Nuovi reati, fermo preventivo esteso ai minorenni, arresti in flagranza differita e sanzioni alle famiglie. Dopo le proteste di Milano, il governo risponde al disagio sociale ampliando i poteri repressivi dello Stato.
Il governo Meloni ha approvato il 20 ottobre un nuovo decreto sicurezza, l’ennesimo dall’inizio della legislatura. Il provvedimento arriva dopo le manifestazioni e gli scontri che hanno attraversato Milano e altre città italiane, protagonisti soprattutto giovani e giovanissimi. La risposta dell’esecutivo è ancora una volta penale: nuove fattispecie di reato, aumento delle pene, ampliamento dei poteri di polizia, misure preventive e responsabilità economiche a carico delle famiglie. Una scelta che conferma la progressiva trasformazione del conflitto sociale in una questione di ordine pubblico.
Il decreto si inserisce in una sequenza di interventi legislativi che, dal 2022, hanno progressivamente ampliato gli strumenti di repressione. Dal decreto contro i rave al decreto Caivano, dalle disposizioni contro le occupazioni e i blocchi stradali alle nuove misure di prevenzione introdotte nel 2026, il governo ha costruito un apparato normativo fondato sull’anticipazione dell’intervento coercitivo e sull’inasprimento delle sanzioni. Ogni episodio di cronaca diventa l’occasione per introdurre ulteriori restrizioni, presentate come indispensabili per ristabilire la sicurezza, senza che venga affrontata la questione della loro effettiva efficacia.
Un nuovo reato per le manifestazioni
La disposizione centrale è l’introduzione del reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, indicato negli annunci governativi anche come «partecipazione violenta». La nuova fattispecie prevede la reclusione da due a cinque anni e una multa fino a 20mila euro per determinate condotte violente commesse durante manifestazioni da gruppi di almeno cinque persone. Sono previste aggravanti, tra l’altro, per il volto coperto e per ulteriori conseguenze delle violenze. Si aggiungono inoltre pene particolarmente elevate, fino a dodici anni secondo le ricostruzioni del provvedimento, per chi organizza o promuove la formazione di gruppi finalizzati a manifestazioni violente, anche attraverso strumenti informatici e telematici.
Non si tratta semplicemente di punire comportamenti che prima erano consentiti. L’ordinamento dispone già di numerosi reati applicabili a danneggiamenti, lesioni, violenze, devastazioni e saccheggi. La scelta di introdurre una fattispecie specificamente collegata alle manifestazioni pubbliche accentua invece il trattamento penale del conflitto di piazza. Il rischio è che il contesto collettivo diventi un elemento capace di aggravare sensibilmente la risposta sanzionatoria, rendendo ancora più importante distinguere la responsabilità individuale dalla semplice presenza in un corteo.
Particolarmente delicato è il riferimento all’organizzazione attraverso i social e le piattaforme di messaggistica. Le mobilitazioni degli ultimi giorni hanno mostrato forme di convocazione spontanea, spesso prive di strutture riconoscibili, nelle quali circolano appelli, video e messaggi condivisi da migliaia di persone. Occorrerà verificare con attenzione come la nuova norma definisca le condotte punibili e quali garanzie impediscano di confondere la promozione di specifici atti violenti con l’organizzazione di una protesta.
I minorenni diventano il principale bersaglio
Una parte significativa del decreto riguarda la giustizia minorile. Il governo interviene sulla capacità di intendere e di volere dei ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni, introducendo una presunzione che modifica il precedente criterio di accertamento individuale. Non significa che i minori di quattordici anni diventino imputabili, ma che per gli adolescenti già compresi nell’area della responsabilità penale si riduce il ruolo della verifica preventiva della maturità personale.
La modifica incide su un principio fondamentale della giustizia minorile: il riconoscimento delle differenze tra adolescenti e adulti e della particolare funzione educativa del processo. La capacità di comprendere il significato delle proprie azioni non può essere trattata come un dato uniforme, indipendente dall’età, dalla storia personale e dalle condizioni di crescita. La scelta governativa sposta invece l’equilibrio verso una risposta più vicina al modello penale ordinario.
Viene inoltre esteso ai minorenni il fermo preventivo di polizia, già introdotto per gli adulti. Le ricostruzioni pubblicate dopo il Consiglio dei ministri indicano l’applicazione ai ragazzi che abbiano compiuto sedici anni e l’ampliamento dei contesti nei quali la misura può essere utilizzata, includendo luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone. Sul limite temporale del trattenimento le prime notizie non sono uniformi: alcune indicano dodici ore, altre ventiquattro. Il dato dovrà essere chiarito attraverso il testo definitivo.
Al di là di questo aspetto, il problema politico e giuridico è evidente. Il fermo preventivo non interviene necessariamente dopo la commissione di un reato, ma sulla base di una valutazione anticipata della possibile pericolosità. Estenderlo agli adolescenti significa attribuire alle forze di polizia un ulteriore potere di limitazione della libertà personale nei confronti di persone che non hanno ancora commesso il fatto che si intende prevenire. È un cambiamento significativo, soprattutto se applicato alle manifestazioni e ai luoghi di aggregazione giovanile.
Il decreto prevede anche sanzioni economiche per i genitori dei minorenni coinvolti in determinate condotte violente, con importi annunciati tra 500 e 1.000 euro, raddoppiabili in caso di reiterazione. A queste si affiancano strumenti per ottenere il risarcimento dei danni ai beni pubblici e privati. Il principio riassunto da Meloni nello slogan «chi rompe paga» introduce una risposta che rischia di trasferire sulle famiglie il peso economico della repressione, con conseguenze inevitabilmente differenti secondo le condizioni sociali. Una sanzione identica nell’importo non produce infatti lo stesso effetto su una famiglia benestante e su una già esposta alla precarietà.
Arresti differiti e militarizzazione delle città
Tra le altre disposizioni figura l’ampliamento dell’arresto in flagranza differita, che consente di procedere all’arresto successivamente ai fatti sulla base di documentazione video e fotografica, entro i limiti e alle condizioni previste dalla legge. Viene inoltre annunciata la procedibilità d’ufficio per lesioni anche lievi commesse contro appartenenti alle forze di polizia nell’esercizio delle loro funzioni. Si rafforza così un modello nel quale le tecnologie di identificazione e gli strumenti di intervento successivo assumono un ruolo crescente nella gestione delle proteste.
A Milano arriveranno altri 500 militari nell’ambito dell’operazione Strade sicure, fino al 31 dicembre. Il governo aveva ipotizzato di attribuire loro poteri di polizia giudiziaria, ma questa parte è stata eliminata dopo le interlocuzioni con il Quirinale. Il contingente aggiuntivo resta dunque destinato a compiti di presidio e supporto, senza la trasformazione dei soldati in agenti di polizia giudiziaria.
La rinuncia a quella disposizione non modifica tuttavia l’indirizzo complessivo. Il ricorso all’esercito per il controllo delle città viene ulteriormente normalizzato, mentre problemi sociali e tensioni urbane vengono affrontati prevalentemente attraverso la presenza delle divise. È una risposta che confonde la gestione dell’ordine pubblico con quella delle condizioni materiali da cui nascono molte delle proteste.
La rivolta dei giovani e il fallimento delle politiche sicuritarie
Le mobilitazioni esplose a Milano e in altre città non possono essere comprese soltanto attraverso le immagini degli scontri, dei negozi saccheggiati e delle vetrine distrutte. La presenza di migliaia di adolescenti, molti dei quali privi di una precedente esperienza politica organizzata, pone interrogativi che riguardano le condizioni di vita, il rapporto con le istituzioni, la scuola, le disuguaglianze, il razzismo e l’assenza di prospettive.
Non significa attribuire automaticamente a ogni comportamento una consapevolezza politica o considerare tutte le forme di violenza equivalenti. Significa riconoscere che una rivolta sociale non può essere spiegata esclusivamente con le categorie della devianza e della criminalità. La partecipazione di giovani che non si riconoscono nei partiti, nei sindacati o nelle organizzazioni tradizionali segnala anche una crisi dei canali attraverso i quali il disagio può trasformarsi in rivendicazione collettiva.
Il governo sceglie invece di descrivere quanto accaduto come un’emergenza criminale, insistendo sull’origine straniera di parte dei partecipanti e richiamando la presenza di presunte frange antagoniste. Ma la composizione delle proteste, secondo le stesse ricostruzioni raccolte nel materiale disponibile, appare molto meno riconducibile alle organizzazioni politiche tradizionali di quanto suggerisca questa rappresentazione.
La categoria dei «maranza», da tempo utilizzata per identificare e stigmatizzare settori della gioventù urbana, diventa così un contenitore nel quale far confluire fenomeni diversi: marginalità sociale, conflitti generazionali, comportamenti illegali, appartenenze culturali e forme ancora incerte di protesta. Una definizione che contribuisce a trasformare una questione sociale in un problema di polizia, oscurando le differenze tra le persone e le ragioni delle loro mobilitazioni.
In questo contesto assume particolare significato il fatto che una parte dei giovani coinvolti rivendichi forme di organizzazione autonome, senza portavoce riconosciuti e attraverso reti digitali temporanee. La nascita del cosiddetto Movimento 17 ottobre, annunciata sui social dopo gli scontri milanesi, rappresenta un tentativo di attribuire una prospettiva politica a questa mobilitazione. Non è possibile stabilire quanto sia rappresentativo dei partecipanti alle proteste, né attribuirgli retroattivamente la responsabilità delle iniziative precedenti. È però un elemento che conferma la necessità di analizzare forme di aggregazione differenti da quelle conosciute.
La sicurezza come governo del conflitto
Il nuovo decreto rende ancora più evidente una contraddizione delle politiche governative. Dopo anni di inasprimenti penali, ampliamento dei poteri di polizia e moltiplicazione delle misure preventive, il conflitto sociale non è scomparso. Le proteste si ripresentano, coinvolgono nuovi soggetti e assumono forme meno prevedibili. Eppure la risposta rimane invariata: nuove incriminazioni, nuove aggravanti, nuove possibilità di trattenimento e arresto.
È il limite strutturale del panpenalismo. Il diritto penale viene caricato di compiti che non può assolvere: risolvere le disuguaglianze, governare il disagio giovanile, ricostruire il rapporto tra cittadini e istituzioni, affrontare le conseguenze dell’impoverimento e della marginalizzazione. La pena interviene sulle condotte individuali, ma non modifica le condizioni sociali che alimentano il conflitto. Quando diventa la risposta principale a ogni contraddizione, finisce per sostituire la politica anziché sostenerla.
La progressiva estensione delle misure di prevenzione aggiunge un ulteriore elemento. Non si tratta più soltanto di punire chi commette un reato, ma di intervenire su chi viene considerato potenzialmente pericoloso, prima che una condotta penalmente rilevante sia stata accertata. È la logica dell’anticipazione del controllo, particolarmente problematica quando investe adolescenti e manifestazioni pubbliche.
Il provvedimento deve essere letto anche nel quadro del sovraffollamento degli istituti penali minorili, aggravato dalle precedenti riforme. La stessa magistratura minorile ha più volte richiamato l’attenzione sull’inefficacia di una risposta fondata prevalentemente sull’inasprimento delle pene. Trattare gli adolescenti sempre più come adulti non significa comprendere meglio le loro responsabilità, ma indebolire la specificità educativa del sistema minorile.
C’è infine una questione democratica che riguarda il ricorso ripetuto alla decretazione d’urgenza. Misure destinate a incidere profondamente sulla libertà personale, sul diritto di manifestare e sulle garanzie dei minorenni vengono presentate come risposte immediate a singoli episodi di cronaca. Il Parlamento è chiamato a intervenire nella fase di conversione, mentre la scelta politica fondamentale è già stata compiuta dall’esecutivo.
L’ennesimo decreto sicurezza non affronta le ragioni della protesta, ma amplia gli strumenti per contenerla. Il governo Meloni continua a rispondere alle trasformazioni del conflitto sociale attraverso la legislazione penale, attribuendo alla polizia e alla magistratura il compito di gestire contraddizioni che richiederebbero interventi politici, economici e sociali. La novità più significativa è l’estensione di questa impostazione ai minorenni: una generazione già segnata da precarietà, disuguaglianze e riduzione degli spazi di partecipazione viene trattata sempre più come un problema di sicurezza pubblica.
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