di Associazione Yairaiha Ets
La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia riapre una ferita che attraversa gli ultimi venticinque anni: dallo Stato sociale allo Stato penale, dall’omicidio di Carlo Giuliani alle morti sotto custodia, una stessa cultura della repressione continua a interrogare la democrazia.
Venticinque anni ci separano da Genova, dalla Diaz, da Bolzaneto. Venticinque anni da quelle notti in cui lo Stato apparve agli occhi del mondo come il volto della violenza e dell’impunità. Oggi, davanti all’uccisione di un uomo durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna, quella ferita torna a sanguinare. Quest’uomo si chiamava Abderrahim Fakir, aveva 42 anni ed era un lavoratore della logistica, morto sull’asfalto mentre veniva immobilizzato e le sue ultime grida di aiuto venivano soffocate. Esiste un legame profondo e drammatico che unisce la sua fine a quella piazza di venticinque anni fa, a dimostrazione di come la violenza di sistema colpisca sistematicamente gli stessi corpi e la stessa classe sociale in una linea di continuità che non si è mai interrotta. Non è un fatto di cronaca. È una questione che riguarda il rapporto tra potere e cittadini, tra autorità e diritti, tra sicurezza e dignità umana.
Da Genova a Bologna sono passati venticinque anni, ma una certa idea di sicurezza sembra essere rimasta intatta. Una sicurezza trasformata in una risposta automatica al disagio sociale, alla povertà, alla marginalità e al dissenso. Cambiano i governi, cambiano i ministri, cambiano le parole utilizzate, ma resta il rischio di una cultura che vede nelle fragilità e nelle differenze un problema da contenere invece che una realtà da comprendere.
Venticinque anni fa il movimento contro la globalizzazione denunciava un modello di sviluppo fondato sulla centralità del mercato, sulla riduzione del ruolo dello Stato sociale, sulla privatizzazione dei beni comuni e sulla trasformazione del lavoro in una condizione sempre più precaria e ricattabile. Quelle voci furono liquidate come estremiste, nostalgiche o contrarie al progresso.
Eppure tutte le domande poste allora sono diventate oggi il cuore del dibattito pubblico. Le disuguaglianze sempre più profonde, la concentrazione della ricchezza, la precarietà diffusa, la crisi climatica, le guerre permanenti e l’indebolimento dei diritti sociali mostrano che quelle denunce non erano un rifiuto del futuro, ma una richiesta di un mondo diverso.
Il neoliberismo globale non ha cambiato soltanto l’economia. Ha modificato il modo in cui le istituzioni guardano alla società. Ha trasformato problemi sociali in questioni di ordine pubblico, ha sostituito il linguaggio della giustizia con quello della sicurezza, quello della solidarietà con quello del controllo.
È dentro questa cornice culturale e politica che si è progressivamente normalizzato il ricorso alla forza come risposta ai conflitti sociali. Non è cambiata la logica di fondo, è cambiata la sua percezione. Ciò che un tempo appariva come un’eccezione oggi rischia di essere accettato come una pratica ordinaria.
Le immagini della Diaz, l’uccisione di George Floyd, quelle di Renee Nicole Good e Alex Pretti, giustiziati dall’ICE, quelle di Magherini, di Aldrovamdi e delle troppe morti in carcere, e oggi le immagini che arrivano da Bologna non possono essere archiviate come episodi separati. Sono ferite che appartengono allo stesso interrogativo. Che cosa accade a una democrazia quando il potere ricorre sempre più spesso alla forza per rispondere ai conflitti sociali, politici e umani?
La rabbia che proviamo oggi nasce dal ricordo di troppe volte in cui le difese corporative hanno preso il posto della ricerca della verità, in cui le vittime sono state messe sotto accusa e le loro famiglie hanno dovuto combattere per anni per ottenere giustizia. Una ricerca della verità storicamente ostacolata da uno Stato che ha introdotto il reato di tortura solo nel 2017, con quasi trent’anni di colpevole ritardo dalla convenzione ONU e solo dopo le pesanti condanne arrivate dalle istituzioni europee per le torture commesse a Genova, e che ancora oggi vede ampi settori della politica tentare di indebolire quella legge per garantire l’impunità totale ai propri apparati repressivi.
Per questo oggi la memoria di Genova, della Diaz e di Bolzaneto non può essere relegata a una pagina del passato. Non riguarda soltanto ciò che e’ già stato ma il modo in cui scegliamo di guardare al presente e al futuro. La memoria oggi serve ad impedire che il tempo trasformi le ferite in abitudine,
Venticinque anni dopo Diaz e Bolzaneto, la memoria non serve a commemorare il passato. Serve a impedire che il potere, ancora una volta, pensi di poter esercitare la forza senza renderne conto.
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