Tutto in una settimana

di Renato Turturro

Dall’omicidio di Bakary Sako alle cariche contro gli operai in sciopero, passando per i ghetti dei braccianti: una stessa filiera di sfruttamento, razzismo e repressione attraversa il lavoro migrante in Italia, mentre il governo risponde con sicuritarismo, criminalizzazione e propaganda contro gli ultimi

Bakari Sako, maliano, è stato aggredito e poi ucciso a coltellate nel centro storico di Taranto, mentre stava per andare a lavorare (09/05/2026). 

A Poggio Imperiale (FG) un bracciante agricolo è deceduto nell’incendio della propria roulotte (12/05/2026).

A Sant’Agata Bolognese durante il picchetto organizzato per contestare licenziamento di un sindacalista del SiCobas, nato a seguito di un suo intervento in difesa di un’altra lavoratrice, la polizia ha caricato il presidio ferendo due lavoratori, successivamente ricoverati a causa delle lesioni (14/05/2026).

Cos’hanno in comune queste storie?

Sfruttamento lavorativo, caporalato, precarietà abitativa, trasporti inesistenti, difficoltà di accesso ai servizi e il ricatto dei documenti per poter vivere degnamente. La violenza sui lavoratori e le lavoratrici, soprattutto se migranti, ha innumerevoli volti e proviene da direzioni multiple. Sono le stesse persone invisibilizzate nel quotidiano e messe al lavoro come “settore economico essenziale” durante la pandemia da Covid 19, gli stessi fantasmi che portano il cibo e le merci nelle nostre tavole e nelle nostre case, in lotta contro innumerevoli ostacoli economici e sociali.

La Relazione sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza presentata a gennaio, ha certificato che gli interventi negli agglomerati di fortuna saranno scarsi. Solo 24,8 milioni per 11 progetti.  Del finanziamento di 200 milioni saranno spesi appena 24,8 milioni, e solo in 11 Comuni dei 37 inizialmente individuati. Ma solo per piccoli progetti.

Nel frattempo, di fronte a tutto ciò i governi di questo ultimi anni e questo governo, hanno prodotto decreti sicurezza in un’ottica di repressione del dissenso nei luoghi di lavoro, decreti sulle politiche migratoria basate sulla criminalizzazione del migrante, dato spazio a comitati per la cosiddetta “remigrazione”, indirizzato le polizie alla profilazione razziale nei quartieri e all’intervento muscolare nei picchetti operai e nei blocchi.

Nelle strade, intanto, il disagio sociale produce rabbia da scaricare verso il basso, dai deboli verso i più deboli. Sono il colore della pelle e i tratti fisionomici a segnare il confine tra essere riconosciuto persona e diventare un bersaglio. È così che si trova schiacciato il proletariato migrante, tra la furia cieca della polizia e dei padroni e quella di scagnozzi o a volte di giovani sottoproletari bianchi senza alcuna identità.  La narrazione però funziona solo se i vulnerabili restano vittime. Nel momento in cui queste stesse persone alzano la testa, rivendicano diritti, si organizzano interviene il braccio armato della parola e quello con in dotazione manganello e scudo penale.

L’uomo con il machete di Fanon è nelle nostre città, nelle nostre provincie, nelle fabbriche e nei ghetti rurali e lo stiamo ignorando, soffocati di sicurezza indotta, clima di guerra e il prossimo come nemico.

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