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Varese 14 giugno 2008 – Giuseppe Uva massacrato di botte dai Carabinieri

Varese, ore 2,55 del 14 Giugno 2008. In una stanza del comando provinciale dei carabinieri di via Aurelio Saffi si trova Giuseppe Uva denunciato a piede libero insieme al suo amico Alberto Biggiogero per “disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone.”

Giuseppe quella sera era in giro per la città con il suo amico Alberto Biggiogero. Un po’ alticci i due arrivano all’altezza di via Dandolo e per goliardia spostano alcune transenne con l’intenzione di chiudere la strada al traffico. Ridono, urlano, fanno confusione, troppo per gli abitanti del quartiere che chiamano i carabinieri. Sul luogo arriva una gazzella con a bordo il brigadiere Paolo Righetto e l’appuntato capo Stefano Dal Bosco. La fase del fermo e dell’arresto raccontata da Biggiogero discorda con quella messa a verbale: all’arrivo della gazzella il brigadiere Righetto scende dalla macchina urlando: ”Uva proprio te cercavo stanotte, questa non te la faccio passare liscia, questa te la faccio pagare!”. Inizia quello strano inseguimento a piedi tra Uva e il brigadiere che quando lo raggiunge lo scaraventa a terra e comincia a malmenarlo.

Alberto interviene ma viene spinto via e finisce addosso all’altro agente che lo schiaffeggia accusandolo di averlo urtato volontariamente. Nel frattempo Uva viene trascinato verso la gazzella e scaraventato sui sedili posteriori. Il brigadiere continuava a inveire contro di lui prendendolo a calci e pugni. Giuseppe chiede aiuto ma Alberto non può intervenire in quanto immobilizzato dal secondo agente. In quel frangente arrivano due volanti della polizia e viene intimato a Biggiogero di salire in macchina. Lui chiede di andare con il suo amico ma la polizia, per tutta risposta gli mostra il manganello e gli chiede se abbia voglia di provarlo. A quel punto la gazzella con Giuseppe parte e Alberto non vedrà più il suo amico vivo, il peggio deve ancora arrivare. In caserma Alberto sente distintamente le urla dell’amico, ogni volta che chiede di smetterla con il pestaggio viene minacciato dagli agenti fino a che non decide di chiamare il 118 dal suo cellulare per richiedere un ambulanza.

L’operatore del 118 dice ad Alberto che avrebbe mandato l’ambulanza ma al termine della telefonata anziché inviare il mezzo il 118 chiama la caserma per avere conferma. Gli viene risposto che non c’è bisogno di alcuna ambulanza e che la chiamata è stata effettuata da due ubriachi a cui adesso avrebbero tolto il cellulare. Alle 6 sono gli stessi carabinieri a chiamare il 118 per far portar via Giuseppe Uva. Alle 11.10, otto ore dopo l’arresto e quattro dopo il ricovero Uva è un uomo morto. In primo grado i Pubblici Ministeri Abate e Arduini portano sul banco degli imputati gli psichiatri Carlo Fraticelli, Matteo Catenazzi ed Enrica Finazzi con l’accusa di omicidio colposo. Per i Pm la morte di Giuseppe Uva è da ricondurre a colpa medica. La tesi dell’accusa era che Giuseppe fosse morto per l’interazione dei farmaci sedativi assunti in ospedale e il suo pregresso stato di ubriachezza. Perizie e controperizie fatte anche dopo la riesumazione del corpo dimostreranno che la cura somministrata in ospedale era corretta e che il motivo della morte di Giuseppe Uva non era da ricercarsi nella parte medica inquisita.

Il giudice Muscato assolve i medici dall’accusa di omicidio colposo e nelle motivazioni non manca di sollevare critiche all’operato del Pm. Durante tutto il processo non è mai stato accertato cosa sia accaduto nella caserma di via Saffi e non è mai stato ascoltato il testimone chiave, Alberto Biggiogero. In data 11 marzo 2014 viene respinta dal giudice Battarino la richiesta avanzata dai due Pm di archiviazione nei confronti di due carabinieri e sei poliziotti. Il 20 marzo quindi i due Pm si vedono obbligati a formalizzare l’incriminazione per gli otto agenti per omicidio preterintenzionale, arresto illegale e abuso d’autorità, solo che secondo il Procuratore Capo facente funzioni Felice Isnardi i due Pm l’avrebbero si fatto ma in modo tale da costruire imputazioni deboli per illogicità e contraddittorietà, con il risultato di rischiare di minare in partenza un processo nel quale non credono e solo il gip li ha obbligati. Per questo il Procuratore Isnardi toglie il fascicolo ai due Pm con la convinzione che il capo d’imputazione formulato “non abbia rispettato le imposizioni imposte dall’ordinanza del Gip”.

Il 20 ottobre 2014 dopo sei anni dalla morte di Giuseppe Uva è partito un processo che vede sul banco degli imputati quegli agenti che lo hanno arrestato e tenuto in custodia quella notte.
Vengono indiziati due carabinieri e sei poliziotti, la corte di Varese, piccola città che conta neanche gli abitanti di un municipio della capitale, assolve tutti in primo grado.

Si riesce a trasferire il processo d’appello a Milano, un lunghissimo processo in cui si assiste, come nel primo alla vittimizzazione secondaria, la difesa degli otto imputati trasforma il suo operato in atto di accusa verso Giuseppe, screditando le parole di Lucia Uva e dei testimoni della parte civile, anche attraverso un inedito Ignazio La Russa come difensore degli imputati.
La conclusione il 31 maggio del 2018, la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Milano assolve nuovamente i due carabinieri e i sei poliziotti “Non si può individuare con assoluta certezza che cosa abbia scatenato lo stress che, insieme ad altre concause, avrebbe provocato la morte di Giuseppe Uva, già affetto da una grave patologia cardiaca, di cui né lo stesso operaio né gli imputati erano a conoscenza. E per questo motivo non si può sostenere la sussistenza del “nesso causale” tra le condotte degli imputati e la morte dell’operaio.”

Le numerose lesioni sul corpo di Giuseppe non vengono tenute in considerazione, le testimonianze sul pestaggio neanche, Giuseppe è morto per lo stress, senza neanche cadere dalle scale, si è semplicemente accasciato a terra procurandosi da solo tumefazioni dal naso alla nuca, lividi sulla mano, sul fianco e lesioni all’ano.

Questo dice la sentenza

Noi sappiamo chi è Stato!

(da Acad)

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