Si conosce il numero di ricerche ogni mille reati, di molto maggiore rispetto ad altri Paesi europei. Avere un dibattito pubblico sull’argomento è impossibile: i dati sono incompleti
di
In Italia non è consentito sapere come e se funziona l’infrastruttura per il riconoscimento dei volti in uso alle forze dell’ordine. È una conclusione inevitabile, quella tratta da IrpiMedia e StraLi – associazione non profit che promuove la tutela dei diritti attraverso il sistema giudiziario – da tempo impegnate in un braccio di ferro burocratico con il ministero dell’Interno, restio a fornire dati e informazioni richieste tramite l’accesso agli atti generalizzato. Questo strumento dovrebbe garantire ai cittadini la possibilità di accedere a documenti e informazioni in possesso della pubblica amministrazione.
Tuttavia a dire del Viminale, oggi retto dal ministro Matteo Piantedosi, ne sarebbero escluse le statistiche relative all’efficacia del riconoscimento facciale: informazioni aggregate che non possono certo minare l’andamento delle indagini in corso. Dall’altra, proprio queste informazioni sono tasselli indispensabili a ricostruire lo sfaccettato puzzle delle tecnologie di cui fa uso la sorveglianza di Stato in Italia e che per ora è destinato a rimanere incompleto.
L’effetto di tanto riserbo è che in Italia è impossibile garantire un dibattito pubblico informato sul riconoscimento facciale. Tanto più che l’urgenza di parlarne deriva dalle nuove riforme europee come il regolamento sull’intelligenza artificiale, che sdogana l’impiego da parte della polizia delle tecnologie biometriche.
Unico piccolo successo della società civile: per la prima volta siamo in grado di conoscere il numero esatto di ricerche effettuate dalla polizia scientifica utilizzando Sari, il sistema automatico di riconoscimento facciale sviluppato dalla società italiana Reco 3.26 e acquistato dal ministero dell’Interno nel 2017. Come vedremo, anche questo minuscolo pezzo del puzzle è significativo e ci permette di confrontare l’impiego di tecnologie biometriche in Italia con altri Paesi (che ne fanno un uso di gran lunga inferiore) come nel caso di Paesi Bassi e Germania.
Proprio in questi Paesi l’accesso a informazioni e dati dà ai cittadini il potere di conoscere e discutere di tali tecnologie che, sebbene utili sul piano investigativo, costituiscono anche un pericolo per la privacy e la libertà delle persone.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp

