Dall’uccisione di Renee Good a Minneapolis alle piazze in tutto il paese, cresce la mobilitazione contro la violenza dell’ICE e l’impunità delle forze federali.
Per il terzo giorno consecutivo, Minneapolis è attraversata da proteste di massa dopo l’uccisione di Renee Nicole Good, 37 anni, colpita a morte durante un’operazione di rastrellamento condotta dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Una mobilitazione che, in poche ore, si è estesa a tutto il paese, trasformandosi nell’ennesima denuncia collettiva contro la violenza poliziesca e l’apparato repressivo dell’immigrazione statunitense.
Un’esecuzione filmata
“I’m not mad at you”. Non sono arrabbiata con te. Sono state queste le ultime parole pronunciate da Renee Good, sorridendo, all’agente che pochi istanti dopo le avrebbe sparato tre colpi al volto mentre era alla guida della sua auto. La frase è emersa dal video della bodycam diffuso dalla Casa Bianca: un filmato di appena 30 secondi che, secondo l’amministrazione, dimostrerebbe che l’agente ha agito per “autodifesa”.
Ma le immagini raccontano altro. Good era seduta in auto, una mano fuori dal finestrino e una sul volante, quando gli agenti si sono avvicinati. Dopo aver pronunciato quelle parole, ha tentato una manovra in retromarcia. È in quel momento che l’agente ha aperto il fuoco. Per i manifestanti e per molti osservatori indipendenti, non c’è traccia di una minaccia imminente tale da giustificare l’uso letale della forza.
Proteste da costa a costa
Da Minneapolis, le proteste si sono rapidamente diffuse. A New York si sono svolte tre manifestazioni in 24 ore, mentre piazze piene si sono viste anche in città considerate meno militanti come Las Vegas, Nashville, Indianapolis e Miami. Per il fine settimana sono previste iniziative in tutti gli Stati Uniti.
Se in molte città le mobilitazioni sono rimaste pacifiche, a Minneapolis la tensione continua a salire. Per il secondo giorno consecutivo, i manifestanti radunati davanti a una sede federale dell’ICE sono stati respinti con granate stordenti e fumogeni simili a gas lacrimogeni. Le scuole restano chiuse, mentre genitori e insegnanti del Minneapolis Families for Public Schools hanno denunciato pubblicamente l’impatto devastante delle operazioni dell’ICE sulle comunità locali.
Un’indagine sotto accusa
La gestione dell’inchiesta ha alimentato ulteriormente la rabbia. Dopo l’esclusione dell’organismo investigativo statale indipendente dall’indagine dell’Federal Bureau of Investigation, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha chiesto all’amministrazione Donald Trump di «accettare la verità» e garantire un’inchiesta imparziale.
La procuratrice della contea di Hennepin, Mary Moriarty, ha invitato i cittadini a inviare direttamente al suo ufficio qualsiasi prova o video relativo all’uccisione di Good, definendo «allarmante» l’estromissione delle autorità locali. «Nessuno è al di sopra della legge», ha ribadito, smentendo l’idea di un’immunità totale per l’agente coinvolto.
Anche la senatrice del Minnesota Tina Smith e il governatore Tim Walz hanno messo in dubbio la credibilità dell’indagine federale, denunciando la criminalizzazione preventiva della vittima, definita “terrorista interna” prima ancora che fossero chiariti i fatti.
ICE sotto accusa: Minneapolis e Portland
Nel frattempo è stata resa pubblica l’identità dell’agente che ha sparato: Jonathan E. Ross, 43 anni, in servizio presso l’ICE almeno dal 2016. È emerso anche un video – presumibilmente girato dallo stesso Ross – che documenta gli attimi precedenti all’omicidio. Nel filmato, ottenuto da un’emittente locale, si vede l’agente muoversi attorno all’auto di Good e poi sparare. In sottofondo, una voce pronuncia un insulto sessista mentre il veicolo si allontana.
La tensione è salita anche in Portland, dove un’altra sparatoria dell’ICE è avvenuta davanti a un ospedale. Un uomo e una donna, cittadini venezuelani secondo il Dipartimento per la Sicurezza Interna, sono stati colpiti all’interno di un’auto. La sindaca Keith Wilson ha chiesto la sospensione immediata di tutte le operazioni dell’ICE fino alla conclusione di un’indagine indipendente.
“Abolish ICE”: una richiesta politica, non uno slogan
In questo contesto, torna con forza nelle piazze la parola d’ordine “Abolish ICE”. Non uno slogan simbolico, ma una richiesta politica concreta: smantellare un’agenzia che negli anni si è trasformata in un apparato paramilitare, responsabile di rastrellamenti, deportazioni, violenze e omicidi, spesso con un livello di impunità che supera quello delle forze di polizia ordinarie.
La morte di Renee Good non è un’eccezione, ma l’ennesimo tassello di una storia fatta di razzializzazione, repressione e uso sistematico della forza contro migranti e comunità marginalizzate. Le proteste che attraversano oggi gli Stati Uniti indicano una consapevolezza diffusa: finché l’ICE continuerà a operare come braccio armato di politiche migratorie punitive, nessuna riforma parziale potrà fermare la violenza.
Per questo, dalle strade di Minneapolis a quelle di New York e Portland, il messaggio è chiaro: giustizia per Renee Good, fine dell’impunità e abolizione dell’ICE.
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