Almeno 550 persone fermate ad Istanbul mentre la polizia impedisce l’accesso a Piazza Taksim. Sindacati in piazza tra inflazione, repressione e richieste di diritti: “Pane, pace, libertà”
Il Primo maggio in Turchia si è trasformato ancora una volta in una giornata di tensione e repressione, con un bilancio pesantissimo soprattutto a Istanbul, dove almeno 550 persone risultano arrestate o fermate dalla polizia. Secondo l’Associazione degli avvocati CHD, presente sul posto, nel pomeriggio molte di queste persone erano in custodia o risultavano disperse, senza notizie certe sulla loro sorte.
Le celebrazioni della Festa dei lavoratori si sono svolte in un clima di forte militarizzazione sia a Istanbul sia ad Ankara, con un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine e intere aree urbane bloccate. Nella capitale economica, le autorità hanno di fatto imposto un lockdown preventivo: trasporti pubblici sospesi, quartieri centrali chiusi e accessi limitati da barriere metalliche.
Gas lacrimogeni e piazze interdette
La repressione è iniziata già nelle prime ore della giornata, quando la polizia ha fatto uso di gas lacrimogeni contro i manifestanti, sparati direttamente da veicoli antisommossa in mezzo alla folla. L’obiettivo principale delle forze di sicurezza era impedire ai cortei di raggiungere Piazza Taksim, storico epicentro delle proteste e simbolo del movimento dei lavoratori, chiuso agli assembramenti dal 2013 dopo le grandi mobilitazioni antigovernative.
Tra gli arrestati figura anche il leader sindacale Basaran Aksu, fermato dopo aver contestato pubblicamente il divieto: “Non si può chiudere una piazza ai lavoratori della Turchia. Tutti la usano per celebrazioni ufficiali, tranne operai e poveri”, ha dichiarato prima di essere portato via.
Colpita anche l’opposizione politica
Le immagini diffuse dai media indipendenti mostrano momenti di forte tensione. Il presidente del Partito dei lavoratori di Turchia, Erkan Bas, è stato colpito con spray al peperoncino durante le manifestazioni. “Il governo parla 365 giorni all’anno, lasci almeno un giorno ai lavoratori per raccontare le loro condizioni”, ha affermato.
La repressione non appare episodica ma inserita in un contesto più ampio: da giorni, infatti, le autorità turche avevano avviato arresti preventivi contro attivisti, oppositori e giornalisti, nel tentativo di contenere la mobilitazione.
Crisi economica e protesta sociale
Le manifestazioni sono state indette da sindacati e associazioni sotto lo slogan “Pane, pace, libertà”, in un paese attraversato da una grave crisi economica. L’inflazione ufficiale resta sopra il 30%, ma secondo la Camera di Commercio di Istanbul raggiunge il 40% nella metropoli, erodendo salari e condizioni di vita.
Ad Ankara, un gruppo di minatori di carbone — in sciopero della fame da nove giorni per il mancato pagamento degli stipendi — è stato accolto con applausi durante il corteo, partecipato soprattutto da giovani e fortemente presidiato dalla polizia.
Due piazze, due Turchie
Mentre nel lato europeo di Istanbul le manifestazioni venivano represse con la forza, sul lato asiatico del Bosforo una protesta autorizzata ha riunito migliaia di persone in modo pacifico. Una divisione che riflette una gestione selettiva del diritto di manifestare: tollerato se controllato, represso se autonomo.
Il Primo maggio turco restituisce così l’immagine di un paese profondamente segnato da tensioni sociali e politiche, dove la richiesta di diritti e dignità del lavoro continua a scontrarsi con un apparato securitario sempre più pervasivo.
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