Tre agenti dei servizi egiziani condannati a dieci anni per il sequestro di Giulio Regeni, assolto il generale Tariq Sabir. Non è stata accertata la responsabilità per l’omicidio. Dopo dieci anni di depistaggi e mancata collaborazione del Cairo, resta una questione politica: l’Italia può continuare a fare affari con il regime di al-Sisi come se nulla fosse accaduto?
Tre condanne a dieci anni, un’assoluzione e nessuna condanna per l’omicidio. La sentenza pronunciata il 28 settembre dalla prima Corte d’Assise di Roma chiude il primo grado del processo sulla morte di Giulio Regeni senza chiudere affatto il caso politico che da dieci anni accompagna il sequestro, le torture e l’uccisione del ricercatore italiano al Cairo.
I colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani, sono stati riconosciuti colpevoli del sequestro di Regeni e condannati a dieci anni di reclusione. Sharif era anche accusato dell’omicidio e per lui la procura aveva chiesto l’ergastolo, ma questa parte dell’impianto accusatorio non è stata accolta. Il generale Tariq Sabir è stato assolto. Il processo si è svolto in assenza degli imputati e resta quindi aperto anche il problema dell’effettiva esecuzione delle pene.
È una sentenza importante proprio perché è una sentenza incompleta. Non serve trasformarla nella conclusione consolatoria di una storia nella quale la giustizia avrebbe infine prevalso. La verità giudiziaria raggiunta a Roma stabilisce responsabilità precise per il sequestro di Giulio, ma non individua un responsabile della sua morte. E soprattutto non poteva mettere sul banco degli imputati ciò che ha reso possibile il delitto: l’apparato politico e repressivo dell’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi.
Dieci anni prima
Giulio Regeni scompare al Cairo il 25 gennaio 2016. Ha 28 anni, è un dottorando dell’Università di Cambridge e sta svolgendo una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani e, in particolare, sui venditori ambulanti. Non è una data qualsiasi. È il quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir e la capitale è sottoposta a un controllo eccezionale delle forze di sicurezza.
Il suo corpo viene ritrovato il 3 febbraio in un fosso lungo l’autostrada Cairo-Alessandria. L’autopsia documenterà torture prolungate. Quasi immediatamente comincia anche una seconda storia, destinata ad accompagnare la prima per dieci anni: quella delle versioni contraddittorie, delle false piste e degli ostacoli posti dalle autorità egiziane alle indagini italiane.
Uno dei depistaggi più clamorosi arriva nel marzo 2016. La polizia egiziana uccide cinque uomini indicandoli come appartenenti a una banda criminale e successivamente fa ritrovare nell’abitazione di uno di loro alcuni documenti di Regeni. L’ipotesi è che Giulio sia stato vittima di criminali comuni. L’inchiesta italiana smonterà quella ricostruzione.
Non è un dettaglio marginale della vicenda. Per comprendere il caso Regeni bisogna tenere insieme ciò che è accaduto a Giulio e ciò che è accaduto dopo la sua morte. Il problema non è stato soltanto individuare singoli uomini appartenenti agli apparati egiziani. È stato condurre un’indagine mentre lo Stato nel quale il delitto era avvenuto negava agli investigatori italiani alcuni degli strumenti necessari per arrivare fino in fondo.
Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, dopo la sentenza, ha ricordato che delle 64 richieste inoltrate dagli inquirenti italiani alle autorità egiziane soltanto 25 hanno ricevuto risposta. Gli investigatori non hanno avuto accesso alle celle telefoniche degli imputati, ai profili biologici trovati sugli indumenti di Regeni e ai documenti della National Security relativi al monitoraggio del ricercatore. Il procuratore Sergio Colaiocco ha attribuito proprio al «muro di omertà dell’Egitto» ciò che il processo non è riuscito ad accertare.
Il processo che non doveva cominciare
Nel dicembre 2018 la Procura di Roma iscrive cinque appartenenti ai servizi egiziani nel registro degli indagati. Due anni dopo vengono chiuse le indagini e quattro ufficiali della National Security Agency finiscono al centro dell’accusa: Sabir, Ibrahim, Helmi e Sharif.
Ma il processo si ferma prima ancora di poter realmente cominciare. Nell’ottobre 2021 la Corte d’Assise deve sospenderlo perché il Cairo non comunica gli indirizzi degli imputati e diventa impossibile dimostrare che questi siano formalmente a conoscenza del procedimento italiano.
Il paradosso è evidente: la mancata cooperazione dello Stato al quale appartengono gli imputati rischia di diventare lo strumento attraverso il quale impedire definitivamente il processo.
A spezzare il meccanismo interviene nel settembre 2023 la Corte costituzionale. Con la sentenza n. 192 stabilisce che il processo può svolgersi in assenza quando è proprio il rifiuto dello Stato straniero di collaborare a impedire che gli imputati abbiano formalmente conoscenza del procedimento. Il 20 febbraio 2024 — dopo il rinvio della prima udienza fissata due giorni prima — il processo può finalmente entrare nel vivo.
Durante il dibattimento vengono ricostruiti i pedinamenti, il controllo delle attività di Regeni, i rapporti tra il capo del sindacato dei venditori ambulanti Mohamed Abdallah e la National Security. Vengono ascoltati testimoni protetti, investigatori italiani e persone che avevano conosciuto Giulio. Emergono testimonianze sulle torture e viene ricostruita la macchina di sorveglianza che si era progressivamente stretta intorno al ricercatore.
La sentenza del 28 settembre è il risultato di questo percorso. Nonostante tutto, tre appartenenti agli apparati egiziani sono stati condannati da un tribunale italiano. Ma proprio il limite del verdetto impedisce di dichiarare conclusa la ricerca della verità: nessuno è stato condannato per avere ucciso Giulio Regeni.
Non quattro uomini isolati
C’è poi un punto che rischia di perdersi se il processo viene letto esclusivamente attraverso le responsabilità penali individuali. Gli imputati non erano quattro cittadini egiziani incontratisi casualmente con Regeni. Appartenevano agli apparati di sicurezza di uno Stato autoritario. È un dato essenziale perché il sistema del quale facevano parte non appartiene al passato.
Human Rights Watch descrive ancora nel suo World Report 2026 l’Egitto come un paese sottoposto alla presa autoritaria del governo di al-Sisi, nel quale vengono sistematicamente repressi oppositori pacifici e difensori dei diritti umani e migliaia di persone rimangono detenute per lunghi periodi in custodia cautelare o dopo processi privi delle necessarie garanzie.
Amnesty International documenta la prosecuzione delle sparizioni forzate e delle torture negli istituti di detenzione, nelle stazioni di polizia e nelle strutture controllate dalla stessa National Security Agency alla quale appartenevano gli imputati del processo Regeni. Nel 2026 almeno cinquanta persone sono state arrestate dalla NSA per i loro rapporti con un gruppo online che chiedeva un cambiamento politico; alcune sono rimaste vittime di sparizione forzata per periodi compresi tra sei e quaranta giorni.
È difficile separare questi fatti dalla storia di Giulio Regeni. Non perché la sentenza consenta di attribuire ad al-Sisi un ordine personale di sequestrarlo o ucciderlo: questo il processo non lo ha dimostrato e affermarlo significherebbe oltrepassare le prove disponibili. La responsabilità politica è un’altra. Regeni finì nelle mani di uomini appartenenti a un apparato che utilizzava — e continua a utilizzare — sorveglianza, sparizione forzata, detenzione arbitraria e tortura come strumenti di controllo del dissenso.
Il caso Regeni non racconta quindi soltanto che cosa alcuni funzionari egiziani fecero a un cittadino italiano. Permette di vedere, attraverso una singola vicenda, il funzionamento di un sistema repressivo molto più vasto.
L’ambasciatore tornò al Cairo. Gli affari non se ne erano mai andati
La reazione italiana iniziale fu dura. Nell’aprile 2016 il governo richiamò a Roma l’ambasciatore Maurizio Massari. Durò poco più di un anno. Nell’agosto 2017 il ministro degli Esteri Angelino Alfano annunciò l’invio al Cairo del nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini. Le normali relazioni diplomatiche vennero così ripristinate mentre sul piano giudiziario la collaborazione egiziana rimaneva largamente insufficiente.
Da allora i governi italiani di diverso colore hanno sostanzialmente separato il caso Regeni dai rapporti con l’Egitto. Da una parte la richiesta rituale di collaborazione e verità; dall’altra energia, commercio, sicurezza, controllo delle migrazioni e cooperazione politica.
Non è una valutazione astratta. Sono i numeri dello stesso governo italiano a descrivere quanto profonda sia oggi questa relazione.
Nel 2025 l’interscambio tra Italia ed Egitto ha raggiunto 5,9 miliardi di euro, con una crescita dell’11,7 per cento rispetto all’anno precedente. Nei primi cinque mesi del 2026 è aumentato di un ulteriore 7,5 per cento. L’Italia è diventata il primo partner commerciale europeo dell’Egitto. All’inizio di settembre, poche settimane prima della sentenza Regeni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani era al Cairo per una missione accompagnata da oltre cento aziende italiane, quasi seicento partecipanti e mille incontri tra imprese. L’obiettivo dichiarato dalla Farnesina era rafforzare ulteriormente scambi e investimenti. L’Egitto è inoltre indicato dal governo come paese prioritario del Piano Mattei.
L’energia costituisce uno dei pilastri di questa relazione. Eni opera in Egitto dal 1954 e oggi è presente nei giacimenti Zohr, Nooros, Baltim West e Meleiha, oltre che nell’impianto di liquefazione di Damietta. Il 25 agosto scorso Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto al Cairo l’amministratore delegato Claudio Descalzi per discutere nuovi investimenti; Eni si definisce il principale produttore di petrolio e gas del paese. A luglio la società ha inoltre assunto la decisione finale d’investimento sul progetto cipriota Cronos, il cui gas passerà attraverso le infrastrutture egiziane di Zohr e Damietta prima di essere esportato come GNL, principalmente verso l’Europa.
Non siamo quindi davanti a rapporti mantenuti controvoglia per qualche necessità diplomatica. Siamo davanti a una partnership che viene deliberatamente approfondita.
La contraddizione dopo la sentenza
È qui che il verdetto di Roma diventa inevitabilmente politico. Per dieci anni i governi italiani hanno potuto sostenere che bisognava attendere la magistratura, continuare a chiedere collaborazione all’Egitto e contemporaneamente preservare i rapporti strategici con il Cairo. Ora una magistratura italiana ha stabilito che tre uomini appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani hanno sequestrato Giulio Regeni. Lo ha stabilito al termine di un procedimento ostacolato proprio dalla mancata collaborazione delle autorità egiziane.
A questo punto non basta più chiedere genericamente al Cairo di collaborare. La questione è se sia politicamente accettabile continuare a considerare il governo di al-Sisi un partner privilegiato mentre quello stesso Stato non consegna gli uomini condannati, non ha consentito agli investigatori italiani di accedere a prove decisive e continua a utilizzare apparati di sicurezza accusati dalle organizzazioni internazionali di sparizioni forzate, torture e detenzioni arbitrarie.
Alessandra Ballerini, avvocata della famiglia Regeni, dopo la sentenza ha formulato la conseguenza in termini inequivocabili: «Il governo prenda atto e rompa i rapporti con l’Egitto».
È una richiesta che porta il caso Regeni fuori dall’aula giudiziaria e lo riconsegna alla politica.
Rompere le relazioni diplomatiche ed economiche con il regime di al-Sisi significherebbe assumere costi reali. Significherebbe mettere in discussione interessi energetici, contratti, cooperazione migratoria, investimenti e una relazione geopolitica che Roma considera strategica nel Mediterraneo. Proprio per questo avrebbe un significato. Una sanzione che non costa nulla non modifica alcun rapporto di forza.
Dopo dieci anni, il problema non è più pronunciare il nome di Giulio Regeni nelle dichiarazioni ufficiali mentre poche righe dopo si annunciano nuovi contratti con il Cairo. È decidere se la violazione sistematica dei diritti umani e l’ostruzione opposta a un procedimento per il sequestro, la tortura e la morte di un cittadino italiano debbano avere conseguenze nei rapporti tra Stati. Finora non le hanno avute.
Verità per Giulio, affari con al-Sisi
Questa è forse la contraddizione più evidente dell’intera vicenda. Per dieci anni la formula «verità per Giulio Regeni» è stata pronunciata dalle massime istituzioni italiane mentre, contemporaneamente, i rapporti con l’Egitto tornavano alla normalità e poi si rafforzavano.
Da Renzi a Gentiloni, da Conte a Draghi fino a Meloni, con maggioranze e ministri degli Esteri diversi, la sostanza della politica italiana verso il Cairo è rimasta largamente stabile: Regeni è stato trattato come un dossier giudiziario da non lasciare formalmente cadere, l’Egitto come un partner economico e geopolitico da non perdere. Nei tuoi appunti questa continuità emerge dalle dichiarazioni dei diversi ministri e dalla successione di rapporti energetici, commerciali, militari e migratori mantenuti nonostante il muro opposto alle indagini.
La sentenza rende questa separazione ancora più difficile da sostenere. Non ha stabilito chi abbia ucciso Giulio Regeni. Non ha individuato mandanti politici. Non ha dimostrato un ordine proveniente dai vertici dello Stato egiziano. Ha però riconosciuto la responsabilità di tre appartenenti ai suoi apparati nel sequestro di un ricercatore che sarebbe stato ritrovato morto e torturato pochi giorni dopo.
E arriva mentre nulla indica che la natura repressiva di quegli apparati sia sostanzialmente cambiata. Nel giugno scorso l’attivista Ahmed Douma, già detenuto arbitrariamente per oltre un decennio, è stato nuovamente condannato a un anno per un articolo e un post sulle condizioni carcerarie. Nell’agosto 2026 Amnesty denunciava che l’avvocata per i diritti umani Hoda Abdelmoniem era ancora detenuta dopo più di sette anni e nonostante avesse terminato la precedente condanna nel 2023.
Per questo il giorno dopo la sentenza non dovrebbe essere quello dell’autocelebrazione dello Stato italiano. Una parte dello Stato — magistrati, investigatori, Corte costituzionale — ha consentito che il processo arrivasse fino a una decisione nonostante gli ostacoli. La politica, invece, ha progressivamente ricostruito e ampliato i rapporti con il governo che quegli ostacoli poneva.
Sono due storie diverse.
La prima dice che il muro costruito intorno al caso Regeni poteva almeno in parte essere attraversato. La seconda dice che quel muro non ha impedito di vendere, comprare, estrarre gas, organizzare business forum e definire l’Egitto un partner prioritario. La sentenza del 28 settembre non chiude questa contraddizione. La rende più difficile da nascondere.
Se la condanna di tre appartenenti agli apparati egiziani non produrrà alcuna conseguenza nei rapporti con il Cairo, continueremo ad avere la stessa politica degli ultimi dieci anni: chiedere verità per Giulio Regeni e, contemporaneamente, considerare intoccabili gli interessi che legano l’Italia al regime di Abdel Fattah al-Sisi.
Rompere le relazioni diplomatiche ed economiche con quel regime non restituirebbe Giulio alla sua famiglia e non completerebbe ciò che il processo non è riuscito ad accertare. Segnerebbe però una discontinuità concreta con dieci anni nei quali alla richiesta di giustizia non è quasi mai corrisposto un costo politico per chi quella giustizia ha ostacolato.
Dopo la sentenza di Roma, è questa la decisione che torna nelle mani della politica.
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