Ucciso un giovane colombiano durante un’operazione anti-immigrati. Aveva 26 anni, un permesso di lavoro e viveva regolarmente negli Stati Uniti. Ancora una volta la versione ufficiale parla di un’auto «usata come arma». Ancora una volta mancano le bodycam. È il secondo omicidio compiuto dall’ICE in meno di una settimana.
La guerra ai migranti dell’amministrazione Trump continua a fare vittime. Martedì mattina, a Biddeford, nel Maine, un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha ucciso a colpi di arma da fuoco un cittadino colombiano di 26 anni. Il giovane, secondo la Maine Immigrants’ Rights Coalition e Presente! Maine, si trovava regolarmente negli Stati Uniti, era titolare di un permesso di lavoro e possedeva un numero di previdenza sociale.
È il secondo omicidio da parte dell’ICE in meno di una settimana, dopo quello di Lorenzo Salgado Araujo, il lavoratore messicano ucciso a Houston il 8 luglio. E, come nel caso texano, il copione sembra drammaticamente identico.
«Ha usato il veicolo come arma»
Secondo la versione fornita dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale (DHS), il ventiseienne avrebbe cercato di investire un agente federale, utilizzando la propria auto «come un’arma». È la stessa identica espressione già usata per giustificare gli omicidi di Lorenzo Salgado Araujo a Houston e di Renée Good a Minneapolis.
Ma i testimoni raccontano una scena diversa. Un residente ha riferito al Biddeford Gazette di aver visto un agente puntare la pistola contro il conducente e sparare almeno quattro colpi. Un altro testimone ha raccontato di aver visto il giovane uscire dall’auto con la testa insanguinata e pronunciare una frase disperata:
«Ho cercato di fermarmi».
Al momento non risulta che il giovane fosse armato.
Nessuna bodycam, ancora una volta
Anche questa volta emerge un elemento ormai ricorrente nelle operazioni letali dell’ICE: l’agente coinvolto non indossava una bodycam.
La circostanza è particolarmente grave perché l’agenzia ha ricevuto dal Congresso circa 20 milioni di dollari proprio per dotare i propri agenti di telecamere individuali nell’ambito della legge sui finanziamenti firmata da Donald Trump.
Ancora una volta, dunque, non esistono immagini ufficiali della sparatoria. Ancora una volta la ricostruzione dipenderà dalle testimonianze dei presenti e dalle eventuali telecamere private presenti nella zona.
Un’operazione anti-immigrati in uno Stato che non era mai stato un obiettivo
Il senatore indipendente del Maine Angus King, dopo aver parlato con il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, ha confermato che il giovane era il bersaglio di un’operazione anti-immigrati.
La notizia ha sconvolto il Maine, uno Stato di appena 1,4 milioni di abitanti, storicamente estraneo alle cronache sull’immigrazione e ai grandi raid federali.
Eppure, da gennaio, anche il Maine è diventato un laboratorio della politica migratoria trumpiana attraverso un programma del DHS significativamente denominato Operation Catch of the Day, «la pesca del giorno».
Un nome che sembra trasformare le persone migranti in prede da catturare.
«Perché siete in Maine?»
La reazione politica è stata immediata. La governatrice democratica Janet Mills ha definito l’accaduto «allarmante e spaventoso».
La deputata democratica Chellie Pingree ha dichiarato di sentirsi «turbata e arrabbiata» e ha chiesto una risposta a una serie di interrogativi che, ancora una volta, accompagnano un omicidio commesso dagli agenti federali: perché il giovane era stato fermato, se avesse precedenti penali, se l’agente fosse dotato di bodycam e chi svolgerà un’indagine realmente indipendente. Poi ha aggiunto una domanda che fotografa il clima che si respira nello Stato:
«Ma più di ogni altra cosa voglio sapere perché siete in Maine».
Anche la segretaria di Stato del Maine, Shenna Bellows, ha denunciato che si tratta di almeno undici sparatorie mortali che coinvolgono l’ICE o la Border Patrol dall’inizio della campagna di deportazioni di massa dell’amministrazione Trump.
«È ora di togliere l’ICE dalle strade del Maine», ha scritto sui social.
La comunità si mobilita
Poche ore dopo la sparatoria, centinaia di persone hanno raggiunto l’incrocio dove il giovane è stato ucciso.
Sono comparsi fiori, candele e cartelli con la scritta: «Abolish ICE».
Altri manifestanti si sono diretti davanti all’ufficio della senatrice repubblicana Susan Collins, chiedendo un’indagine indipendente e la fine delle operazioni dell’agenzia nello Stato.
L’organizzazione Project Relief Maine ha annunciato di essere già in contatto con la famiglia della vittima, definendo il ventiseienne «una giovane vita spezzata» e chiedendo piena trasparenza.
Anche il senatore statale Henry Ingwersen ha chiesto un’inchiesta che coinvolga soggetti indipendenti e non soltanto le autorità federali.
Un’escalation che non si ferma
L’omicidio di Biddeford conferma una tendenza sempre più inquietante. L’ICE, nata come agenzia amministrativa per il controllo dell’immigrazione, si è progressivamente trasformata in un corpo di polizia federale sempre più militarizzato, con poteri crescenti, controlli limitati e un ricorso alla forza letale che suscita sempre più interrogativi.
Il caso del giovane colombiano ripropone tutte le domande già emerse dopo le morti di Renée Good, Alex Pretti e Lorenzo Salgado Araujo: Perché le versioni ufficiali parlano sempre di veicoli «usati come armi»?, Perché mancano sistematicamente le immagini delle bodycam?, Perché le indagini restano quasi sempre nelle mani delle stesse agenzie coinvolte?
E soprattutto: quante altre persone dovranno morire prima che venga messo in discussione un sistema di enforcement migratorio che sembra ormai operare in un regime di crescente impunità?
Mentre l’attenzione internazionale è rivolta alle crisi geopolitiche e alle avventure militari di Donald Trump all’estero, negli Stati Uniti continua un’altra guerra, meno visibile ma altrettanto brutale.
Una guerra contro i migranti. E continua a fare morti.
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