Voghera: condannato a 12 anni l’assessore pistolero

La condanna di Massimo Adriatici smonta la narrazione della “legittima difesa” e restituisce giustizia alla famiglia di Younes El Boussettaoui

La sera del 20 luglio 2021, in piazza Meardi a Voghera, un assessore comunale armato sparò e uccise un uomo di 39 anni. Oggi, a distanza di quasi cinque anni, il tribunale di Pavia ha scritto una parola chiara su quella vicenda: omicidio volontario.

Massimo Adriatici, ex assessore alla Sicurezza del Comune di Voghera ed ex poliziotto, è stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere per l’uccisione di Younes El Boussettaoui. Dovrà inoltre risarcire con 90mila euro ciascuno dei genitori della vittima e con 50mila euro ciascuno dei suoi quattro fratelli e sorelle.

È una sentenza che pesa. Non solo per la pena inflitta, ma per ciò che politicamente e simbolicamente rappresenta.

I fatti di quella sera

Secondo la ricostruzione dell’accusa, resa possibile dalle telecamere presenti nella zona (non esistono video dello sparo, ma delle fasi precedenti sì), Adriatici seguì per diversi minuti El Boussettaoui nel centro cittadino.

Girava armato, come faceva abitualmente. A un certo punto mostrò la pistola. El Boussettaoui reagì colpendolo con una manata o un pugno che lo fece cadere a terra. I due si spostarono poi dietro l’angolo di via Fratelli Rosselli. Lì partì il colpo che uccise il trentanovenne.

All’epoca Adriatici era in carica come assessore alla Sicurezza, espressione della Lega. Il caso divenne immediatamente nazionale.

Dalla “legittima difesa” all’omicidio volontario

In un primo momento l’accusa fu quella di eccesso di legittima difesa. Una qualificazione che sembrava assecondare la narrazione politica dominante. Tra i più espliciti sostenitori della tesi difensiva ci fu Matteo Salvini, che parlò apertamente di legittima difesa.

Ma nel novembre 2024 il tribunale di Pavia dispose un cambio radicale di impostazione: la procura contestò ad Adriatici l’omicidio volontario. Non più una reazione sproporzionata, ma un atto consapevole. Nel processo celebrato con rito abbreviato — scelta che comporta uno sconto di un terzo della pena — la difesa ha insistito sull’assoluzione per legittima difesa. I giudici hanno deciso diversamente. Dodici anni, in primo grado.

Una famiglia controcorrente

Per la famiglia di Younes El Boussettaoui il percorso giudiziario è stato lungo e ostile. In una città attraversata da tensioni e in un clima politico segnato da solidarietà pubbliche all’imputato, i familiari hanno dovuto difendere non solo la richiesta di giustizia, ma la memoria stessa della vittima.

Questa sentenza non cancella la morte di un uomo disarmato in una piazza italiana. Ma stabilisce un punto fermo: l’uso della forza letale non può essere automaticamente coperto dalla retorica della sicurezza.

Il significato politico della sentenza

Il caso di Voghera riaccese nel 2021 il dibattito sulla legittima difesa, tema centrale nel discorso pubblico della destra negli ultimi anni. La figura di un assessore alla Sicurezza, ex poliziotto, che gira armato e spara in centro città, fu immediatamente letta da molti come paradigma di una società che si “difende”. La condanna per omicidio volontario incrina quella cornice.

Non siamo di fronte a un incidente inevitabile, né a un riflesso automatico in una situazione di pericolo mortale. Siamo davanti a una responsabilità penale riconosciuta da un tribunale della Repubblica. La sentenza è di primo grado e Adriatici potrà fare appello. Ma intanto una verità giudiziaria è stata pronunciata. E dice che la sicurezza non può trasformarsi in licenza di uccidere.

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