Medigliano (Padova), 26 agosto 1949 – la polizia uccide il partigiano Bruno Cameran durante una manifestazione

L’Italia del dopoguerra è attraversata da un conflitto sociale profondo. Nelle campagne si moltiplicano gli scioperi e le lotte dei braccianti, nelle fabbriche aumentano le vertenze operaie, mentre il governo guidato da Alcide De Gasperi sceglie sempre più spesso di affrontare le proteste attraverso l’intervento delle forze dell’ordine. È in questo clima che si colloca una vicenda oggi quasi dimenticata, ma emblematica della repressione di quegli anni.

Il 26 agosto 1949, a Medigliano, nel Padovano, nel corso di una manifestazione popolare, le forze di polizia aprono il fuoco contro i dimostranti. A cadere sotto i colpi degli agenti è Bruno Cameran, partigiano, ucciso davanti alla lapide dedicata ai caduti della Resistenza.

La morte di Cameran assume un valore altamente simbolico. Soltanto quattro anni prima migliaia di uomini e donne avevano combattuto contro il fascismo e l’occupazione nazista per costruire una Repubblica fondata sulla democrazia e sui diritti sociali. Tra quei combattenti vi era anche Bruno Cameran. Nell’agosto del 1949, però, è proprio uno dei protagonisti della lotta di Liberazione a essere ucciso dalle forze dello Stato democratico mentre partecipa a una manifestazione.

Il luogo dell’uccisione rende l’episodio ancora più drammatico. Cameran viene colpito davanti alla lapide dei caduti, il monumento dedicato a coloro che avevano sacrificato la propria vita per liberare il Paese dal nazifascismo. Quella lapide diventa così il tragico scenario di una nuova violenza, questa volta esercitata dallo Stato repubblicano contro uno dei suoi stessi liberatori

Quella di Medigliano non fu dunque una tragica eccezione, ma parte di una stagione in cui il conflitto sociale veniva spesso affrontato come un problema di ordine pubblico. Le richieste di lavoro, salari, riforma agraria e giustizia sociale si scontravano con una gestione della sicurezza affidata sempre più frequentemente alle armi.

Secondo i dati che emergeranno pochi mesi dopo al congresso della Federbraccianti, soltanto nell’ultimo ciclo di mobilitazioni si conteranno sette lavoratori uccisi, oltre mille arresti e migliaia di denunce, un bilancio che fotografa la durezza dello scontro tra movimento dei lavoratori e apparati dello Stato.

La vicenda di Bruno Cameran è oggi quasi assente dalla memoria pubblica nazionale, eppure racconta una contraddizione profonda della giovane Repubblica. Un partigiano, sopravvissuto alla guerra di Liberazione, perde la vita non contro il fascismo, ma durante una manifestazione sociale repressa dalle forze di polizia dello Stato che aveva contribuito a far nascere.