Il governo della paura non sa fare altro che reprimere


Dopo la rivolta giovanile di Milano, Meloni prepara l’ennesimo decreto sicurezza e manda 500 militari in città. Fermo preventivo dei minori, arresti differiti e nuovi divieti: invece di affrontare povertà, precarietà ed esclusione sociale, il governo sceglie ancora una volta la repressione.

L’ordine pubblico è diventato la droga preferita di un potere che non sa più cosa inventarsi. Ogni volta che esplode una contraddizione sociale, il governo Meloni risponde aumentando la dose: nuovi reati, pene più severe, maggiori poteri alle forze dell’ordine, divieti e misure preventive. Non importa che gli strumenti repressivi e l’inasprimento delle sanzioni non abbia risolto la precarietà, la marginalità giovanile o il disagio delle periferie. La risposta rimane identica, perché l’obiettivo politico non è comprendere ciò che sta accadendo, ma dimostrare di avere il controllo. E quando la realtà smentisce questa pretesa, invece di cambiare politica si prepara un altro decreto.

Dopo due giorni di scontri a Milano, l’esecutivo ha annunciato un nuovo intervento legislativo. Tra le misure allo studio figurano l’estensione del fermo preventivo ai minorenni, l’arresto in flagranza differita per i danneggiamenti commessi in gruppo, divieti di aggregazione rivolti alle cosiddette bande giovanili e ulteriori inasprimenti delle pene. Si valuta anche il trasferimento nel decreto di disposizioni già previste da un disegno di legge sulla sicurezza. Sono, allo stato delle notizie disponibili, proposte annunciate e non norme definitivamente approvate. Contemporaneamente, il governo ha disposto il rafforzamento del dispositivo militare a Milano con 500 soldati nell’ambito dell’operazione Strade sicure.

La sequenza è significativa. Una mobilitazione nata anche intorno al costo della vita, alle condizioni di lavoro e al deterioramento dei servizi pubblici incontra una risposta fondata sull’impiego dell’esercito e sull’ampliamento degli strumenti penali. Il Movimento 17 ottobre annuncia nuove iniziative, mentre l’esecutivo ragiona soprattutto su come impedire che si ripetano gli scontri. Non si apre una discussione pubblica sulle condizioni materiali di quella generazione, né sulle ragioni per cui adolescenti e giovani adulti, spesso estranei alle forme tradizionali dell’organizzazione politica, abbiano scelto di occupare le strade e affrontare le forze dell’ordine. Il governo ha già individuato il problema: non la frattura sociale che la rivolta rende visibile, ma la rivolta stessa.

La pena come risposta a un problema che non si vuole capire

La novità più inquietante riguarda il possibile ampliamento del fermo preventivo. Secondo le anticipazioni, il governo vorrebbe estenderlo ai minorenni e portarne la durata fino a 24 ore. Si parla inoltre di rafforzare i poteri preventivi del questore, introdurre ulteriori restrizioni alle aggregazioni e consentire arresti differiti entro 48 ore in relazione a determinati reati commessi durante le manifestazioni. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha prospettato anche poteri di polizia temporanei per i militari impiegati a supporto delle forze dell’ordine. Le formulazioni definitive restano da verificare: al momento della ricerca il testo è ancora in preparazione e sono segnalate interlocuzioni con il Quirinale sui possibili profili costituzionali.

Il punto politico e giuridico è evidente. Si vuole anticipare sempre di più l’intervento coercitivo, spostandolo dalla repressione di un reato commesso alla prevenzione di comportamenti ritenuti pericolosi. Nel caso dei minorenni, questa impostazione assume una gravità particolare. La libertà personale viene esposta a restrizioni sulla base di valutazioni preventive, proprio nei confronti di persone per le quali l’ordinamento dovrebbe garantire tutele rafforzate. Occorre chiedersi quali presupposti concreti giustificherebbero il fermo, quali garanzie sarebbero assicurate, quale controllo eserciterebbe l’autorità giudiziaria e come verrebbero rispettati i principi costituzionali di necessità, proporzionalità e tutela della libertà personale.

Anche il divieto di aggregazione merita una contestazione radicale. Se formulato in termini generici, rischia di trasformare la semplice presenza di gruppi di adolescenti nello spazio pubblico in un fatto sospetto. È un terreno particolarmente pericoloso per i giovani delle periferie, per quelli razzializzati e per chi è già sottoposto a controlli frequenti. Il passaggio dalla valutazione di condotte individuali alla presunzione di pericolosità di un gruppo può ampliare ulteriormente la discrezionalità degli apparati di polizia, alimentando pratiche discriminatorie anziché contrastarle.

Non è sufficiente che il governo assicuri di voler distinguere i manifestanti pacifici dai responsabili dei danneggiamenti. Questa distinzione, continuamente invocata nel discorso pubblico, è diventata anche uno strumento per delegittimare intere mobilitazioni. Si pretende che ogni movimento risponda delle condotte di chiunque attraversi una piazza, mentre la discussione sulle ragioni della protesta viene subordinata alla condanna preventiva degli scontri. Il risultato è che l’ordine pubblico finisce per occupare tutto lo spazio della politica.

La responsabilità per eventuali reati deve essere accertata individualmente, con tutte le garanzie previste dall’ordinamento. Ma proprio per questo non si può accettare che il governo utilizzi episodi di violenza per introdurre restrizioni generalizzate alla libertà di manifestazione, alla circolazione e all’aggregazione. La gravità di una condotta non autorizza a trasformare la prevenzione in una forma ordinaria di controllo delle persone considerate socialmente indesiderabili.

I nativi delle macerie e il fallimento delle promesse

Nel nostro articolo Nativi delle macerie: la rivolta di una generazione che non crede più alle promesse avevamo già affrontato una contraddizione che gli avvenimenti di Milano rendono ancora più evidente. Per anni i giovani sono stati accusati di apatia, individualismo, incapacità di partecipare alla vita pubblica. Adesso che una parte di loro scende in strada, occupa lo spazio urbano e manifesta una rabbia che non passa attraverso le forme tradizionali della rappresentanza politica, il linguaggio cambia immediatamente. Non sono più ragazzi da coinvolgere, ma soggetti da sorvegliare; non più una generazione senza futuro, ma una minaccia alla sicurezza.

Questa generazione è cresciuta dentro una successione di crisi che ha progressivamente distrutto la credibilità delle promesse sulle quali si reggeva il consenso sociale. La crisi economica, l’austerità, la pandemia, la precarizzazione del lavoro, l’aumento del costo dell’abitare, la catastrofe climatica e il ritorno della guerra hanno segnato gli anni della sua formazione. La promessa secondo cui studiare, impegnarsi e competere avrebbe garantito una vita migliore ha perso gran parte della propria consistenza materiale. Si può essere laureati e non riuscire a pagare un affitto, lavorare e rimanere poveri, accumulare competenze senza ottenere alcuna stabilità. L’autonomia viene continuamente rinviata, mentre ai giovani si continua a chiedere di essere flessibili, produttivi e disponibili al sacrificio.

La rivolta segnala quanto profonda sia diventata la distanza tra una parte della gioventù e le istituzioni, i partiti, i sindacati e le forme consolidate della partecipazione.

Quando un adolescente non riconosce nelle istituzioni alcuna possibilità di migliorare la propria condizione, quando percepisce la città come uno spazio dal quale viene progressivamente escluso, quando il consumo ostentato nei quartieri del lusso convive con l’impossibilità di accedere a una casa o a un reddito dignitoso, la rabbia può assumere forme disordinate, contraddittorie e distruttive. Comprendere questa dinamica non significa attribuire automaticamente un valore emancipativo a ogni gesto compiuto durante gli scontri. Significa riconoscere che la repressione non offre una spiegazione delle cause e, soprattutto, non le modifica.

Milano rappresenta una contraddizione particolarmente evidente. La città della finanza, degli investimenti immobiliari, del lusso e dei grandi eventi è anche una città nella quale il costo dell’abitare espelle progressivamente lavoratori, studenti e famiglie a basso reddito. La ricchezza si concentra e si rende visibile nello spazio urbano, mentre quote crescenti della popolazione sperimentano condizioni di precarietà e marginalizzazione. Quando questa distanza esplode nel centro della città, la risposta del governo consiste nell’inviare soldati a difendere un ordine economico che non viene mai messo in discussione.

Lo Stato penale e la democrazia punitiva

La reazione del governo è perfettamente coerente con una trasformazione che attraversa da decenni la politica italiana: il progressivo spostamento delle questioni sociali sul terreno penale. Alla crisi del lavoro si risponde con la disciplina, al disagio giovanile con la sorveglianza, alle occupazioni abitative con gli sgomberi, ai conflitti sindacali con denunce e sanzioni, alle mobilitazioni territoriali con divieti e misure preventive. Il diritto penale, da strumento che dovrebbe intervenire entro limiti rigorosi, diventa una risorsa ordinaria per governare le contraddizioni prodotte dall’organizzazione economica e sociale.

È uno dei nodi centrali della democrazia punitiva: quando le disuguaglianze vengono presentate come il risultato di fallimenti individuali, la risposta pubblica non consiste più nel modificare le condizioni che le producono, ma nel correggere e sanzionare i comportamenti di chi le subisce. Il povero diventa responsabile della propria povertà perché non sarebbe stato abbastanza competitivo; il disoccupato non avrebbe saputo adattarsi al mercato; il giovane marginalizzato non avrebbe interiorizzato le regole della convivenza. E quando questi soggetti rifiutano la propria condizione, il problema non viene più riconosciuto come sociale, ma classificato come devianza.

La conseguenza è un rovesciamento delle responsabilità. Le politiche che favoriscono la concentrazione della ricchezza, la rendita immobiliare e la precarizzazione del lavoro vengono considerate necessarie o inevitabili. Le persone che ne subiscono gli effetti vengono invece chiamate a rispondere delle proprie condizioni di esistenza. Prima vengono colpevolizzate per non essere riuscite a competere, poi criminalizzate quando contestano le regole della competizione. È il punto in cui l’ideologia del merito incontra quella della punizione.

Il governo Meloni ha radicalizzato questa impostazione, ma sarebbe un errore attribuirgliene l’invenzione. Governi di diverso orientamento hanno contribuito alla crescita della legislazione emergenziale, all’espansione delle misure preventive e alla costruzione di un’idea di sicurezza prevalentemente fondata sul controllo delle popolazioni marginalizzate. L’attuale esecutivo porta questa tendenza a una maggiore intensità, accompagnandola con una propaganda che identifica continuamente nuovi nemici: migranti, occupanti di case, attivisti, studenti, lavoratori in lotta e giovani delle periferie.

La scelta non è soltanto repressiva, ma profondamente politica. Riconoscere la natura economica e sociale della rabbia significherebbe affrontare questioni che il governo non intende mettere in discussione: la distribuzione della ricchezza, il potere della rendita, la precarietà dei rapporti di lavoro, le priorità della spesa pubblica, il definanziamento dei servizi essenziali. Significherebbe ammettere che la sicurezza di una persona dipende anche dalla possibilità di avere una casa, un reddito sufficiente, cure accessibili, un’istruzione adeguata e una prospettiva di autonomia. Ma una simile discussione metterebbe in questione interessi economici e rapporti di potere che l’esecutivo considera intoccabili.

È molto più semplice annunciare nuovi reati. Il decreto diventa così uno strumento per sostituire la politica sociale con la comunicazione dell’autorità. La sua efficacia non viene misurata sulla capacità di ridurre le cause del disagio, ma sull’impressione di fermezza che riesce a produrre nell’opinione pubblica. Se le tensioni persistono, non si ammette il fallimento della strategia: si sostiene che le pene siano ancora troppo miti, che i controlli siano insufficienti, che occorrano ulteriori poteri. La dose viene aumentata perché la terapia non funziona, senza mai discutere se sia proprio quella terapia a essere sbagliata.

Le violenze poliziesche cancellate dal racconto

C’è un altro aspetto che non può essere rimosso. Nella ricostruzione pubblica degli scontri di Milano, la violenza viene prevalentemente attribuita ai manifestanti, mentre l’operato delle forze dell’ordine tende a essere rappresentato come una risposta necessariamente legittima. Eppure anche le cariche, l’impiego dei lacrimogeni, gli interventi dei reparti mobili e le modalità dei fermi devono essere sottoposti a verifica, nel rispetto dei principi di necessità e proporzionalità. La legittimità dell’uso della forza non può essere presunta soltanto perché a esercitarla è un agente dello Stato.

La condanna delle brutalità poliziesche deve essere netta, così come il rifiuto delle pratiche discriminatorie e dei controlli fondati sull’origine o sull’aspetto delle persone. Le denunce di identificazioni selettive, di interventi sproporzionati e di abusi non possono essere liquidate attraverso la solidarietà preventiva alle divise. Ogni episodio deve essere accertato, ma soprattutto occorre interrogarsi sulle condizioni istituzionali che possono favorire violenze e impunità. Continuare a respingere strumenti come i codici identificativi individuali e meccanismi indipendenti di controllo significa sottrarre gli apparati coercitivi a forme di responsabilità che dovrebbero essere normali in uno Stato democratico.

Il rischio aumenta quando il governo prospetta l’estensione di poteri di polizia ai militari. La presenza dell’esercito nello spazio urbano, già normalizzata attraverso l’operazione Strade sicure, viene ulteriormente ampliata come risposta a una crisi sociale. Ma militarizzare una città non significa affrontare le ragioni della sua insicurezza. Significa scegliere di governare attraverso la presenza visibile della forza, rafforzando l’idea che una parte della popolazione costituisca un problema da contenere.

La questione è particolarmente grave quando riguarda gli adolescenti. Un minorenne non può essere considerato soltanto un potenziale autore di reato da neutralizzare preventivamente. È una persona in formazione, titolare di diritti e inserita in condizioni familiari, scolastiche e sociali che devono essere comprese. La giustizia minorile dovrebbe privilegiare la responsabilizzazione e il reinserimento, non diventare il laboratorio nel quale sperimentare nuovi strumenti di controllo. Allargare il ricorso al fermo preventivo rischia invece di rafforzare la stigmatizzazione e di consolidare proprio quella distanza dalle istituzioni che il governo dichiara di voler ridurre.

La rivolta non si governa con i decreti

Persino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pur condannando le violenze, ha richiamato la necessità di un’analisi approfondita di quanto accaduto, sottolineando gli interrogativi posti dall’emergere di protagonisti e modalità nuove. È un richiamo alla comprensione che contrasta con la rapidità della risposta penale annunciata dall’esecutivo. Ma comprendere non può significare soltanto studiare nuove tecniche di prevenzione degli scontri: deve voler dire interrogarsi sulle condizioni materiali, sulle disuguaglianze e sulla crisi della rappresentanza che attraversano una parte della gioventù.

Il problema non è stabilire se questi ragazzi protestino nel modo che le istituzioni considerano corretto. Il problema è comprendere perché una parte di loro non riconosca più alcuna utilità nelle forme tradizionali della partecipazione, perché non creda nelle promesse di mobilità sociale e perché percepisca il proprio futuro come una progressiva riduzione delle possibilità di vita. La risposta non può essere una generica esortazione all’ascolto, se poi le politiche economiche e sociali rimangono immutate. Servono salari che consentano di vivere, accesso alla casa, investimenti nella scuola pubblica, servizi territoriali, spazi di aggregazione non mercificati, politiche contro la segregazione urbana e strumenti reali di partecipazione alle decisioni collettive.

Non significa immaginare che ogni problema possa essere risolto immediatamente con un intervento sociale, né negare la necessità di tutelare le persone da aggressioni e comportamenti pericolosi. Significa rifiutare l’idea che la sicurezza possa essere costruita contro i diritti sociali e che la punizione debba sostituirsi alla prevenzione delle condizioni che alimentano il conflitto. Una politica che interviene soltanto quando la rabbia esplode è una politica che ha già rinunciato a comprenderla.

La stessa contrapposizione tra manifestanti pacifici e violenti, continuamente riproposta da governo e mezzi di informazione, non può diventare il criterio attraverso cui stabilire la legittimità di una mobilitazione. Le responsabilità individuali per eventuali reati devono essere accertate, ma non possono cancellare le ragioni collettive della protesta. Né è accettabile che la condanna dei danneggiamenti venga utilizzata per giustificare interventi indiscriminati delle forze dell’ordine o restrizioni generalizzate delle libertà.

C’è infine una contraddizione che riguarda la natura stessa della democrazia. Governi pronti a invocarla per giustificare sacrifici economici, austerità e riarmo mostrano una crescente insofferenza verso una delle sue espressioni fondamentali: il dissenso organizzato. La partecipazione viene celebrata finché rimane innocua, mentre scioperi, occupazioni, blocchi e mobilitazioni capaci di interferire con gli interessi economici vengono progressivamente trattati come problemi di sicurezza. Si pretende che le classi popolari accettino decisioni presentate come inevitabili e che esprimano il proprio dissenso senza mettere realmente in discussione i rapporti di potere.

Ma una democrazia non può ridursi alla possibilità di votare periodicamente, lasciando che le decisioni fondamentali sulla distribuzione della ricchezza, sul lavoro, sulla casa e sui servizi pubblici rimangano subordinate agli interessi dei grandi patrimoni. Il conflitto sociale è anche lo strumento attraverso cui chi non dispone di potere economico cerca di incidere sulle scelte collettive. Criminalizzarlo significa restringere ulteriormente la possibilità di trasformare democraticamente la società.

L’ennesimo decreto sicurezza rappresenta dunque qualcosa di più di una risposta propagandistica agli scontri di Milano. È la conferma di un modello di governo che, davanti all’emergere di nuove contraddizioni, non trova altra soluzione che rafforzare gli apparati coercitivi. Un modello che pretende di risolvere attraverso la polizia ciò che non vuole affrontare attraverso la politica, che trasforma il disagio in devianza e la marginalità in pericolosità sociale.

La repressione può disperdere un corteo, arrestare alcuni manifestanti, presidiare una piazza o impedire temporaneamente una mobilitazione. Non può abbassare gli affitti, aumentare i salari, restituire credibilità alle istituzioni, garantire un futuro agli adolescenti o cancellare le disuguaglianze che attraversano le città. E quando viene utilizzata come risposta principale, rischia di aggravare la frattura che pretende di ricomporre.

Il governo Meloni continua a rispondere con nuovi decreti perché non intende mettere in discussione le condizioni che producono la rabbia sociale. L’ordine pubblico diventa così il sostituto della politica, la repressione il surrogato del consenso, la punizione la risposta a una generazione alla quale sono state progressivamente sottratte le possibilità di emancipazione. Ma nessun contingente militare e nessuna nuova fattispecie di reato potranno restituire credibilità a un ordine sociale che non riesce più a garantire neppure la promessa di una vita migliore.


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