Una felpa antifascista, poi l’aggressione: Marsella e altri due di CasaPound a giudizio


Il portavoce nazionale di CasaPound e altri due esponenti dell’organizzazione sono stati citati direttamente in giudizio per concorso in lesioni. Alessandro Sahebi era stato colpito davanti alla compagna e al figlio di sei mesi. Il giornalista: «La questione ha radici politiche».

Quasi un anno dopo l’aggressione arriva la svolta giudiziaria. Luca Marsella, portavoce nazionale di CasaPound e uno dei principali promotori del Comitato Remigrazione e Riconquista, è stato citato direttamente in giudizio insieme ad altri due esponenti dell’organizzazione neofascista, Giovanni Feola e Alessio Giuliani, per l’aggressione subita dal giornalista Alessandro Sahebi nell’ottobre 2025 a Roma. Secondo quanto riportato dalla stampa, l’accusa contestata ai tre è concorso in lesioni. Sarà naturalmente il processo ad accertare le responsabilità individuali.

La vicenda l’avevamo raccontata su Osservatorio Repressione subito dopo i fatti. La sera del 24 ottobre 2025 Sahebi si trovava in via Merulana, davanti al Teatro Brancaccio, insieme alla compagna, la scrittrice e attivista Francesca Bubba, e al loro bambino di appena sei mesi. Il giornalista indossava una felpa con la scritta «Azione Antifascista». Secondo la sua denuncia, tre uomini gli intimarono di toglierla o di indossarla al contrario. Al suo rifiuto venne colpito al volto.

Non era una ricostruzione rimasta confinata ai social. Pochi giorni dopo l’episodio entrò anche in Parlamento. In un’interrogazione urgente presentata al ministro dell’Interno il 28 ottobre 2025, diciassette senatori ricordavano che l’aggressione «verbale e fisica» era stata provocata dalla felpa antifascista e che Sahebi era stato colpito al volto alla presenza della compagna e del figlio di sei mesi. L’interrogazione collocava inoltre il fatto dentro il clima dell’Esquilino, richiamando una precedente aggressione avvenuta poco distante, al bar Lo Statuto, accompagnata da slogan neofascisti.

Ora le indagini hanno portato alla citazione diretta in giudizio dei tre. È stato lo stesso Sahebi a rendere pubblica la notizia con un post su Instagram: «Un anno fa sono stato attaccato da tre soggetti per avere indossato una felpa antifascista». Il giornalista ha riferito che, secondo le indagini, tra le persone individuate ci sarebbe proprio Marsella, che Sahebi indica anche come l’uomo che avrebbe minacciato Francesca Bubba mentre teneva il bambino in braccio.

Il punto più importante della dichiarazione di Sahebi viene però subito dopo: «La questione, per la procura, ha radici politiche». Non una lite occasionale, dunque, nella ricostruzione riferita dal giornalista, ma un’aggressione originata da un simbolo politico: quella scritta, «Azione Antifascista», stampata su una felpa.

Ed è precisamente questo elemento a rendere la vicenda politicamente rilevante oltre il procedimento giudiziario.

Perché Luca Marsella non è una figura marginale della galassia neofascista romana. È il portavoce nazionale di CasaPound ed è tra i protagonisti del Comitato Remigrazione e Riconquista, il progetto che negli ultimi mesi ha cercato di portare nel dibattito politico nazionale la parola d’ordine della «remigrazione». Nel gennaio scorso Marsella avrebbe dovuto partecipare alla conferenza stampa organizzata alla Camera dal deputato della Lega Domenico Furgiuele per presentare la proposta di legge promossa dal Comitato; l’iniziativa non si svolse dopo la protesta delle opposizioni e la chiusura della sala per motivi di ordine pubblico.

È un passaggio che merita attenzione. Mentre CasaPound e le reti che le ruotano attorno tentano di presentarsi attraverso campagne politiche apparentemente ripulite dal vecchio immaginario dello squadrismo — la raccolta firme, la proposta di legge, le conferenze stampa, la «remigrazione» trasformata in parola da talk show — il procedimento sull’aggressione a Sahebi riporta l’attenzione su un’altra dimensione dell’estrema destra organizzata: quella delle intimidazioni e della violenza politica denunciata da chi vive quotidianamente quei territori.

È lo stesso Sahebi a porre la questione in questi termini. Il giornalista non chiede che lo stabile di CasaPound in via Napoleone III venga sgomberato semplicemente perché occupato abusivamente. Anzi, distingue esplicitamente il problema dell’occupazione dalla natura politica dell’organizzazione, ricordando che a Roma esistono occupazioni che garantiscono una casa a persone altrimenti escluse dal diritto all’abitare. La questione, sostiene, è un’altra: quella sede dovrebbe essere chiusa perché rappresenterebbe un «avamposto quasi militare» di un’organizzazione che, secondo la sua valutazione, utilizza sistematicamente la violenza politica.

È una distinzione importante anche per evitare la solita scorciatoia sicuritaria. Il problema non è invocare sgomberi indiscriminati o attribuire alla polizia il compito di risolvere politicamente il neofascismo. Il problema è chiedere perché da anni un’organizzazione dichiaratamente fascista disponga nel cuore della capitale di una sede nazionale occupata in un immobile pubblico, mentre le istituzioni continuano a rinviare qualsiasi decisione.

La questione era già emersa immediatamente dopo l’aggressione. L’interrogazione parlamentare dell’ottobre 2025 ricordava esplicitamente la vicinanza tra via Merulana e l’immobile di via Napoleone III e sottolineava come l’annuncio dello sgombero da parte del ministro dell’Interno non avesse allora avuto seguito.

Oggi, dopo la citazione in giudizio di Marsella, la richiesta torna con forza. Cgil Roma e Lazio e ANPI Roma Provinciale hanno definito l’episodio parte di un problema più ampio e hanno nuovamente chiesto la chiusura della sede di CasaPound. Le due organizzazioni denunciano un Esquilino che «da troppo tempo subisce intimidazioni e provocazioni» e sostengono che quanto accaduto a Sahebi non possa essere considerato un fatto isolato.

Ed è qui che la vicenda assume un significato che va oltre le responsabilità penali, che dovranno essere accertate in tribunale.

Da anni CasaPound tenta di presentarsi come un soggetto politico normalizzato. Partecipa alle elezioni, organizza conferenze, promuove raccolte firme, costruisce campagne nazionali e cerca interlocuzioni istituzionali. La «remigrazione» è l’ultima operazione di questo percorso: trasformare un concetto proveniente dall’estrema destra identitaria europea in una proposta apparentemente discutibile all’interno del normale confronto democratico.

Ma normalizzare il linguaggio non significa cancellare la storia politica e le pratiche di un’organizzazione. Ed è proprio per questo che il processo sull’aggressione a Sahebi sarà importante: non per anticiparne l’esito, ma perché dovrà accertare cosa sia realmente accaduto quella sera e le responsabilità delle persone chiamate a risponderne.

Resta intanto un fatto incontestabile: un giornalista ha denunciato di essere stato colpito mentre passeggiava con la propria famiglia perché indossava una felpa antifascista; la vicenda ha prodotto un’indagine e oggi tre persone, tra cui il portavoce nazionale di CasaPound, sono state citate direttamente in giudizio per concorso in lesioni.

Sahebi definisce il proprio un «caso fortunato»: aveva un video, la vicenda ha avuto visibilità e la denuncia ha prodotto un’indagine. Ma aggiunge una considerazione molto più inquietante: chi vive all’Esquilino conosce bene quanto certe modalità di intimidazione rischino di diventare una «vergognosa normalità». È forse questo il punto politico più importante.

Il fascismo non torna necessariamente indossando una camicia nera e marciando in formazione. Può normalizzarsi attraverso una sede tollerata per anni, una campagna sulla remigrazione trasformata in proposta politica, una presenza sempre più accettata nel dibattito pubblico. E contemporaneamente può sopravvivere nelle intimidazioni quotidiane contro chi viene riconosciuto come avversario.

Quella sera diventare un bersaglio è bastata una felpa. Adesso sarà un tribunale a stabilire le responsabilità penali. Ma la politica non può aspettare una sentenza per interrogarsi su ciò che da anni accade attorno all’estrema destra organizzata nella capitale.


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