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22 Giugno 1946: L’amnistia di Togliatti

Il 22 giugno 1946 entrò in vigore in Italia il Decreto presidenziale di amnistia legato al periodo dell’occupazione nazifascista.

La legge venne proposta dall’allora Ministro di Grazia e Giustizia del Governo De Gasperi, Palmiro Togliatti segretario del PCI.

L’amnistia Togliatti comprendeva il condono della pena per reati comuni e politici, dal collaborazionismo coi tedeschi fino al concorso in omicidio, commessi in Italia dopo l’8 settembre 1943.

Scopo del decreto-legge era sia di giungere quanto prima ad una pacificazione nazionale sia di evitare che l’epurazione rallentasse ulteriormente la ripresa delle attività fondamentali alla ricostruzione materiale del paese: attività burocratiche, istituzionali, culturali, sanitarie ed economiche. Ovviamente la legge non mancò di suscitare tensioni soprattutto nel nord Italia, dove avevano combattuto molte formazioni partigiane e dove la popolazione aveva subito l’occupazione e le violenze naziste.

Le polemiche vennero soprattutto dall’associazionismo partigiano e dai perseguitati politici antifascisti, che non accettarono la scarcerazione dei loro nemici e aguzzini quando permanevano nelle carceri partigiani arrestati per azioni compiute sotto l’occupazione nazifascista, che non volevano questo vergognoso colpo di spugna sui crimini fascisti.

La prima e maggiore reazione si ebbe nella provincia di Asti, dal 9 luglio al 28 agosto 1946, dove ex partigiani ‘tornarono in montagna’ e si arroccarono nel paese di Santa Libera, frazione di Santo Stefano Belbo (CN), protestando contro l’amnistia e avanzando richieste – che il governo promise di accogliere, giungendo così al volontario scioglimento del presidio -.

In poco tempo si erano radunati a Santa Libera, provenendo anche dalle regioni vicine, circa 400 partigiani.

Altre reazioni eclatanti si ebbero ad Aosta e a Casale Monferrato, ma non mancarono anche in Emilia-Romagna e in Toscana.

Il 23 agosto ad Aosta circa 300 ex combattenti ed ex internati, insieme alla popolazione civile, assaltarono il carcere locale per liberare degli ex partigiani.

A Casale Monferrato invece la popolazione dichiarò lo sciopero generale, in protesta per la revisione della sentenza di condanna a morte di alcuni repubblichini. Intervennero polizia, carabinieri ed esercito. La situazione si calmò solo grazie all’intercessione del Segretario della CGIL, Giuseppe Di Vittorio.

L’amnistia Togliatti, tuttavia, fece il suo corso e fu anzi seguita da ulteriori indulti che ampliarono la casistica dei crimini condonabili. Nel 1948 poi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Giulio Andreotti, approvò un decreto con cui si estinguevano i giudizi ancora pendenti dopo l’amnistia del 1946.

Legato a questi provvedimenti ed eventi è il mito della ‘Resistenza tradita’, nato dalle aspettative deluse di quanti speravano con la fine della guerra in un sostanziale cambio delle condizioni sociali della povera gente e in una rivalsa dopo un ventennio di dittatura. (da InfoAut)

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 “Lei,signor Ministro, ha fatto scarcerare tutti i fascisti, con delitti sulle loro coscienze, gente che certamente andrà a rafforzare le file dei neofascisti.

Ci domandiamo noi partigiani: è giustizia questa?

Abbiamo combattuto i fascisti perché?

I nostri sacrifici non sono certamente da Lei riconosciuti, i nostri Martiri non son vendicati! Signor Ministro! Tutti i Partigiani d’Italia vogliono i loro compagni scarcerati, anche se hanno commesso dei delitti, crediamo che abbiano più il diritto loro che i fascisti, perché dopo tanti patimenti che hanno sofferto sulle montagne, sono compatibili se hanno commesso qualche cosa. Come avete fatto scarcerare tutti i fascisti, Signor Ministro, fate scarcerare subito tutti i partigiani che ancora si trovano carcerati, per qualsiasi motivo lo siano. Questo è il vostro dovere di Comunista, di ministro e di uomo.”

Così i partigiani bellunesi scrivevano a Palmiro Togliatti all’indomani della promulgazione della nota amnistia. Il provvedimento rappresentò un colpo di spugna sulle responsabilità di numerosi esponenti, a vari livelli, del regime, che videro ridotte o addirittura cancellate le pene che gli erano state commutate. Ben diecimila fascisti ne usufruirono, anche grazie alla Corte suprema di cassazione, che annullò o rimodulò centinaia e centinaia di sentenze emesse dalla Corte straordinarie d’Assise volut dal governo Bonomi prima della fine del conflitto.

L’uso politico dell’amnistia fece sì che criminali di guerra italiani superarono indenni la fase, così come i soldati tedeschi responsabili degli eccidi nella penisola, mentre numerosi processi ai partigiani per fatti relativi al dopoguerra vennero riesumati e tanti uomini della Resistenza dovettero espatriare per non finire in carcere o nei manicomi giudiziari. Va detto chiaramente che, sebbene porti il suo nome, l’amnistia non fu solo farina del sacco del segretario del PCI, bensì un compromesso all’interno del governo De Gasperi (che ne ampliò gli effetti rispetto al testo orginale), avallato dai vari attori internazionali che da tempo avevano stabilito il ruolo e la collocazione dell’Italia nel dopoguerra.

Resta a distanza di molti anni l’effetto di questo provvedimento che sostanzialmente adottò la politica dei due pesi e due misure verso partigiani e vecchi esponenti di regime. A fronte di dati palesi (in Italia – 42 milioni di abitanti – i fascisti condannati dopo 20 anni di regime e 20 mesi di RSI furono 5600, in Norvegia, 3 milioni di abitanti, i condannati per collaborazionismo a fine guerra furono 18000) appare ancora più imbarazzante e in malafede tutta quella pubblicistica recente che – inventando o ingigantendo vendette personali ed errori in seno alla Resistenza – cerca di riabilitare il passato regime, di cui grazie all’amnistia ben diecimila appartenenti hanno potuto evitare di pagare per i crimini commessi. (da Cannibali e Re)

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