Arizona, la Border Patrol abbatte un albero secolare per costruire il muro di Trump

Agenti armati e mascherati di fronte a un bulldozer vicino al confine con gli Stati Uniti con il Messico lo scorso ottobre. 5, 2026. Un albero di 200 anni, che da settimane era occupato dagli attivisti, è stato demolito per far posto al muro di confine di Trump. Foto: Sierra Club Borderlands

Dopo oltre settanta giorni di resistenza, agenti federali armati hanno sgomberato un presidio ambientalista al confine con il Messico. Almeno dieci arresti, un albero di duecento anni distrutto e una nuova occupazione sul versante messicano. La militarizzazione delle frontiere diventa anche repressione del dissenso e devastazione ambientale.

Per oltre settanta giorni un albero secolare ha impedito l’avanzata del muro di Donald Trump lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Un grande pioppo americano, conosciuto dagli abitanti come Grandmother Tree, l’albero della nonna, era diventato il centro di una mobilitazione ambientalista capace di bloccare temporaneamente i lavori di costruzione di una doppia barriera metallica nella San Rafael Valley, in Arizona. Il 5 ottobre la Border Patrol è intervenuta con un massiccio dispiegamento di agenti armati, molti dei quali con il volto coperto, sgomberando il presidio, arrestando almeno dieci manifestanti e consentendo alle imprese incaricate dei lavori di abbattere l’albero, la cui età era stimata intorno ai duecento anni. Una persona si trovava ancora tra i rami quando sono iniziate le operazioni ed è stata rimossa mediante una piattaforma elevatrice prima dell’abbattimento. L’episodio, documentato da video e testimonianze, rappresenta un ulteriore passaggio nella militarizzazione del confine meridionale degli Stati Uniti, dove la costruzione delle infrastrutture anti-immigrazione procede attraverso la trasformazione del territorio e l’intervento coercitivo contro chi cerca di opporsi.

A ricostruire la vicenda è Natasha Lennard, in un’inchiesta pubblicata l’8 ottobre 2026 da The Intercept, che raccoglie le testimonianze degli attivisti presenti sul posto e descrive la prosecuzione della mobilitazione dopo l’intervento federale. Secondo le stime degli organizzatori, all’operazione avrebbero partecipato fino a 150 agenti della Border Patrol, mentre altre ricostruzioni giornalistiche parlano di oltre cinquanta uomini. La cifra esatta non è stata confermata dalle autorità. L’irruzione è avvenuta durante una cerimonia collettiva di preghiera all’alba, una pratica che gli occupanti avevano introdotto per esprimere il legame con il territorio e con le comunità indigene della regione. Gli agenti hanno proceduto allo sgombero dell’accampamento e alla rimozione delle persone che impedivano ai macchinari di raggiungere l’albero. I manifestanti denunciano di essere stati trascinati a terra, spinti contro il filo spinato e sottoposti a interventi violenti durante gli arresti. La Customs and Border Protection non ha confermato il numero complessivo dei fermati né chiarito pubblicamente, nelle risposte fornite ai giornalisti, la questione dei mandati per l’ingresso nella proprietà privata.

La protesta era cominciata alla fine di luglio, quando le imprese incaricate della costruzione avevano già abbattuto altri tre grandi pioppi lungo il tracciato previsto per il muro. Per impedire che anche l’ultimo fosse distrutto, gli attivisti avevano organizzato un’occupazione permanente della chioma, installando una piccola piattaforma di legno tra i rami. Da quel momento una persona alla volta aveva mantenuto il presidio, ricevendo acqua, cibo e materiali attraverso un sistema di corde e carrucole. Intorno all’albero era cresciuto un accampamento sostenuto da ambientalisti, residenti, attivisti indigeni e persone impegnate nella solidarietà con i migranti. Non si trattava soltanto di una protesta simbolica: la presenza fisica degli occupanti aveva effettivamente rallentato la costruzione del muro, costringendo gli appaltatori a sospendere o modificare temporaneamente le operazioni in quel tratto di frontiera. La sua efficacia derivava precisamente dall’azione diretta, dalla capacità di sottrarre materialmente uno spazio alla disponibilità immediata dei costruttori.

Il territorio interessato è quello di Lochiel, una piccola località dell’Arizona vicina al confine con lo Stato messicano di Sonora. Qui l’amministrazione Trump sta realizzando due barriere parallele alte circa nove metri, destinate ad attraversare una regione caratterizzata da un delicato equilibrio ecologico e da importanti corridoi di migrazione della fauna selvatica. La San Rafael Valley è un’area scarsamente popolata, nella quale il movimento degli animali attraverso la frontiera costituisce una componente essenziale degli ecosistemi locali. La costruzione di muri, strade di servizio e infrastrutture di sorveglianza interrompe questa continuità, frammentando gli habitat e modificando profondamente il paesaggio. La presenza di grandi pioppi lungo i corsi d’acqua e nelle aree umide rappresenta inoltre una risorsa ecologica particolarmente importante in una regione arida, dove gli ambienti ripariali sono stati progressivamente ridotti dalle trasformazioni del territorio.

La contraddizione emerge con particolare evidenza dalle giustificazioni offerte dalle autorità federali. In una dichiarazione riportata dalla stampa locale, la Customs and Border Protection ha sostenuto di riconoscere l’importanza della tutela ambientale e delle risorse culturali, aggiungendo però che l’immigrazione irregolare provocherebbe a sua volta danni ecologici, attraverso rifiuti e inquinamento. È una formulazione che sposta l’attenzione dall’impatto concreto dell’infrastruttura alla rappresentazione dei migranti come minaccia per l’ambiente. L’apparato di frontiera si presenta così contemporaneamente come strumento di sicurezza e di protezione del territorio, mentre la costruzione del muro comporta l’abbattimento di alberi secolari e la frammentazione di ecosistemi che non seguono le delimitazioni politiche degli Stati. Non è un elemento secondario: la produzione di una minaccia ambientale associata ai movimenti migratori contribuisce a legittimare interventi infrastrutturali che producono essi stessi trasformazioni ecologiche profonde.

Il quadro normativo rende ancora più evidente il rapporto tra emergenza di frontiera e riduzione delle garanzie. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna dispone, attraverso i poteri previsti dal REAL ID Act, della possibilità di derogare a numerose disposizioni federali, comprese importanti norme di protezione ambientale, per accelerare la costruzione delle infrastrutture di confine. La stessa amministrazione ha dichiarato di effettuare verifiche ambientali e culturali, ma il ricorso a queste deroghe riduce gli strumenti ordinari attraverso i quali cittadini, associazioni e comunità locali possono contestare preventivamente gli interventi. La questione non riguarda quindi soltanto l’abbattimento di alcuni alberi: riguarda un sistema nel quale la qualificazione della frontiera come spazio di sicurezza nazionale consente di subordinare le protezioni ambientali e di comprimere le possibilità di opposizione. La logica dell’eccezione diventa una modalità ordinaria di governo del territorio.

Un altro elemento centrale dell’inchiesta di The Intercept riguarda la proprietà dei terreni sui quali si trovava il presidio. Una parte dell’accampamento era stata allestita su un fondo privato con il consenso dei proprietari. Belicia Lynch, appartenente alla famiglia De La Ossa, proprietaria di uno degli appezzamenti lungo il confine, ha confermato pubblicamente di sostenere la presenza degli attivisti. Una manifestante identificata con il nome di Rachel ha denunciato che gli agenti federali sarebbero entrati nella proprietà senza mostrare alcun mandato. È una contestazione che richiede un accertamento giuridico e non permette, da sola, di stabilire l’illegittimità degli interventi. Ma evidenzia un conflitto preciso: la realizzazione del muro coinvolge non soltanto aree federali, ma anche spazi privati e comunità che non condividono le decisioni dell’amministrazione. La Border Patrol ha sostenuto che le proprie operazioni erano finalizzate a garantire la sicurezza del personale, il rispetto delle disposizioni federali e la prosecuzione di attività infrastrutturali autorizzate. Gli attivisti contestano invece che tali finalità possano giustificare le modalità dell’intervento e le intrusioni denunciate.

La costruzione del muro procede all’interno di un programma di spesa che ammonta a decine di miliardi di dollari. L’amministrazione Trump ha trasformato la barriera di confine in uno degli elementi materiali più riconoscibili della propria politica migratoria, ma la sua funzione supera il tentativo dichiarato di ostacolare gli attraversamenti irregolari. Il muro ridefinisce l’uso di territori, modifica le possibilità di movimento delle popolazioni e degli animali, amplia la presenza permanente delle forze federali e produce nuove opportunità economiche per le imprese coinvolte nella costruzione e nella manutenzione delle infrastrutture. La frontiera diventa così un sistema di opere, appalti, dispositivi di sorveglianza e interventi di polizia. In questa prospettiva, l’opposizione ambientalista non costituisce un ostacolo marginale, ma mette in discussione la possibilità stessa di trasformare interi territori in infrastrutture di controllo.

L’abbattimento del Grandmother Tree non ha però concluso la mobilitazione. Nelle quarantotto ore successive allo sgombero, decine di attivisti hanno continuato a presidiare l’area e altri hanno raggiunto Lochiel in risposta agli appelli lanciati dagli organizzatori. Sul versante messicano, un’altra persona è salita su un grande pioppo, ribattezzato Abuela, per ostacolare l’avanzamento dei lavori. La nuova occupazione si colloca lungo il tracciato della doppia barriera e dimostra il carattere transfrontaliero della protesta. La frontiera che l’amministrazione vuole rendere sempre più impermeabile è attraversata, in questo caso, da relazioni di solidarietà tra comunità e attivisti dei due Paesi. Secondo le testimonianze raccolte dalla stampa locale il 7 ottobre, anche dopo l’abbattimento dell’albero sul lato statunitense erano proseguiti gli interventi di polizia, con ulteriori arresti denunciati dai manifestanti.

L’inchiesta di Lennard colloca inoltre la mobilitazione di Lochiel all’interno di una rete più ampia di opposizione alla militarizzazione del confine. Pochi giorni prima dello sgombero, un giudice federale aveva disposto una sospensione temporanea dei lavori nell’area di Big Bend, in Texas, accogliendo la richiesta cautelare avanzata nell’ambito di un ricorso presentato da organizzazioni ambientaliste e comunità locali. Il provvedimento non riguarda direttamente Lochiel, ma dimostra che le contestazioni giuridiche possono produrre risultati concreti e che l’espansione del muro non procede senza opposizione. In Arizona, altre mobilitazioni coinvolgono territori legati alle comunità Tohono O’odham, che contestano gli interventi sulle proprie terre e le conseguenze della presenza federale. Si tratta di conflitti differenti per storia, composizione e strumenti utilizzati, ma accomunati dal rifiuto di considerare la sicurezza di frontiera una giustificazione sufficiente per qualsiasi trasformazione del territorio.

La vicenda richiama anche un problema più generale delle politiche migratorie contemporanee. L’inasprimento dei controlli non elimina necessariamente gli attraversamenti, ma può spostarli verso aree più remote e pericolose, aumentando i rischi per le persone costrette a percorrere zone desertiche lontane dai centri abitati e dai servizi di soccorso. Le organizzazioni impegnate nell’assistenza umanitaria lungo il confine denunciano da anni questa conseguenza delle politiche di deterrenza. Il muro, in questa prospettiva, non separa semplicemente due Stati: riorganizza i percorsi della mobilità umana e distribuisce in modo diseguale i rischi, mentre la sorveglianza e il controllo diventano sempre più pervasivi. La distruzione ambientale e l’inasprimento delle condizioni di attraversamento non sono fenomeni identici, ma possono essere prodotti dallo stesso processo di militarizzazione.

L’intervento contro il presidio di Lochiel permette infine di osservare come l’apparato costruito per il controllo delle frontiere possa essere impiegato anche nella gestione del dissenso interno. Gli agenti federali, dotati di armi ed equipaggiamenti operativi, sono stati mobilitati contro una protesta ambientalista che aveva scelto l’occupazione nonviolenta di un albero come strumento per impedire l’avanzamento dei lavori. La risposta non è stata soltanto l’esecuzione materiale dell’abbattimento, ma lo sgombero dell’accampamento, il fermo di manifestanti e il mantenimento di un dispositivo di sicurezza attorno al cantiere. È qui che la vicenda assume un significato politico più ampio: la militarizzazione non riguarda esclusivamente il trattamento delle persone che attraversano il confine, ma investe anche chi contesta le infrastrutture e le politiche che lo rendono sempre più militarizzato.

Per oltre settanta giorni la presenza di poche decine di persone aveva dimostrato che l’avanzata di un’opera sostenuta da enormi risorse finanziarie e dall’apparato federale poteva essere rallentata attraverso una forma organizzata di resistenza territoriale. L’abbattimento dell’albero rappresenta una sconfitta concreta per chi cercava di proteggerlo, ma non esaurisce il conflitto. La prosecuzione del presidio e la nuova occupazione sul lato messicano indicano che l’opposizione si sta riorganizzando. Il caso di Lochiel mostra soprattutto quale rapporto si stabilisca tra grandi infrastrutture, potere esecutivo e repressione quando la realizzazione di un progetto viene trattata come un obiettivo da perseguire anche a costo di comprimere le possibilità di contestazione. Nel deserto dell’Arizona, la difesa di un albero secolare è diventata una contestazione diretta del sistema politico e materiale che trasforma la frontiera in uno spazio permanente di eccezione.

Fonte principale: Natasha Lennard, «Armed Border Agents Arrest Protesters, Bulldoze 200-Year-Old Tree to Build Border Wall», The Intercept, 8 ottobre 2026. Ricostruzione integrata con le cronache di Arizona Luminaria, KJZZ e High Country News.


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