Riarmo e repressione, la faccia feroce dell’Unione Europea


Dalla Francia al Portogallo, passando per Spagna, Belgio, Italia e Germania, crescono le proteste contro carovita e tagli sociali. A Lisbona e Porto la polizia sgombera gli accampamenti per il diritto alla casa: 13 arresti e decine di feriti.

Anche il Portogallo entra nella stagione di mobilitazioni sociali che attraversa l’Europa. Sabato 31 ottobre migliaia di persone sono scese in piazza a Lisbona e Porto contro il carovita, gli affitti insostenibili e le politiche abitative del governo di Luís Montenegro. Nella notte, i manifestanti hanno nuovamente montato le tende nelle piazze, proseguendo una forma di protesta che da settimane denuncia l’impossibilità, soprattutto per le giovani generazioni, di accedere a un’abitazione dignitosa. La risposta delle autorità è arrivata all’alba di domenica 1° novembre: reparti antisommossa, manganelli, scudi e cani poliziotto sono stati impiegati per sgomberare gli accampamenti. Il bilancio è di tredici arresti e numerosi feriti. Secondo Euronews, il numero complessivo dei feriti sarebbe di circa cento.

A Lisbona, l’intervento è scattato intorno alle 4.30 nella centrale piazza del Rossio, dove decine di tende erano state installate al termine della manifestazione. I partecipanti avevano formato cordoni umani per impedire lo smantellamento dell’accampamento. Dopo gli ordini di sgombero, la polizia ha caricato i presenti, disperdendoli verso Praça da Figueira e le strade circostanti. A Porto, in Praça D. João I, si sono ripetute scene analoghe. Gli agenti hanno smontato le tende e respinto i manifestanti, mentre ulteriori tensioni si sono verificate lungo Avenida dos Aliados. Sei persone sono state arrestate a Lisbona e sette a Porto.

Particolarmente inquietante è quanto accaduto a Porto, dove un agente in borghese, individuato durante le tensioni, ha estratto una pistola davanti ai manifestanti. La polizia ha giustificato il gesto come misura di autodifesa, ma l’episodio pone interrogativi sull’impiego di personale non riconoscibile nelle manifestazioni e sulle modalità di gestione del conflitto. A Lisbona, alcuni parlamentari hanno cercato di interporsi tra gli agenti e i partecipanti agli accampamenti. Il presidente della Repubblica António José Seguro ha chiesto chiarimenti sugli interventi. Non siamo dunque davanti a una semplice controversia sulla presenza di tende nello spazio pubblico, ma a una questione che investe il diritto di manifestare e i limiti dell’azione coercitiva dello Stato.

Le proteste portoghesi nascono da condizioni materiali precise. Dal 2017 i prezzi delle abitazioni sono più che raddoppiati, mentre i canoni dei nuovi contratti sono cresciuti a un ritmo incompatibile con i salari di una parte consistente della popolazione. Il governo intende modificare la normativa sugli affitti, facilitando gli sfratti e rimuovendo alcuni limiti ai canoni dei nuovi contratti. I movimenti denunciano il rischio di aggravare una crisi già drammatica, nella quale la casa viene sempre più trattata come un investimento finanziario anziché come un bisogno sociale. Il primo ministro Montenegro ha escluso il ritiro della proposta.

La vicenda portoghese non è isolata. In Spagna le mobilitazioni per la casa contestano affitti e speculazione immobiliare. In Francia studenti, lavoratori e Gilet Jaunes protestano contro il carovita, il deterioramento dei servizi pubblici e i tagli alla spesa sociale, affrontando divieti prefettizi, cariche e arresti. In Germania migliaia di giovani manifestano per investimenti nell’istruzione e nel welfare, contestando anche le politiche di riarmo e il ritorno della leva. In Italia e Belgio salari, costo della vita, servizi pubblici e priorità della spesa statale sono al centro di mobilitazioni sociali. Non esiste un unico movimento europeo, ma emerge una convergenza di rivendicazioni che mette in discussione le scelte economiche dei governi.

Il rapporto tra riarmo e crisi sociale costituisce uno dei nodi politici di questa stagione. L’Unione Europea e i governi nazionali stanno aumentando gli impegni per la difesa e promuovendo nuovi investimenti militari, mentre settori crescenti della popolazione chiedono maggiori risorse per abitazioni, scuola, sanità e salari. Le proteste rendono visibile questa contraddizione e contestano l’idea che le scelte di bilancio siano decisioni tecniche sottratte al confronto democratico.

Accanto a questa contraddizione emerge quella della repressione. In Francia il ricorso a unità specializzate, armi antisommossa e restrizioni preventive ha suscitato denunce per gravi violazioni dei diritti dei manifestanti. In Portogallo, accampamenti organizzati per denunciare l’impossibilità di pagare un affitto vengono sgomberati con manganelli e cani. Le autorità motivano questi interventi richiamando sicurezza, legalità e necessità di garantire la circolazione negli spazi pubblici.

L’elemento più significativo è che la questione sociale tende a essere trasformata in una questione di ordine pubblico. Chi protesta perché non riesce a pagare l’affitto si trova davanti gli agenti incaricati di smontare le tende. Chi contesta i tagli all’istruzione incontra sbarramenti e divieti di corteo. La discussione sulle politiche economiche viene progressivamente sostituita da quella sui comportamenti dei manifestanti.

Le piazze europee pongono dunque una domanda politica che i governi non possono risolvere attraverso la sola gestione poliziesca: quale futuro viene offerto a chi lavora, studia e non riesce più a sostenere i costi essenziali della vita? La crescita delle spese militari, la pressione sui bilanci sociali e l’espansione dei dispositivi di sicurezza costituiscono fenomeni identici: uno Stato penale e poliziesco che abbatte lo Stato sociale. Le mobilitazioni di queste settimane contestano proprio questo. Gli sgomberi di Lisbona e Porto mostrano che la risposta repressiva non è un’eccezione confinata a un solo Paese: è un problema politico europeo che riguarda il rapporto tra diritti sociali, libertà pubbliche e scelte dei governi.


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