“Zone rosse”, i nuovi confini urbani

di Marica Fantauzzi*

Le “zone rosse” create per limitare l’accesso a determinate aree per soggetti considerati pericolosi, sono al centro di una crescente contestazione giuridica e sociale

In Italia esistono intere aree urbane sottratte alla libera circolazione delle persone. O meglio, di alcune persone. La piazzetta di periferia o la via principale di un quartiere possono essere interdette a soggetti considerati pericolosi, tanto da predisporne l’allontanamento. Dal 2024 le zone rosse possono essere attivate dal prefetto, teoricamente per un periodo di tempo limitato e per ragioni straordinarie, in quartieri considerati problematici poiché segnati da episodi di microcriminalità.

Questo, a oggi, sarebbe il modo più adeguato per garantire la convivenza civile all’interno delle nostre città. O questo almeno è quanto sostiene il ministero dell’Interno quando auspica che sempre più città adottino queste misure. Le prime a sperimentarle – per direttiva ministeriale – sono state Bologna, Firenze e Napoli, poi, nel 2025, anche Roma, Milano, Perugia e Venezia. In quest’ultima città, il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto Darco Pellos, ha riattivato la zona rossa a seguito dell’accoltellamento di un giovane. Secondo Pellos, tali misure “hanno dato dei risultati apprezzabili e sono provvedimenti accolti favorevolmente dai cittadini”. Garantirebbero alla collettività di poter fruire degli spazi pubblici, senza “subire pregiudizio da comportamenti posti in essere da parte di soggetti o gruppi di persone, già denunciati per attività illegali o violente. Comportamenti che, sebbene non costituenti violazione di legge, possano essere da ostacolo al pieno godimento delle aree cittadine”.

La nota della prefettura di Venezia chiarisce bene come la direttiva abbia carattere preventivo e che quindi si rivolga a persone che potenzialmente rappresentano un pericolo, limitandone o vietandone la circolazione sulla base di una segnalazione. Ampliando il contesto storico in cui queste misure sono state varate, molti osservatori hanno sottolineato come le zone rosse siano in perfetta continuità con strumenti come il foglio di via obbligatorio e il daspo urbano.

La creazione di aree interdette – spesso in coincidenza con eventi politici, sportivi o di alto profilo – traduce in pratica strutturale una politica dello spazio, immaginata per essere straordinaria, fondata sulla selezione e sull’esclusione. A contare, quindi, non è tanto la sicurezza in sé, quanto la sua percezione e narrazione.

Non sembra essere trascorso troppo tempo, quindi, da quando l’allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini, nel 1997 disse: “In fondo i dati non sono poi così importanti (…) ciò che conta è la percezione dei milanesi. Magari la microcriminalità è stazionaria, ma vedere lo spacciatore nel giardino dove porto il bambino mi dà la sensazione di non essere protetto (…) Le operazioni che stiamo tentando per ridurre il disagio di certe zone a mio giudizio migliorano la percezione di sicurezza”.

A proposito di scarsa attenzione ai dati, secondo il ministero dell’Interno, quelli pubblicati sugli allontanamenti disposti grazie alle zone rosse ne dimostrerebbero l’efficacia. A Firenze, ad esempio, ci sono stati 6.217 controlli e 68 allontanamenti, a Napoli 2.854 controlli e 11 allontanamenti. Eppure, questi numeri non dicono nulla a proposito del tasso di microcriminalità che, seppure in lieve crescita nell’ultimo anno, resta inferiore a quello della gran parte dei Paesi europei. Secondo Andrea Chiappetta, che fa parte del team legale che ha promosso il ricorso contro le zone rosse a Napoli e che ha messo insieme un arcipelago di associazioni impegnate sul territorio, questi provvedimenti creano delle vere e proprie frontiere interne.

Non tutti coloro che attraversano la città possono godere liberamente di ogni zona della città stessa, ma c’è un accesso differenziato in base a principi del tutto discriminatori e che non hanno una loro ragion d’essere”. È dalla città partenopea, quindi, che prende forma la prima iniziativa contro la direttiva ministeriale. Per Chiappetta è stato un vero e proprio processo di liberazione dal basso: un intreccio tra saperi professionali, accademici, movimenti autonomi del centro cittadino che si sono incontrati e hanno dato vita a quella che definisce “una prassi costituzionalmente orientata contro un indirizzo politico difforme”.

A luglio il Tribunale amministrativo regionale della Campania ha annullato l’ordinanza del prefetto di Napoli che prorogava fino al 30 settembre le zone rosse in città, affermando l’illegittimità dell’ordinanza prefettizia per difetto dei presupposti richiesti dall’articolo 2 del Testo Unico delle Leggi di pubblica sicurezza, ribadendo che non sussistono né una situazione eccezionale né nuovi elementi tali da giustificare l’adozione reiterata di poteri straordinari.

La pronuncia – si legge nel comunicato dell’Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione – richiama con forza il principio per cui l’eccezione non può diventare regola ordinaria e ribadisce che la libertà di circolazione, garantita dall’articolo 16 della Costituzione, non può essere compressa per ordinanza”. A quarant’anni dal Trattato di Schengen, l’Italia riscopre i confini, ma al suo interno. Da Napoli la palla ora passa alle altre città d’Italia.

*da il dubbio

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