centrali dell’inchiesta. Anche per questo il suo fermo assume un significato che va oltre la dimensione individuale.
L’ipotesi di insurrezione armata – prevista dall’articolo 284 del codice penale – configurava un’accusa di straordinaria gravità: presupponeva l’esistenza di un progetto concreto e organizzato di sovvertimento violento dell’ordine statale. Nel corso degli anni, molte di quelle contestazioni si sarebbero ridimensionate, tra assoluzioni, cadute di imputazioni e profonde revisioni dell’impianto iniziale.
Il caso sollevò interrogativi sul confine tra responsabilità penale individuale e attività politico-editoriale. Quando una rivista viene associata a un’accusa di insurrezione, il tema non riguarda soltanto i suoi dirigenti ma il rapporto tra libertà di espressione, dissenso radicale e sicurezza dello Stato.
A distanza di decenni, l’arresto del direttore di Rosso resta una fotografia di quella stagione: una fase in cui magistratura, movimenti e opinione pubblica si confrontarono in uno scontro durissimo sul significato stesso di “eversione”, sul ruolo dell’intellettuale militante e sul perimetro delle garanzie costituzionali.
Il 27 marzo 1980 non fu solo un’operazione giudiziaria. Fu un passaggio emblematico nel conflitto tra Stato e movimenti, dove anche una redazione poteva diventare terreno d’inchiesta e un direttore responsabile trasformarsi in imputato per insurrezione.


