Sparatorie, blocco dei soccorsi e propaganda: l’ICE mostra il volto armato dell’autoritarismo di Trump
Quello che sta accadendo in Minnesota non è un incidente, né una “operazione mal gestita”. È un laboratorio di repressione a cielo aperto, il punto di arrivo di una strategia politica che ha scelto la violenza come linguaggio e la menzogna come copertura. Le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement hanno trasformato Minneapolis in una città occupata, dove sparare è diventato routine e la vita delle persone — migranti e cittadini statunitensi — vale meno della propaganda.
La morte di Renee Good, madre di tre figli, è il punto di non ritorno. Secondo la versione ufficiale dell’amministrazione — rilanciata dalla segretaria del Dipartimento per la Sicurezza Interna Kristi Noem, da Donald Trump e dall’ICE stessa — gli agenti sarebbero stati circondati da “rivoltosi violenti”, costretti a difendersi da un’auto trasformata in arma. Ma i video raccontano un’altra storia: nessuna rivolta, nessun assalto, solo residenti che osservano e filmano. L’auto di Good si stava allontanando, con le ruote orientate nella direzione opposta agli agenti, quando uno di loro si è piazzato davanti e ha sparato diversi colpi al volto, uccidendola.
Non solo. Secondo un funzionario del DHS citato da NBC News, ogni singola azione dell’agente che ha sparato violava le linee guida dell’ICE: avvicinarsi frontalmente a un veicolo, sparare a un’auto in movimento, usare la forza letale senza alcun rischio imminente. Un altro video mostra l’agente fare deliberatamente il giro dell’auto per posizionarsi davanti, filmando con il telefono. La guida pericolosa è iniziata solo dopo gli spari, quando Good, morente, ha perso il controllo del veicolo. E mentre stava dissanguandosi, gli agenti hanno impedito i soccorsi, bloccando un’ambulanza e minacciando di sparare a chi si qualificava come medico. Questo non è “ordine pubblico”: è omicidio istituzionale coperto dalla divisa.
Eppure l’amministrazione mente. Mente sapendo di mentire. Mente contro i video, contro i testimoni, contro i propri protocolli. Perché ammettere la verità significherebbe riconoscere che l’ICE è diventata il principale pericolo per le comunità che dice di voler proteggere. La stragrande maggioranza delle persone arrestate nei blitz non ha precedenti penali. Ma la violenza continua, perché la violenza è il messaggio.
L’escalation è deliberata. Il 15 gennaio, Trump ha minacciato di invocare l’Insurrection Act, una legge del 1807 che consente di usare l’esercito contro la popolazione civile. Non è una risposta al caos: è la sua produzione. Nella stessa Minneapolis, una seconda sparatoria ha visto un agente ICE ferire un cittadino venezuelano in fuga; due persone intervenute con una pala da neve e un manico di scopa sono state accolte a colpi di spray e lacrimogeni, mentre circa 200 persone si radunavano in strada. Le immagini — come ha ammesso il sindaco Jacob Frey — sembravano quelle di una zona militarmente occupata. In una città di 456mila abitanti, normalmente presidiata da 600 poliziotti, sono confluiti oltre 2.000 agenti ICE.
Il governatore Tim Walz ha invitato a non “abboccare all’amo”. Ma è evidente che l’amo è stato lanciato apposta. Trump invoca l’Insurrection Act mentre accusa gli amministratori locali di non “difendere i patrioti dell’ICE”. È la stessa logica ovunque: provocare, reprimere, poi accusare la società civile. Nel mirino finiscono tutti: minorenni prelevati in casa, nativi americani fermati ai posti di blocco, cittadini arrestati per aver soffiato in un fischietto. Ronde notturne con torce puntate in faccia, documenti urlati, incursioni persino negli asili. Ovunque vadano, gli agenti vengono sommersi da insulti. Non perché “la sinistra li istiga”, ma perché le persone riconoscono un’occupazione quando la vedono.
Non è solo la società civile a reagire. Sei procuratori del Minnesota si sono dimessi dopo che il Dipartimento di Giustizia ha deciso di indagare la vedova di Renee Good invece dell’agente che ha sparato. Una rottura istituzionale rarissima, che denuncia l’aggiramento dei meccanismi di responsabilità. Eppure la Casa Bianca tira dritto. La portavoce Karoline Leavitt attacca i giornalisti, li accusa di essere “militanti di sinistra”, liquida come “scherzo” persino le affermazioni di Trump sulla sospensione delle elezioni di midterm. Intanto i media di destra allineano la narrazione: anche CBS News, dopo l’acquisizione da parte di Paramount, rilancia versioni governative senza prove, parlando di fantomatiche emorragie dell’agente per giustificare la “legittima difesa”.
Questa non è sicurezza. È autoritarismo in tempo reale. È la criminalizzazione della povertà e della migrazione elevata a spettacolo armato. È un potere che spara e poi riscrive i fatti, che reprime e poi chiede applausi. Il Minnesota non è un’eccezione: è l’anticipazione. E se oggi l’ICE può uccidere una cittadina statunitense, impedire i soccorsi e accusare i morti di essere “rivoltosi”, è perché da anni si accetta l’idea che qualcuno valga meno di altri.
Quando la legge diventa copertura per la violenza, non resta che chiamare le cose con il loro nome. E il nome, oggi, è Stato di polizia.
Intervista di Radio Onda d’Urto a Maristella Cacciapaglia ricercatrice del Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università degli Studi di Milano e studio delle politiche migratorie degli Stati Uniti Ascolta o scarica
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