USA: Manette all’infanzia

Negli Stati Uniti di Trump l’ICE arresta un bambino di cinque anni e lo usa come esca per una deportazione: la “sicurezza” diventa terrore razziale e violenza di Stato contro i più indifesi.

Ehi, tu, come ti chiami?
«Liam».
Bene, sei in arresto.

Non è una scena distopica. Non è una provocazione. È successo davvero, a Minneapolis, negli Stati Uniti d’America. Liam ha cinque anni, frequenta l’asilo, porta uno zainetto di Spiderman e un berretto blu con le orecchie da coniglio. La polizia anti-immigrati di Immigration and Customs Enforcement, su ordine diretto dell’amministrazione Donald Trump, lo ha fermato mentre rientrava a casa da scuola. Armati, volto coperto, modalità da blitz militare. Un bambino trattato come un criminale.

Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa internazionale, Liam è stato usato come esca. Fermato per strada, accompagnato davanti alla porta di casa, utilizzato per costringere il padre – di origine ecuadoriana – ad aprire. La famiglia era in regola, con una richiesta di asilo attiva e nessun ordine di espulsione. Non importa. In America oggi basta non essere bianchi per diventare deportabili. Basta esistere.

Liam è stato arrestato insieme al padre e trasferito in un centro di detenzione in Texas. Separazione forzata, detenzione amministrativa, trauma permanente. Il distretto scolastico di Columbia Heights non ha usato giri di parole: «Due minori sono stati rapiti». Rapiti. È il termine giusto. Perché quando lo Stato usa la forza contro un bambino, fuori da qualsiasi procedura giudiziaria, quello non è enforcement della legge: è violenza di Stato.

Non è un caso isolato. Nelle stesse ore, sempre nell’area di Minneapolis, quattro minori sono stati fermati, tra cui un ragazzo di 17 anni diretto a scuola. Due settimane prima, una bambina di dieci anni aveva subito lo stesso trattamento: avvicinata per strada, costretta a chiamare il padre, poi sparita insieme alla madre. Detenzione. Deportazione. Silenzio.

A Minneapolis nessuno usa più eufemismi. Si parla apertamente di occupazione, di rapimenti, di resistenza. Perché ciò che sta accadendo ha superato ogni soglia di legalità e di decenza. Una fragile tregua, imposta da una giudice federale che aveva limitato gli abusi dell’Ice, è durata pochi giorni. Una Corte d’appello ha sospeso quelle restrizioni e, da quel momento, raccontano i residenti, «è come se non avessero più freni».

Droni che sorvolano i quartieri per ore. Telefonate anonime per identificare i residenti. Negozi che tengono le porte chiuse, facendo entrare i clienti uno alla volta. Quartieri multietnici trasformati in zone di paura permanente. È il volto reale della “sicurezza” trumpiana: terrorizzare una popolazione per governarla.

La repressione non si ferma ai migranti. Colpisce chiunque osi opporsi. Attiviste per i diritti civili arrestate per aver interrotto una funzione religiosa guidata da un pastore che è anche dirigente dell’Ice. Accuse grottesche di “cospirazione contro i diritti”. Minacce di applicare leggi nate per combattere il Ku Klux Klan contro chi denuncia il razzismo istituzionale. L’apparato giudiziario trasformato in arma politica, piegato a difesa dell’ordine razziale.

Intanto emergono memorandum interni che chiedono poteri ancora più ampi: entrare nelle abitazioni senza mandato, forzare le porte, aggirare i limiti costituzionali. Il vicepresidente vola a Minneapolis non per fermare gli abusi, ma per solidarizzare con gli agenti e accusare “l’estrema sinistra”. È un messaggio chiarissimo: la violenza è autorizzata, purché colpisca i bersagli giusti.

Arrestare un bambino di cinque anni non è un errore. Non è una “deviazione”. È la logica conseguenza di un sistema che ha fatto della disumanizzazione la propria politica migratoria. È la traduzione pratica di un’ideologia razzista che considera alcune vite sacrificabili, altre difendibili.

Quando uno Stato mette le manette a un bambino, non sta proteggendo nessuno. Sta dichiarando guerra ai più deboli. Sta insegnando che la legge non serve a tutelare, ma a schiacciare. Sta dicendo al mondo che i diritti sono revocabili, a partire dall’età più indifesa.

Minneapolis oggi resiste. Con reti di solidarietà, osservatori civici, scioperi dei consumi, mobilitazioni pacifiche. Perché davanti a un potere che rapisce bambini, disobbedire non è una scelta morale: è un dovere politico.

Liam ha cinque anni.
E lo Stato più potente del mondo lo considera un nemico.

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Venerdi 23 gennaio negli Usa, a Minneapolis, sarà sciopero sociale contro le truppe di occupazione interna di Trump, l’Ice, contrastate da giorni nelle strade da migliaia di solidali, per impedire raid e rastrellamenti di migranti. «Non andremo a fare la spesa. Non andremo al lavoro. Non andremo a scuola venerdì 23 gennaio” hanno detto i promotori in una conferenza stampa martedi scorso.

Tra i sindacati che hanno aderito all’appello ci sono i Service Employees (Seiu) Local 26, Unite Here Local 17, i Communications Workers (Cwa) Local 7250, la St Paul Federation of Educators Local 28, la Minneapolis Federation of Educators (Mfe, Aft Local 59), l’International Alliance of Theatrical Stage Employees Local 13, il Graduate Labor Union, gli United Electrical Workers Local 1105 presso l’Università del Minnesota, il Transit Union (Atu) Local 1005, il Committee of Interns and Residents (Seiu) e la Minneapolis Regional Labor Federation, Afl-Cio.

“Le nostre federazioni sindacali incoraggiano tutti a partecipare il 23 gennaio”, ha dichiarato Chelsie Glaubitz Gabiou, presidente della Federazione Regionale del Lavoro di Minneapolis. “È tempo che ogni singolo cittadino del Minnesota che ama questo Stato e i principi di verità e libertà alzi la voce e approfondisca la propria solidarietà per i vicini e colleghi che vivono sotto questa occupazione federale”.

Con lo slogan “Ice fuori dal Minnesota: Giornata della verità e della libertà”, chiedono che l’Ice lasci lo Stato, che l’agente che ha ucciso Good venga ritenuto legalmente responsabile, che non vengano concessi ulteriori finanziamenti federali all’Ice e che le aziende interrompano qualsiasi legame economico con l’agenzia federale. Tremila agenti dell’Ice intanto hanno invaso l’area di Minneapolis nelle ultime settimane e sono diventati più aggressivi, incoraggiati dall’offerta di immunità dell’amministrazione Trump.

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