Un cooperante atipico che merita giustizia

Oggi sono cinque anni dal ritrovamento del corpo senza vita di Mario Paciolla in Colombia. Il gip archivia, i genitori non si arrendono

di Gianpaolo Contestabile, Simone Ferrari da il manifesto

A San Vicente del Caguán, in Colombia, il nome di Mario Paciolla si pronuncia ancora con cautela. I ricordi del suo impegno per promuovere la pace in un territorio devastato dal conflitto armato si scontrano con i timori di esporsi sulla vicenda della sua morte. A cinque anni di distanza dal ritrovamento del corpo senza vita del cooperante napoletano, restano vivide le memorie dei difensori di diritti umani e leader contadini che collaboravano con lui.

Ma tutti preferiscono mantenere l’anonimato: dopo la morte di Paciolla, le persecuzioni contro attivisti sociali ed exguerriglieri delle Farc a San Vicente si sono acuite, e il progetto di reintegro dei combattenti a Miravalle, che l’italiano seguiva in prima persona, è stato trasferito in un’area più sicura.

GLI ATTIVISTI LOCALI ricordano Paciolla come una figura atipica all’interno della Missione Onu di cui faceva parte: profondo conoscitore della storia colombiana, il cooperante si muoveva instancabilmente nel territorio per raccogliere le denunce delle comunità rurali. A volte agiva in forma autonoma, anteponendo il proprio spirito umanitario ai limiti burocratici e gerarchici della Missione, contro i quali spesso si scontrava.

Proprio alcuni attriti all’interno del suo gruppo di lavoro, il 10 luglio del 2020, lo avevano spinto ad anticipare il rientro in Italia, dopo aver manifestato timori per la propria incolumità, al 16 luglio. Il giorno prima della partenza, tuttavia, Paciolla è stato ritrovato morto nella sua abitazione, con i polsi tagliati e un lenzuolo al collo, in una scena di apparente suicidio che ha suscitato fin da subito diversi dubbi.
La battaglia per la verità sulla morte di Paciolla ha trovato un nuovo ostacolo nella recente richiesta di archiviazione del caso da parte della procura di Roma, secondo cui non sussisterebbero elementi sufficienti per sostenere l’ipotesi dell’omicidio.

LO SCORSO 11 LUGLIO, all’indomani della decisione del Gip, sulle pareti di una vecchia edicola del centro di Napoli sono apparse le parole «Noi non archiviamo». Il collettivo Liberi Edizioni e la famiglia di Mario Paciolla hanno deciso di ridare vita a un giornalaio di Piazza Dante, tappezzandolo di fogli di giornale che denunciano la necessità di giustizia sulla vicenda.
Secondo Pino e Anna, i genitori di Mario, «le motivazioni espresse dalla Procura non tengono conto dei gravi depistaggi messi in atto dall’Onu. A partire dalla comunicazione alla famiglia – confusa e gravemente inadeguata – fino all’omessa segnalazione all’Ambasciata italiana della morte di un cittadino italiano in Colombia. Senza dimenticare la cancellazione dell’intera scena del crimine, nonostante i protocolli interni delle Nazioni Unite siano molto rigorosi».

È NOTO, infatti, che l’allora responsabile della sicurezza della Missione Onu di San Vicente, Christian Thompson, una volta arrivato sulla scena del crimine, abbia fatto sparire gli effetti personali dell’italiano dopo aver ripulito le tracce di sangue. Thompson ha dichiarato di aver gettato nell’immondizia il materassino e due pentole che contenevano il liquido rosso ritrovate a casa di Mario perché «non erano state prese in considerazione come elementi importanti dalle autorità colombiane». La dichiarazione contraddice le testimonianze dei presenti, secondo cui Thompson avrebbe impedito l’accesso alle forze di polizia locali prima di aver completato la pulizia dell’appartamento. Inoltre, siccome il camion della spazzatura sarebbe passato dopo alcuni giorni, Thompson ha deciso di buttare le borse dell’immondizia in discarica, rendendole irrecuperabili. Gli elementi dell’inventario di Mario sono stati invece trasportati su un’auto blindata dell’Onu: «Non c’era possibilità di togliere oggetti da lì dentro senza averne le chiavi» ha dichiarato Thompson, specificando di aver informato di ciò il responsabile regionale Juan Vázquez, figura molto discussa all’interno della missione. Nonostante ciò, le agende e gli archivi digitali di Mario non sono mai stati consegnati alla famiglia del cooperante.

PER ANNA E PINO PACIOLLA la procura ha ignorato «la paura che Mario aveva per la propria incolumità – paura espressa chiaramente nei messaggi inviati a noi e a persone a lui vicine. E invece si parla di una presunta instabilità psicologica, e si afferma che Mario si sarebbe tolto la vita… dopo aver acquistato un biglietto di ritorno per l’Italia. E lo avrebbe fatto al terzo tentativo, con modalità tanto improbabili quanto sconcertanti». A generare altri dubbi ci sono le testimonianze giudiziarie diffuse in un alcuni reportage televisivi sulla vicenda, tra cui quella dell’ultima persona con cui Mario era entrato in contatto telefonico; nella chiamata, il cooperante avrebbe esclamato: «Stanno arrivando, stanno arrivando, stanno arrivando», aggiungendo di temere per la sua sicurezza anche nel caso in cui si fosse allontanato.

Nonostante la richiesta di archiviazione abbia colto di sorpresa la famiglia Paciolla e la comunità di amici e attivisti che la sostiene, Anna e Pino hanno le idee chiare: «Non ci fermeremo mai. Continueremo a percorrere tutte le strade che il diritto ci mette a disposizione. Valuteremo la possibilità di rivolgerci al Tribunale europeo dei Diritti dell’Uomo. (…) Ci auguriamo anche che lo Stato italiano trovi il coraggio di chiedere conto all’Onu dell’inchiesta interna che da cinque anni dichiara di aver condotto, ma di cui nessuno conosce i contenuti né gli esiti. Un’inchiesta avvolta nel silenzio, come se la trasparenza non fosse un dovere verso la verità e verso i cittadini».

PER AGEVOLARE la ricostruzione dei fatti, è stata creata una piattaforma per raccogliere informazioni in forma anonima: «È difficile credere che nessuno abbia visto, nessuno abbia sentito il bisogno di parlare. Sembra di essere davanti a una realtà malata proseguono Anna e Pino Paciolla – dove chi sa tace, dove la responsabilità è sparita dietro l’alibi della prudenza o della paura. In questi anni nessun collega si è fatto vivo. Nessuno ha sentito il bisogno di raccontare cosa succedeva in quella missione, quali dinamiche si vivevano, se ci fossero pressioni verso chi, come Mario, voleva fare il proprio dovere con coscienza e coerenza. Tutto questo silenzio pesa. Pesa come un’altra ingiustizia, come un’altra violenza. Eppure, insieme al corpo di nostro figlio, ci è arrivato anche un lungo elenco di elogi: Mario era amato, stimato, competente, leale. Proprio per questo è ancora più grave il modo in cui è stato lasciato solo. Se si è potuto trattare così una persona come lui, con quei valori, con quella sensibilità, con quell’etica, allora c’è qualcosa di profondamente sbagliato in quel sistema. E noi lo vogliamo dire, lo dobbiamo dire: chi ha taciuto, chi ha coperto, chi ha girato lo sguardo altrove, è responsabile e complice».

Oggi pomeriggio alle 18 a Napoli, sua città natale, ci sarà un presidio per chiedere giustizia. Radio Onda d’Urto ha  ricordato la figura di Mario Paciolla e i dati che mostrano come non sia possibile accettare la spiegazione del suicidio con Tonio Dell’Olio, redattore di Mosaico di Pace e storico attivista per la nonviolenza. Ascolta o scarica

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