Una mattina al picchetto con Sudd Cobas


di Tommaso Giachetti


Come un sindacato costruito dal basso sta aiutando operai e operaie nella lotta per un lavoro dignitoso. Un racconto in prima persona dalla vertenza Acca.

Da un paio di giorni lo scirocco spingeva le polveri del Sahara sulla nostra penisola, l’aria scintillava di una luce lattiginosa e le temperature superavano di nuovo i trentacinque gradi. Sempre meglio delle tormente che allagano l’asfalto, con l’acqua che da sotto entra nei gazebo e ammolla ogni cosa: materassi, coperte, provviste, vestiti, libri… Quando si sente arrivare la tempesta, bisogna correre, subito. Ficcare tutto ciò che si può in macchina, chiudersi dentro e aspettare che passi. Poi uscire e lentamente smontare, stendere sotto al sole quel che rimane e aspettare. Aspettare davanti al magazzino Acca di Campi Bisenzio (Fi), per bloccare i cancelli e impedire l’ingresso e l’uscita delle capi d’abbigliamento che da lì vanno in tutta Europa. È così che va avanti dal 21 giugno: ogni giorno, ogni notte, in ogni momento, quei due gazebo sono abitati da attivisti/e e operai che sorvegliano chi entra e chi esce. È così che abbiamo trovato, la mattina del 28 agosto, sdraiati sulle brandine e sui materassi, le attiviste e gli operai iscritti al Sudd – Sindacato Unione Democrazia Dignità. Erano là per difendere il loro lavoro, minacciato dalle continue manovre illegali dei vertici di Acca, azienda a conduzione cinese che, da anni, sfrutta, minaccia e percuote i novanta operai dipendenti, la maggior parte di origine pakistana e bangladese.

I picchetti ai cancelli di Acca andavano avanti a oltranza da settanta giorni in quattro località della piana fiorentina: Seano, Agliana, Osmannoro e Campi Bisenzio. La resistenza alla violenza dei «padroni» dell’azienda ha avuto inizio nel 2023, quando gli operai hanno cominciato a sindacalizzarsi e a chiedere un contratto di lavoro legale, che rispettasse i turni di otto ore per cinque giorni a settimana contro le dodici ore sottopagate sette giorni su sette, regime di lavoro a cui erano fino ad allora sottoposti. I capi non ci stavano, li hanno seguiti sotto casa alla sera; con le mazze hanno spaccato le auto, le bici, li hanno intidimiditi. Il sindacato ha risposto così: attiviste e attivisti si sono organizzate per accompagnare personalmente gli operai in macchina. I padroni, vedendo le macchine con gli italiani, hanno fatto cessare gli attacchi; poco dopo, i lavoratori hanno ottenuto il contratto otto per cinque. Grande vittoria. Nel 2025 l’azienda è uscita vittoriosa dalla «guerra delle grucce», il conflitto dal carattere mafioso combattuto a colpi di pacchi incendiari e spranghe fra le aziende del territorio per assicurarsi le commesse dalle grandi aziende di moda. In tutto ciò, Acca si trova sotto custodia giudiziaria per presunta frode fiscale ai danni dello Stato per tasse e contributi non pagati pari a 71 milioni di euro. È in questo clima che, a giugno, sindacato e operai hanno fiutato la manovra decisiva: l’azienda stava progettando di chiudere il magazzino per riaprire altrove sotto un altro nome, licenziare gli iscritti al sindacato e assumere lavoratori nuovi, ripartendo da zero. È per bloccare questa manovra che il 21 giugno scorso è scattato lo sciopero.

Due giorni dopo, i padroni hanno assaltato il picchetto di Seano. La mattina avevano già investito un operaio, finito in pronto soccorso. Nel pomeriggio sono arrivati davanti al magazzino di Seano (PO), sono scese duecento persone dai furgoni bianchi, alcune armate di mazze e bastoni, per rompere il blocco dei manifestanti e riaprire il lavoro. Vengono presi alla sprovvista anche i pochi agenti delle forze dell’ordine che si trovavano già là. Se ne sono andati solo dopo aver distrutto i gazebo.

Ancora: all’alba del 3 luglio le forze dell’ordine si sono presentate al picchetto di Seano con ordine di sgombero e sequestro preventivo della merce bloccata nel magazzino. L’abbigliamento doveva immediatamente partire: stavano iniziando i saldi. Il giorno dopo gli agenti si sono ripresentati davanti ai gazebo prontamente rimessi in piedi: «Ragazzi, tutto bene?»

A raccontarci questa storia è E., una ragazza poco più che ventenne. Ci ha accolto con un sorriso e una stretta di mano dalla brandina piazzata all’ombra, fuori dal gazebo bianco. Le spalle arrossate dal sole, fumava un drum. Fumavano tutti il drum, uno dopo l’altro: «Che vuoi fare se no?»

«È difficile non pensare che sarebbe meglio che chiudesse, questa fabbrica», ci ha confessato. Ma se andasse così, gli operai perderebbero il lavoro. Bisogna quindi che i tavoli delle trattative, promossi dalla Provincia di Prato e avviati proprio qualche giorno prima dopo una inaspettata chiamata della dirigente, vadano bene. Proprio mentre stavamo parlando avveniva l’incontro, erano tutti ottimisti. E., da due anni e mezzo attivista nel Sudd, si è fatta tutto lo sciopero contro Acca. Questo significa dormire in strada nel gazebo, una notte sì e una no. Tornare a casa, farsi la doccia, mangiare, rientrare nel gazebo. Significa attuare quello che ormai è il motto del sindacato: «devi durare un secondo in più di loro». Le ho chiesto se non sia difficile fare questo tipo di vita. Lo è, a volte lo stress è molto forte, «ma per me il sindacato sta qua», mi risposto alzando la mano sopra la testa.

Dopo l’assalto e lo sgombero la reazione è stata immediata. Attiviste/i e operai hanno fatto leva sulla «rabbia buona e sana» e «gli hanno fatto il culo, iniziando a dargliene secche a diritto, trovando i carichi illegali e i magazzini dove spostavano il lavoro, come questo». Queste parole sono di S., poco più grande di E., da due anni nel sindacato, si barcamena fra l’attivismo, il lavoro come assistente ad una persona con disabilità e tutto il resto. Al telefono fumava un drum organizzando turni e spostamenti. Le ho chiesto se occupava una posizione particolare nel sindacato. «No, non esistono posizioni particolari», ha risposto, «o una organizzazione verticale, siamo tutti sullo stesso piano, tutti con le stesse responsabilità». Ci sono però quattro persone che sono dentro da più di tutti, e che sono un po’ la faccia del sindacato, oltre a seguire in prima persona le trattative.

Sono proteste che non potrebbero avvenire in Pakistan, ci ha spiegato Sa., che ha vissuto in altri cinque Paesi ma in Italia si trova benissimo e non se ne andrebbe mai. Era lì da giugno, tornava quando può a casa a lavarsi e a prendere acqua e ghiaccio, come gli altri. «Loro sono la nostra forza», ci hanno spiegato le attiviste. È proprio così, mi sono detto, si aiutano reciprocamente. Attivisti e attiviste ricevono qualcosa di molto prezioso, una comunità e qualcosa che dà valore alla vita, qualcosa per cui lottare, un significato.

L’ottimismo che si respirava quel giorno si rivelò ben riposto. La sera successiva era un venerdì; avevo ritrovato i «compagni» in sciopero all’assemblea congiunta fra il movimento Insorgiamo, che da cinque anni occupa e promuove la riconversione ecologica della fabbrica GKN a Campi Bisenzio, e Sudd Cobas. La notizia era arrivata proprio quella sera: l’accordo per il reintegro di sessanta operai (tutti gli iscritti al sindacato più un’altra ventina), con la promessa di assumere i restanti trenta alla prima occasione, era stato firmato dall’azienda. Quella sera si ballò e, chi poteva, bevve; gli altri, come sempre, fumarono.


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