Venezia, persino una spilletta palestinese diventa sovversiva


Alla Mostra del cinema anche i simboli di solidarietà finiscono sotto controllo. Da Gaza a Hollywood, dalla Germania agli Stati Uniti, cresce una stessa tendenza: trasformare il dissenso in una questione di sicurezza


Ai checkpoint che regolano l’accesso alla Mostra del cinema di Venezia è accaduto che le forze dell’ordine chiedessero ad alcune persone di togliere le pin con i colori della bandiera palestinese. Non risultano disposizioni della Mostra che ne vietino l’uso e, naturalmente, non esiste una legge italiana che proibisca di indossare una kefiah o i colori della Palestina.

Potrebbe sembrare un episodio marginale. Non lo è, perché racconta il clima nel quale la solidarietà con la Palestina viene progressivamente trasformata da espressione politica legittima in presenza sospetta, qualcosa da sorvegliare, contenere, rendere meno visibile.

La bandiera palestinese, intanto, continua a non esserci sul tetto del Palazzo del cinema. Venice4Palestine ne ha nuovamente chiesto l’esposizione, ma il direttore della Mostra Alberto Barbera ha spiegato che la decisione sarebbe legata al mancato riconoscimento dello Stato palestinese da parte del governo italiano. Una motivazione istituzionale che non esaurisce la questione politica. Nel contesto di Gaza quella bandiera non rappresenta soltanto uno Stato riconosciuto o meno da un governo: rappresenta un popolo sottoposto a occupazione, espulsione e distruzione.

Il punto, dunque, non è il protocollo. È lo spazio che viene concesso alla solidarietà.

Non è una peculiarità veneziana. La Berlinale ha già mostrato dove può condurre questo meccanismo. Dopo le polemiche seguite alla premiazione di No Other Land nel 2024, il festival tedesco ha elaborato indicazioni sull’uso del linguaggio e sulla necessità di prestare particolare attenzione alle sensibilità politiche. Quest’anno le dichiarazioni del regista palestinese Abdallah Al-Khatib sul genocidio di Gaza e sulle responsabilità tedesche hanno provocato nuove pressioni politiche sul festival.

La libertà artistica viene formalmente riaffermata, ma intorno a essa cresce un sistema di sorveglianza, ammonimenti e delimitazioni del discorso consentito.

La contraddizione diventa ancora più evidente in una Germania dove l’avanzata dell’estrema destra dovrebbe imporre una riflessione sulla crescita del nazionalismo e del razzismo. Una parte considerevole dell’apparato politico sembra invece concentrare energie nel disciplinare il linguaggio sulla Palestina e nel restringere gli spazi della solidarietà.

È dentro questa cornice che acquistano un significato particolare le parole pronunciate al Lido da Saif Abukeshek, portavoce della Global Sumud Flotilla, arrivato all’Isola di Edipo insieme a Maria Elena D’Elia, che ha annunciato una nuova missione.

Abukeshek, palestinese e cittadino spagnolo, era stato sequestrato insieme agli altri partecipanti alla flottiglia durante il tentativo di forzare il blocco israeliano intorno a Gaza, trasferito ad Ashkelon e, secondo la sua testimonianza, torturato prima di essere rilasciato.

«La nostra è una lotta per tutti», ha detto. «L’occupazione uccide l’umanità in ciascuno di voi, e un giorno i nostri figli, i nostri nipoti chiederanno cosa abbiamo fatto di fronte a un genocidio, e dovremo dargli delle risposte».

Per Abukeshek neppure la presenza della bandiera sul Palazzo del cinema costituisce la questione fondamentale. «La bandiera non è prioritaria, quello che va spezzato è il silenzio», ha spiegato, denunciando contemporaneamente le uccisioni a Gaza, i giornalisti trasformati in bersagli e la repressione dei giovani che nel mondo manifestano solidarietà con il popolo palestinese.

È questo il cuore della questione. Ciò che sta accadendo intorno alla Palestina non riguarda soltanto la Palestina. Il genocidio ha prodotto una frattura profonda dentro le società occidentali. Da una parte governi, industrie militari, apparati diplomatici e grandi interessi economici che hanno continuato a sostenere Israele; dall’altra un movimento internazionale che, dalle università alle piazze, dai porti ai festival, contesta quella complicità.

La risposta è stata sempre più spesso repressiva. Lo abbiamo visto nella criminalizzazione delle mobilitazioni universitarie, nelle restrizioni alle manifestazioni, negli arresti, nella trasformazione di Palestine Action in una questione di antiterrorismo nel Regno Unito, nelle pressioni contro artisti, docenti e lavoratori che hanno preso pubblicamente posizione.

La Palestina sta diventando uno dei terreni sui quali viene sperimentato un nuovo confine della libertà politica: puoi parlare, ma soltanto fino al punto in cui la tua parola non produce conflitto. Quando diventa boicottaggio, mobilitazione, occupazione, contestazione pubblica o semplicemente rompe la normalità istituzionale, interviene il dispositivo securitario.

Anche il mondo dello spettacolo racconta questa trasformazione. Susan Sarandon ha descritto a Venezia le conseguenze professionali subite a Hollywood dopo le sue prese di posizione contro il genocidio. Mark Ruffalo è stato al centro di campagne di attacco per il suo sostegno alla causa palestinese.

Il messaggio implicito è chiaro: l’artista può essere politico finché la sua posizione rimane compatibile con il perimetro stabilito dall’industria culturale e dai suoi rapporti di potere.

Eppure proprio alla Mostra di Venezia questo dispositivo incontra continuamente delle crepe.

Rashid Masharawi ha portato in selezione Citizen Osama, diretto da Ahmed Hassouna, che non ha potuto lasciare Gaza insieme agli altri collaboratori del film. Masharawi ha ricordato che prima ancora dei simboli occorre rimettere al centro i palestinesi come esseri umani.

La sua famiglia è ancora nella Striscia. Molti suoi familiari sono stati uccisi. La sua casa, il suo archivio, i suoi film e le sue fotografie sono stati distrutti. «La mia storia è andata in polvere», ha raccontato. Ma «noi registi amiamo la vita e raccontare storie, e continueremo a farlo».

Citizen Osama segue per un anno un giornalista che attraversa le macerie di Gaza, dalla nascita del figlio fino al suo primo compleanno. Intorno a lui amici e colleghi vengono uccisi. È anche un film sulla distruzione della possibilità di testimoniare: mentre i giornalisti palestinesi vengono colpiti, le immagini che riescono a produrre rimangono uno degli ultimi strumenti attraverso cui Gaza può raccontare se stessa.

La libertà di espressione, allora, non può essere ridotta a una formula astratta. Ha sempre una dimensione materiale: chi può parlare, da quale luogo, correndo quali rischi e pagando quale prezzo.

La questione attraversa anche altri film presentati al Lido. In They’re Here, Laura Poitras e Rachel Lauren Mueller raccontano la violenza dell’ICE a Minneapolis contro migranti e cittadini statunitensi che hanno cercato di opporsi alle operazioni federali. Le autrici sono apparse con magliette recanti la scritta «Fuck ICE/Fight Fascism».

Le immagini di agenti con il volto coperto, apparati militarizzati e un potere coercitivo sempre meno sottoposto a controllo rimandano a una tendenza che supera i singoli contesti nazionali.

Palestina, migranti, guerra, dissenso: cambiano i bersagli, ma ritorna una stessa concezione dell’ordine pubblico. Il soggetto che protesta viene progressivamente spostato dalla categoria del cittadino che esercita un diritto a quella del potenziale nemico da sorvegliare.

Lo stesso interrogativo attraversa My Undesirable Friends: Part II – Exile di Julia Loktev, dedicato ai giornalisti russi costretti all’esilio per sfuggire alla repressione seguita alla guerra in Ucraina. «Gli artisti devono fare le loro scelte, non si può stare dalla parte di governi autoritari», ha detto Loktev parlando del boicottaggio e della Russia di Putin.

E lo ha ricordato, da un’altra prospettiva, Ellen Burstyn ricevendo il Leone d’oro alla carriera. Davanti alla Sala Grande ha rivolto un pensiero al proprio Paese: «Spero che il mio Paese ritorni al di là di questa linea e ritrovi presto la strada maestra».

Sono interventi diversi, ma tutti pongono la stessa questione: l’arte non vive fuori dalla storia.

Per questo è significativo anche Wild Asparagus di Avi Mograbi, regista israeliano dissidente che ricostruisce l’occupazione e la Nakba attraverso la memoria delle piante. Sul red carpet Mograbi ha offerto ad Alberto Barbera una pin palestinese e il direttore della Mostra ha declinato. Non sappiamo cosa si siano detti e sarebbe arbitrario attribuire intenzioni precise a quel rifiuto. Ma l’immagine resta: persino dentro uno dei più importanti festival culturali del mondo la Palestina continua a produrre imbarazzo istituzionale.

Il 10 settembre, sulla spiaggia davanti all’Excelsior, voleranno invece gli aquiloni per i bambini di Gaza.

Sono gesti che diventano politici proprio perché intorno alla Palestina si pretende continuamente neutralità. Ma la neutralità, davanti a un rapporto di forza radicalmente diseguale, non è mai neutrale.

Non occorre vietare formalmente la solidarietà per limitarla. Basta renderla sconveniente, rischiosa, professionalmente costosa. Basta trasformare progressivamente il palestinese da persona da ascoltare in “questione controversa”; chi lo sostiene da cittadino in militante sospetto; una denuncia in provocazione; una mobilitazione in problema di ordine pubblico.

È così che la repressione può avanzare senza avere bisogno di dichiararsi apertamente repressione.

La Mostra del cinema dovrebbe essere esattamente il luogo nel quale questo processo viene interrogato, non riprodotto. Il cinema ha raccontato guerre, dittature, colonialismi e persecuzioni proprio perché possiede la capacità di restituire un volto alle persone che il linguaggio del potere trasforma in numeri, minacce, bersagli o “danni collaterali”.

E infatti sono gli stessi film presentati a Venezia a mandare in crisi ogni tentativo di sterilizzazione politica: Gaza entra nelle sale attraverso Masharawi, l’occupazione attraverso Mograbi, la repressione trumpiana attraverso Poitras, l’autoritarismo attraverso Loktev.

L’arte continua a fare ciò che ha sempre fatto quando rifiuta di diventare decorazione: attraversare il proprio tempo e prendere posizione.

Ed è forse questo che oggi disturba più di qualsiasi simbolo. Perché quando persino la solidarietà con una popolazione massacrata viene trattata come un problema di sicurezza, non è più soltanto la libertà di espressione a essere in discussione. È il diritto stesso al dissenso.

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