Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor entra nella macchina israeliana dello sterminio attraverso le voci di militari e uomini dell’intelligence. La Sala Grande si alza in piedi, la giuria gli assegna il Premio speciale: il ritratto di un Occidente capace di commuoversi davanti a Gaza, molto meno di assumersene le conseguenze
Alla fine al genocidio è andata la medaglia di partecipazione. La Sala Grande si è alzata in piedi, l’applauso è stato lunghissimo, quasi interminabile, mentre Yuval Abraham e Rachel Szor cercavano con un certo imbarazzo di fermarlo. Tutti avevano capito che Naza era stato uno dei film decisivi della Mostra, forse quello che più di ogni altro aveva obbligato Venezia a confrontarsi con il proprio presente. Ma quando è arrivato il momento di trasformare quella consapevolezza in una scelta, la giuria ha preferito fermarsi un passo prima: a Naza è andato il Premio speciale della giuria, mentre il Leone d’oro è stato assegnato a Woman Unknown di May el-Toukhy. Non è una questione di classifiche cinematografiche e sarebbe persino sciocco sostenere che un festival debba premiare un film esclusivamente per la sua importanza politica. Il problema è che Naza è anche un grande film, rigoroso nella forma, essenziale, capace di attraversare un materiale incandescente senza trasformarlo in propaganda o ricatto emotivo. Dargli il Leone d’oro avrebbe significato compiere contemporaneamente una scelta cinematografica e assumersi una responsabilità davanti alla storia. Venezia ha riconosciuto il film, ma ha preferito non arrivare fino a quel punto.
È difficile trovare un’immagine migliore della coscienza occidentale davanti a Gaza: grandi emozioni e gesti prudenti, commozione, applausi, dichiarazioni, riconoscimenti importanti purché non siano abbastanza importanti da trasformarsi in una presa di posizione inequivocabile. Si riconosce l’orrore, ma ci si ferma esattamente prima del punto in cui quel riconoscimento potrebbe avere un costo politico. Così l’anima rimane candida, la coscienza è salva e magari nessuno da Tel Aviv deve alzare il telefono per protestare. La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha preferito Woman Unknown, unico film della competizione diretto interamente da una donna, oltre alla co-regia proprio di Rachel Szor in Naza. Una decisione che inevitabilmente assume anche un valore simbolico dopo che Gyllenhaal, all’apertura della Mostra, aveva sottolineato la clamorosa sproporzione di genere nella selezione. Ma sarebbe un errore contrapporre una battaglia all’altra, quasi che si dovesse scegliere tra il riconoscimento della disuguaglianza di genere e quello della tragedia palestinese. Sono proprio le lotte transfemministe delle nuove generazioni ad averci insegnato che il patriarcato non vive separato dal razzismo, dal colonialismo, dallo sfruttamento e dalla guerra. Non esiste emancipazione delle donne che possa essere costruita ignorando le donne palestinesi uccise, sfollate e affamate, così come la lotta contro il colonialismo non può ignorare le strutture patriarcali che attraversano le nostre società.
È proprio questa impossibilità di separare le oppressioni a rendere Naza un film così difficile da neutralizzare. Yuval Abraham e Rachel Szor fanno qualcosa che fino a oggi pochissimi erano riusciti a fare: entrano nella macchina israeliana della guerra attraverso le parole di coloro che quella macchina l’hanno progettata e utilizzata. Non parlano soltanto le vittime. Parlano ventiquattro militari e uomini appartenenti anche ai reparti d’élite dell’intelligence israeliana. Raccontano schedature, classificazioni, sistemi di sorveglianza, algoritmi, intelligenza artificiale, selezione degli obiettivi. Descrivono un apparato nel quale la morte viene amministrata attraverso database, coordinate, schermi e procedure, un genocidio nell’epoca dell’automazione nel quale la tecnologia non elimina la responsabilità umana ma permette di allontanarla, frammentarla e nasconderla dietro la presunta neutralità del calcolo.
Il termine che dà il titolo al film indica quelle vite palestinesi considerate sacrificabili intorno a un obiettivo: uomini, donne, anziani, bambini e persino neonati trasformati in variabili accettabili dentro un calcolo militare. Ed è questa dimensione a rendere il film sconvolgente. Non ci troviamo davanti soltanto alla brutalità di un soldato che perde il controllo o all’errore compiuto durante un bombardamento. Emerge un sistema nel quale le persone vengono individuate, osservate e classificate. Gli operatori vedono bambini correre alla ricerca di cibo, sentono il pianto dei neonati, guardano esseri umani morire attraverso uno schermo che finisce per assumere l’apparenza irreale di un videogioco. È la distanza tecnologica applicata alla morte di massa: rendere il bersaglio abbastanza visibile da poterlo eliminare e contemporaneamente abbastanza astratto da non doverlo più riconoscere come essere umano.
Per anni Israele ha raccontato ogni strage attraverso il lessico dell’errore, dell’obiettivo militare, del danno collaterale, della necessità operativa. Naza entra dentro questo linguaggio e lo fa esplodere dall’interno perché a parlare sono israeliani che non cercano alibi. In questo senso il film compie un movimento opposto e complementare rispetto a La voce di Hind Rajab, che lo scorso anno aveva portato dentro Venezia la voce autentica della bambina palestinese intrappolata in un’automobile, circondata dai cadaveri dei familiari e infine uccisa insieme ai soccorritori che cercavano di raggiungerla. Lì avevamo ascoltato la vittima; qui entriamo dalla parte di chi possiede i droni, i database, gli algoritmi, le coordinate e il potere di decidere quali vite possono essere sacrificate. I due film finiscono così per comporre involontariamente un dittico terribile: da una parte la voce di chi aspetta inutilmente di essere salvato, dall’altra la macchina che stabilisce quali vite possono essere cancellate.
Abraham e Szor si assumono per questo una responsabilità enorme, anche personale. Non chiedono soltanto alla società israeliana di guardarsi allo specchio, mettendone a nudo l’indifferenza e le rimozioni. Chiamano in causa anche quelle società occidentali che hanno continuato a garantire sostegno politico, diplomatico e militare a Israele mentre Gaza veniva distrutta. L’Italia è dentro questa contraddizione, così come la Germania, il Regno Unito e gli Stati Uniti. Sono gli stessi Paesi nei quali una parte consistente del movimento contro il genocidio è stata trattata come un problema di ordine pubblico: manifestazioni vietate o caricate, accampamenti universitari sgomberati, attivisti arrestati, organizzazioni criminalizzate, accuse di antisemitismo utilizzate troppo spesso per delegittimare anche la critica radicale alle politiche israeliane. La censura culturale completa questo quadro: Susan Sarandon ha raccontato le conseguenze professionali subite a Hollywood dopo le sue prese di posizione sulla Palestina, mentre in Francia Adèle Haenel ha denunciato la cancellazione della propria presenza da un programma televisivo in relazione alle sue posizioni. Il problema non è soltanto impedire materialmente di parlare, ma rendere progressivamente più costoso farlo.
È dentro questo contesto che il Leone d’oro avrebbe assunto un significato che andava molto oltre la normale gerarchia di un festival cinematografico. Premiare Naza avrebbe significato affermare che uno dei più importanti festival del mondo considera necessario guardare ciò che sta accadendo a Gaza senza continuare a rifugiarsi nell’equidistanza. E avrebbe avuto una forza ancora maggiore proprio perché il film è stato realizzato da due registi israeliani. Non sarebbe stato un premio “contro Israele”, come sicuramente qualcuno avrebbe provato a raccontarlo, ma il riconoscimento a quella parte della società israeliana che rifiuta di identificare il proprio Paese con il governo, l’occupazione e la distruzione dei palestinesi. Sarebbe stato soprattutto un atto di responsabilità politica e culturale che non avrebbe sacrificato il cinema, perché la forza di Naza sta precisamente nel modo in cui costruisce cinematograficamente il proprio discorso.
Quando è stato annunciato il Premio speciale della giuria, la Sala Grande ha però prodotto il proprio verdetto. Il pubblico si è alzato in piedi e l’applauso è continuato a lungo, senza che nulla di paragonabile avvenisse per gli altri riconoscimenti, compreso il Leone d’oro. Quella distanza tra una platea in piedi e una giuria che aveva scelto una soluzione più prudente è probabilmente una delle immagini politiche più significative dell’intera Mostra. Non perché il pubblico possieda necessariamente una superiore capacità critica cinematografica, ma perché in quel momento è emersa una domanda che andava oltre il cinema: quanto siamo disposti ad assumerci la responsabilità delle verità che diciamo di aver riconosciuto? Nelle piazze quella responsabilità qualcuno l’ha già pagata attraverso denunce, manganellate, multe, arresti, espulsioni dalle università, rischi sul posto di lavoro. Pretendere lo stesso prezzo da una giuria cinematografica sarebbe assurdo, ma proprio per questo assegnare un Leone d’oro sarebbe stato un gesto relativamente piccolo e, contemporaneamente, enorme sul piano simbolico. Venezia poteva entrare nella storia con una scelta destinata a essere ricordata; ha preferito restare nella cronaca del proprio palmarès.
Ritirando il premio, Yuval Abraham non ha cercato una consolazione cerimoniale. Ha ricordato le persone, i politici e i media che attaccano il film senza averlo visto, perché guardarlo significherebbe confrontarsi con una realtà che si preferisce negare. Ha ricordato che durante i dieci giorni della Mostra altri bambini palestinesi sono stati uccisi e che gli ufficiali dell’intelligence intervistati nel film raccontano attacchi sistemici e politiche finalizzate all’eliminazione dei palestinesi. Ha ricordato soprattutto i giornalisti palestinesi uccisi a Gaza, perché se un genocidio ha bisogno anche dell’invisibilità, eliminare chi lo documenta significa intervenire sulla possibilità stessa che il mondo possa sapere ciò che sta accadendo.
Anche qui la forma scelta da Abraham e Szor è decisiva. Naza utilizza soltanto alla fine le immagini della Gaza devastata e dei giornalisti palestinesi uccisi. Per gran parte del film resta invece dentro le parole, i volti e le confessioni israeliane. Non ha bisogno di accumulare immagini dell’orrore per dimostrare ciò che sostiene, né utilizza i cadaveri palestinesi per produrre emozione nello spettatore occidentale. Prima ricostruisce il dispositivo, poi mostra ciò che quel dispositivo produce. È precisamente per questo che l’argomento secondo cui premiarlo con il Leone d’oro avrebbe significato anteporre la politica al cinema appare debole: qui la politica passa attraverso la forma, il montaggio, la scelta di sottrarre invece che aggiungere immagini, il rapporto tra ciò che viene raccontato e ciò che lo spettatore è costretto a immaginare.
Qualche giorno prima gli attivisti della Global Sumud Flotilla, arrivando al Lido, avevano spiegato che la mancata esposizione della bandiera palestinese alla Biennale non era la questione principale. Il punto era rompere il silenzio e riconoscere nella resistenza contro il genocidio un laboratorio più generale della battaglia contro l’autoritarismo e i fascismi che avanzano in molte parti del mondo. Naza dice qualcosa di molto simile, perché gli algoritmi che classificano gli esseri umani, la sorveglianza permanente, la trasformazione di intere popolazioni in minacce, la distanza tecnologica tra chi decide e chi subisce e l’impunità degli apparati di sicurezza non appartengono esclusivamente a Gaza. Gaza ne rappresenta la manifestazione più estrema e terribile, ma guardarla significa inevitabilmente guardare anche dentro le nostre società, interrogare il militarismo europeo, la normalizzazione della guerra, l’espansione delle tecnologie di sorveglianza, la criminalizzazione delle migrazioni e la trasformazione del dissenso in problema di sicurezza.
Significa soprattutto chiedersi che cosa rimanga del diritto internazionale quando viene invocato inflessibilmente contro gli avversari geopolitici e relativizzato quando dovrebbe riguardare gli alleati. È questo il punto nel quale Naza smette definitivamente di essere soltanto un film su Israele e Gaza e diventa un film sull’Occidente, sulle sue responsabilità e sulla sua straordinaria capacità di separare la commozione dalle conseguenze politiche della commozione. È possibile applaudire per dieci minuti un film che mostra la macchina dello sterminio e poi tornare alla normalità; è possibile dichiararsi sconvolti dalle testimonianze e continuare a bloccare sanzioni, commerciare armi, reprimere le proteste e trattare come estremisti coloro che chiedono di interrompere quella complicità.
Il concorso veneziano aveva naturalmente altri film importanti. Abbiamo amato Possible Love di Lee Chang-dong e non avrebbe senso ridurre l’intera Mostra a un referendum sulla Palestina. Ma proprio perché un premio cinematografico conserva inevitabilmente anche una dimensione simbolica, non si può fingere che tutte le decisioni avvengano nel vuoto. Ogni giuria costruisce un racconto attraverso i film che decide di mettere al centro. Quella presieduta da Maggie Gyllenhaal ha riconosciuto Naza, ma non fino in fondo. E proprio la sproporzione tra l’accoglienza della Sala Grande e il posto assegnatogli nel palmarès racconta qualcosa che supera le intenzioni dei singoli giurati.
Tra qualche anno probabilmente ricorderemo poco le gerarchie di quella premiazione. Sarà più difficile dimenticare una sala intera in piedi davanti a Yuval Abraham e Rachel Szor e quelle testimonianze pronunciate nel buio della notte di Tel Aviv da uomini che avevano visto dall’interno la macchina della distruzione. Perché un premio stabilisce chi ha vinto un festival, mentre un film può fare qualcosa di molto più importante: togliere a una società la possibilità di continuare a sostenere di non sapere. Naza questo risultato lo ha già ottenuto, ed è forse proprio qui che si trova il Leone d’oro umano e morale che Venezia ha riconosciuto con un lunghissimo applauso ma non ha avuto il coraggio di assegnare.
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