L’ex generale Ofer Winter, accusato di massacri e incitamento al genocidio, atteso a Paestum per un soggiorno turistico. Mentre la giustizia tace, l’Italia rischia di diventare rifugio per chi ha devastato Gaza
C’è qualcosa che supera perfino il cinismo. Un uomo accusato di crimini di guerra, di aver ordinato bombardamenti indiscriminati contro civili, ospedali, scuole e ambulanze, invitato in Italia non per rispondere delle sue azioni, ma per fare il relatore in un pacchetto vacanze di lusso. Tra una gita sul Vesuvio e una passeggiata in Costiera Amalfitana.

Il suo nome è Ofer Winter, ex generale dell’esercito israeliano. Secondo dossier, inchieste e testimonianze raccolte anche da organizzazioni internazionali, è stato tra i protagonisti del “Venerdì nero” di Rafah, nell’agosto 2014: tre giorni di bombardamenti indiscriminati che causarono circa 200 morti palestinesi. Non un errore, non un incidente, ma un’operazione deliberata, che lo stesso Winter ha descritto come punitiva. Una vendetta.
Eppure, il 31 marzo dovrebbe arrivare in Italia, a Paestum, ospite di un soggiorno organizzato dall’agenzia israeliana Pastoral. Un viaggio pensato, si legge nella promozione, per garantire “standard elevati” e “tranquillità”. Parole che suonano come una beffa, se si pensa a cosa rappresenta il nome del loro ospite d’onore.
Non si tratta solo di un viaggio. È un simbolo. Perché mentre Gaza continua a essere bombardata, affamata, distrutta, mentre migliaia di civili vengono uccisi e intere città rase al suolo, uno dei protagonisti di quella macchina militare può arrivare in Europa da turista, accolto, protetto, normalizzato.
Le accuse nei suoi confronti non sono vaghe o generiche. Secondo la Hind Rajab Foundation, che ha presentato un esposto alla Procura di Roma, Winter avrebbe incitato pubblicamente alla pulizia etnica dei palestinesi e all’affamamento della Striscia. Le sue dichiarazioni, le sue azioni e il suo ruolo operativo potrebbero configurare crimini di guerra secondo lo Statuto di Roma: attacchi contro civili, contro strutture sanitarie, contro luoghi di culto e rifugi per sfollati.
E non parliamo di un passato lontano. Winter è tornato a Gaza anche dopo il 7 ottobre 2023. E negli ultimi mesi ha continuato a intervenire nel dibattito pubblico invocando esplicitamente politiche di espulsione e distruzione.
E allora la domanda è semplice: com’è possibile che una figura del genere possa entrare in Italia senza essere fermata?
La risposta, purtroppo, è altrettanto semplice. Perché esiste un sistema di impunità che protegge chiunque agisca contro i palestinesi. Un sistema politico, giuridico e mediatico che rende invisibili i crimini, che li relativizza, che li giustifica, che li archivia ancora prima che vengano giudicati.
Non è un caso isolato. Negli ultimi mesi, soldati israeliani sono stati ospitati in Italia per vacanze “di decompressione”, dalla Sardegna alle Marche, fino alle località sciistiche del Nord. Militari che arrivano da un contesto di guerra, accolti come turisti, mentre chi protesta contro la loro presenza viene identificato, controllato, limitato.
A Sauze d’Oulx, in Val di Susa, un presidio pacifico contro la presenza di soldati israeliani è stato gestito come un problema di ordine pubblico. Non chi arriva da una guerra, ma chi la contesta.
È questa la torsione che stiamo vivendo. Chi denuncia viene sorvegliato. Chi è accusato di crimini viene accolto.
Nel caso di Paestum, la situazione è ancora più grave. Perché non si tratta solo di soldati in vacanza, ma di un ex alto ufficiale, una figura pubblica, un simbolo di quella dottrina militare che ha trasformato Gaza in un laboratorio di distruzione.
Le associazioni – da Pax Christi a BDS Italia, da Assopace a Global Movement to Gaza – hanno chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio di intervenire. Non è una richiesta radicale. È una richiesta minima: se quest’uomo entra in Italia, deve essere almeno interrogato. Deve rispondere. Deve essere trattato come ciò che è: un sospettato di crimini di guerra.
E invece il rischio concreto è che tutto questo non accada. Che Winter arrivi, partecipi, parli, venga ascoltato, e poi riparta. Senza alcuna conseguenza. Come se nulla fosse.
Questo non è solo un problema giuridico. È un problema politico e morale. Perché significa trasformare un paese democratico in una zona franca per l’impunità. Significa dire, implicitamente, che ci sono crimini che non contano. Vittime che non contano. Popoli che non contano.
E significa anche qualcosa di più profondo: che la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che siamo disposti a fare sta diventando insostenibile.
Non siamo più nell’ignoranza. Sappiamo cosa è accaduto a Rafah. Sappiamo cosa accade ogni giorno a Gaza. Sappiamo cosa dicono e cosa fanno uomini come Ofer Winter. La domanda, allora, non è più cosa sta succedendo. La domanda è: cosa siamo disposti ad accettare.
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